Santiago chiama

Credits: Fotomovimiento

di David Muñoz Gutierrez

Oggi, la situazione di diversi paesi è drammatica. Il Cile è uno di essi.

Dopo 46 anni di violenza governativa (17 di dittatura e 29 di democrazia “controllata”) il popolo cileno ha trovato la forza di ribellarsi.

La causa scatenante è stata l’aumento del biglietto della metropolitana di Santiago (unica città dotata di metro). Questo ha fatto sì che le studentesse e gli studenti delle scuole medie di Santiago (Licei, istituti professionali) escogitassero una modalità per evadere il pagamento del biglietto aumentato di prezzo, iniziando a scavalcare i tornelli d’entrata nelle stazioni. Ai primi giovani temerari si unirono ben presto molte persone, per far passare le quali, gli studenti iniziarono a forzare i tornelli, invitando lavoratori e cittadini ad attraversare le barriere senza pagare. In poche ore, la lotta si diffuse in tutte le stazioni della metropolitana, mandando in crisi tutto il sistema di trasporti sotterraneo. La risposta del Governo fu in un primo tempo quella di chiudere le fermate delle stazioni successive, non facendo più scendere né salire nessuno, mentre in un secondo momento fu quella di inviare i carabinieri, in un maldestro tentativo di risolvere la situazione, facendo rientrare la protesta con la violenza.

La rivolta è cominciata così, ed è apparso subito chiaro quanto fosse vero lo slogan iniziale della protesta: “Non sono 30 pesos, sono 30 anni”.

Dal giorno successivo, ampi settori sociali si unirono alla protesta, aggiungendo le rivendicazioni che per anni erano rimaste sopite, ma continuavano ad essere ben presenti nei cuori e nelle menti dei cileni. Rivendicazioni – ciascuna delle quali era importantissima – che nel corso degli anni si erano espresse, promosse dai settori specifici della società, ma che mai avevano raggiunto una unità di intenti tale da poterle inserire tutte insieme in una sola piattaforma rivendicativa.

Solo per dare un quadro completo, potremmo indicare: a) i movimenti sociali che da anni rivendicano una nuova costituzione in sostituzione di quella del dittatore Pinochet; b) la lotta dell’associazione dei famigliari dei prigionieri politici scomparsi (AFPPD), che dai tempi della dittatura chiedevano di sapere dove stanno i resti dei loro famigliari; c) le battaglie dei pinguinos, ovvero gli studenti medi (così chiamati per via delle loro uniformi, camicia bianca, giacca e cravatta blu) per una educazione pubblica e di qualità; d) la lotta degli studenti universitari contro l’arricchimento delle Università private e contro l’indebitamento loro e delle loro famiglie  per potere studiare; e) le battaglie degli insegnanti per una migliore condizione dei salari e una migliore educazione pubblica; f) i movimenti contro la privatizzazione della salute (ISAPRES); g) il movimento contro le pensioni privatizzate e consegnate alla gestione del sistema assicurativo privato (AFP); h) le battaglie dei cittadini per trasporti di qualità a prezzi equi; i) le mobilitazioni dei lavoratori per salari giusti e per la riduzione dell’ orario settimanale a 40 ore; l) le lotte, diffuse in tutto il Paese, dei movimenti contro la privatizzazione dell’acqua; m) la storica e determinata lotta del popolo Mapuche, duramente represso durante la dittatura fascista di Pinochet, ma che ha subito 50 assassinii anche in democrazia;

Tutto questo insieme di lotte, mobilitazioni e battaglie si è improvvisamente riconosciuto, sedimentato ed è esploso contro gli evidenti privilegi di cui godono i settori minoritari ma potenti della società: i ceti ricchi, le grandi imprese forestali, di costruzione e le concessionarie delle materie prime, l’esercito.

Curiosamente, nel Paese più liberista del mondo, le Forze Armate usufruiscono, senza alcun controllo, del 10% dei proventi dell’unica miniera statale, nazionalizzata dall’allora governo socialista di Salvador Allende e rimasta tale, ad uso e consumo dei privilegi dei militari.

Questi sono alcuni degli elementi che hanno portato il popolo cileno nelle strade e nelle piazze a chiedere oggi e con forza una nuova Costituzione, che stabilisca una inversione di rotta del sistema economico liberista. Un sistema che permette oggi all’1% della popolazione cilena di possedere il 33% della ricchezza del Paese; che vede il 70 per cento della popolazione attiva prenda uno stipendio medio di circa 400 euro, appena superiore al salario minimo fissato per legge (385 euro); dove il 50% dei pensionati riceve un assegno inferiore ai 200 euro, mentre una famiglia su quattro è indebitata ad un livello di sei volte superiore allo stipendio che riceve (in Cile circola la carta di debito che tutte le catene commerciali offrono gratuitamente in modo che tutto venga comprato a rate, ma con interessi, in caso di mancato saldo anche di una sola quota, che raggiungono il 33%!).

Come si può ben comprendere, la rivolta cilena è scoppiata per qualcosa di enormemente superiore ai 30 pesos di aumento del biglietto della metropolitana.

E ha coinvolto tutto il Paese, dato che su 17 milioni di abitanti, si calcola che almeno 5 milioni di essi siano scesi nelle strade e nelle piazze. Mentre il governo ha risposto con polizia, esercito e corpi speciali. E con una repressione violentissima, come confermato dagli organismi internazionali di difesa dei diritti umani che hanno visitato il Cile, o dai numerosissimi video che circolano in rete e che tutti possono vedere. A questo proposito, occorre dire che i dati ufficiali sulle vittime, già drammatici in sé, sono inferiori alla realtà e, in buona misura falsati: diverse persone hanno denunciato la presenza dei carabinieri negli ospedali per impedire che, a fronte di  pazienti morti, feriti o lesionati venga registrata come causa la violenza delle forze dell’ordine; questo comporta che i medici siano costretti a registrare nei verbali formulazioni come “caduto dalle scale”, “investito da auto privata”, “infarto” e via falsificando.

Un’ultima riflessione riguarda il Governo italiano che, ancora oggi non ha preso parola, né condannato la violazione dei diritti umani in Cile. Pesano su questo i fortissimi interessi economici che legano le grandi imprese italiane (Eni, Atlantia, Luxottica, Ferrero, tra le altre)?

David Muñoz Gutierrez, esule cileno, vive a Bologna. Ai tempi del governo Allende, era militante e quadro intermedio del Partito socialista nella regione rurale di Temuco, dove svolgeva la sindacalizzazione dei contadini come funzionario della Unidad Popular, di fronte alla violenta ostilità degli agrari. L’11 settembre 1973 si trovava a Santiago del Cile dove, nello sbandamento iniziale, cercò di raggiungere La Moneda per sostenere la resistenza del presidente Allende. Ricercato “vivo o morto” nella sua regione, rimase nascosto a Santiago per un mese, prima di arrivare all’ambasciata italiana e rimanerci per quasi un anno, quando poté finalmente lasciare il Paese. Ha raccontato la sua storia in “Cile, una storia come tante 1949-1973”.

Credits: Fotomovimiento

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 43 di Gennaio- Febbraio 2020. “La diseguaglianza e le rivolte