SOTTO LA BANCA LA RICCHEZZA CREPA

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 di: Marco Bersani 

Secondo un’indagine condotta da Ossif, il centro di ricerca di Abi (Associazione bancaria italiana), sono in netta diminuzione le rapine in banca, che nel 2018 hanno registrato un decremento del 29,2% rispetto all’anno precedente, e addirittura del 92% se si considera l’arco dell’ultimo decennio. Ma poiché, come insegnava Bertolt Brecht (“E’ più grave rapinare una banca o fondarla?”) non c’è solo la rapina promossa da persone verso la banca, bensì anche l’inverso, da questo punto di osservazione i dati sono eclatanti.

Sono infatti 320 i miliardi di dollari tra multe e risarcimenti per frode finanziaria pagati in poco più di due anni dalle prime 10 banche del mondo; e il conto sale a 400 miliardi se, nel monte-sanzioni di Wall Street, si includono i patteggiamenti di un centinaio di intermediari finanziari, coinvolti nelle inchieste sulle responsabilità dei banchieri nella più grande e devastante manipolazione dei mercati e del risparmio che si ricordi.

Nonostante il sistema bancario privato sia stato il massimo responsabile di una crisi economico-finanziaria senza precedenti per intensità e durata, al punto da costringere il pubblico a mettere in campo risorse enormi per salvarlo, gli abusi e le truffe delle banche proseguono senza sosta e con il motore a pieno regime, al punto che si calcola in un ulteriore centinaio di miliardi di dollari, la posta in gioco sulla base delle cause e dei processi ancora in corso.

Qualcuno pensa che, a questo punto, i colossi bancari possano ravvedersi e imboccare una strada differente? Tutt’altro.

L’unica “misura” intrapresa è stata quella di aumentare esponenzialmente l’accantonamento per le spese legali con le quali far fronte ai periodici scandali, scoperti dalle autorità monetarie: negli ultimi nove anni, le prime 10 banche del mondo hanno accantonato qualcosa come 273 miliardi di dollari. E il continuo aumento, anno dopo anno, degli accantonamenti è la miglior cartina di tornasole di quante truffe le stesse banche sanno di aver realizzato e che, forse, prima o poi, verranno alla luce.

Cosa ci dice il quadro sopra delineato? Che, ancora una volta, se non si toccano i nodi strutturali, nessuna inversione di rotta sarà possibile.

Il nodo principale è il “too big to fail” (“troppo grandi per fallire”), ovvero la dimensione enorme che è stata loro permessa, e che fa sì che, da una parte, possano contare sulle multe (e nessun’altra conseguenza penale, nonostante reati da capogiro), dall’altra sull’intervento del pubblico in caso di difficoltà, com’è puntualmente avvenuto in questo ultimo decennio.

Il passo da mettere in campo è, di conseguenza, il ripristino della separazione fra le banche commerciali e le banche d’investimento, definendo in maniera netta l’impossibilità di commistioni fra le due tipologie.

In questo senso, le banche commerciali devono divenire le sole istituzioni finanziarie autorizzate a ricevere depositi dai risparmiatori e ad avere accesso al sostegno pubblico per la liquidità e, nel contempo, devono avere il divieto assoluto a condurre ogni genere di attività sui mercati finanziari. Al contrario, le banche d’investimento non devono avere titolo ad alcuna sottoscrizione pubblica, mentre dovranno avere una regolamentazione per legge, in merito al rapporto tra fondi propri e attivi totali, al fine di limitare l’eccesso di leva finanziaria speculativa.

Tra le due tipologie di banche dev’essere vietato qualsiasi rapporto creditizio, in modo che in nessun nodo del circuito finanziario vi sia connessione fra le stesse.

Vanno inoltre separate le attività di mercato delle banche dalle attività di consulenza, ponendo queste in capo ad un’autorità esterna e mettendo fine alla  pratica di rischi presi dalle banche e poi consigliati dalle stesse ai propri clienti.

Infine, va vietata per legge la socializzazione delle perdite, ovvero che autorità pubbliche garantiscano con fondi pubblici debiti privati, i quali devono essere, al contrario, posti a carico dei maggiori azionisti delle banche.

Questo primo passo non può che essere propedeutico a più radicali trasformazioni, che vadano perseguendo l’obiettivo della socializzazione del sistema bancario.

Senza una nuova finanza pubblica e partecipativa, infatti, nessuna trasformazione del modello economico e produttivo sarebbe possibile, e le decisioni di lungo termine sulla società rimarrebbero  appannaggio delle lobby finanziarie e delle grandi multinazionali.

Ciò su cui occorre iniziare a ragionare è la creazione di un servizio pubblico per risparmi, credito e investimenti, gestito territorialmente con il coinvolgimento diretto dei cittadini.

Si tratta, non di proporre una burocratica e, data l’attuale dislocazione dei poteri reali, inefficace nazionalizzazione, bensì di un processo di riappropriazione sociale della ricchezza prodotta.

Processo che può essere innescato solo da una forte e reticolare mobilitazione dal basso, che coinvolga cittadini organizzati, enti locali, settori produttivi territoriali, sindacati e lavoratori delle banche, nella definizione di una finanza come ‘bene comune’ e di una gestione partecipativa della stessa.

Perché il futuro è troppo importante per consegnarlo agli indici di Borsa.