Riappropriarsi della finanza locale: se non ora quando?

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di Marco Bersani

Quando si parla della città, le riflessioni prodotte dai movimenti sociali dimostrano un’interessante profondità su varie tematiche, dal territorio all’abitare, dai servizi pubblici ai beni comuni.

Tuttavia, spesso si fermano sulla soglia del quadro economico-finanziario, lasciando che a tracciarne le direttrici sia la narrazione dominante e la cosiddetta “oggettività” dei dati.

È così che le lotte prodotte sono tanto generose quanto destinate all’inefficacia, poiché vanno a cozzare sul muro del “C’è il debito, non ci sono i soldi”, in grado di respingere qualsiasi rivendicazione sociale.

Come ben sappiamo, non c’è nulla di oggettivo in questa situazione. La stretta al collo agli enti locali è una strategia di lungo corso, preparata per tempo e finalizzata alla progressiva messa sul mercato dei beni comuni e dei servizi pubblici.

A partire dall’applicazione del Patto di stabilità interno nel 1999, gli ultimi 20 anni hanno visto dentro i Comuni una netta riduzione quantitativa del personale e, con il blocco del turn over, anche qualitativa, essendo oggi l’età media dei dipendenti pari a 53 anni.

Parimenti, si è assistito ad un drastico taglio dei trasferimenti dallo Stato e a spending review, che, lungi dal configurarsi come una sacrosanta lotta agli sprechi, si sono rivelate tagli lineari alla spesa sociale.

Nel contempo, l’ossessione dei vincoli di stabilità finanziaria ha prodotto un verticale crollo degli investimenti, al punto che, nella vulgata massmediatica, vengono considerate efficienti quelle amministrazioni locali che, azzerando gli investimenti, non producono debito (e poco importa se poi le strade sono piene di buchi, il trasporto non funziona, i servizi sono ridotti al lumicino).

Il rapporto IFEL 2018 sulla finanza comunale evidenzia chiaramente la metamorfosi intervenuta con le politiche di austerità, imposte dalla teologia della stabilità finanziaria e dalla trappola del debito.

Se prendiamo i dati 2010-2017, scopriamo che il saldo netto di bilancio conseguito dai Comuni cresce di circa 8 miliardi di euro, per effetto di un aumento delle entrate (+1,3 mld), ma soprattutto di una drastica riduzione delle spese (-6,3 mld).

Scomponendo il dato delle entrate, si nota un sensibile aumento delle entrate proprie (+34,7%) a fronte di una netta riduzione dei trasferimenti correnti dallo Stato (-36,8%); netta riduzione che si riscontra anche sul versante delle entrate in conto capitale (-33,6%), effetto della crisi economica, ma anche del crollo della contribuzione statale agli investimenti degli enti locali.

Analoghe indicazioni si ricavano sul fronte delle spese, che, nel periodo considerato, vedono una riduzione complessiva del 15,2%, ma con un -33,4% sulle spese per investimenti, effetto chiarissimo dei vincoli finanziari posti in carico ai Comuni.

Entrate tutte finalizzate alla stabilità dei conti, spese ridotte all’osso sia sul fronte dei servizi sia sul fronte degli investimenti: ecco come è stato reso concreto il luogo comune “il pubblico non funziona”. Una matrioska di vincoli che ha ingabbiato i Comuni, minandone la storica funzione pubblica e sociale.

Senza neppure conseguire la famosa stabilità, come si evince dando un occhio alla situazione dell’indebitamento, che appare veramente paradossale: da una parte, infatti, il contributo complessivo dei Comuni all’indebitamento è irrisorio, non superando l’1,7% del debito pubblico complessivo, con una netta riduzione (-19%) nel periodo considerato; dall’altra, quel debito, per quanto basso in valori assoluti, sta letteralmente strangolando, grazie ad interessi da usura, moltissimi enti locali, in particolare i più piccoli.

In media, l’onere complessivo del debito raggiunge il 10% delle spese correnti comunali. Considerando gli Enti fino a 10 mila abitanti ed escludendo i territori delle Regioni speciali del Nord, circa 2.130 Comuni (30%) registrano un onere complessivo del debito superiore al 12% della spesa corrente; di questi, 727 enti (10%) superano un’incidenza del 18% sulle rispettive spese correnti.

Sono dati che evidenziano senza equivoci l’espropriazione sociale messa in campo per costringere i Comuni a privatizzare il territorio, il patrimonio e i servizi pubblici, ovvero la gran parte della ricchezza sociale di questo Paese, sulla quale sono pronti ad investire i grandi capitali finanziari alla ricerca disperata di nuovi terreni di accumulazione.

Da tempo, come Attac Italia, abbiamo evidenziato la necessità di un’inversione di rotta dal basso. Abbiamo chiamato questo percorso “Riprendiamoci il Comune”, nel doppio significato della riappropriazione sociale di ciò che ci appartiene (il “comune”, contro il privato e oltre il pubblico) e della riaffermazione della funzione pubblica e sociale degli enti locali.

É venuto il tempo di concretizzare questo percorso, aprendo la strada ad una vertenza collettiva nazionale, diffusa territorio per territorio, che sappia mettere congiuntamente in campo i comitati per l’audit sul debito locale, i comitati per l’acqua riuniti nel Forum italiano dei movimenti per l’acqua, le realtà attive sui temi ambientali e territoriali, i comitati per i servizi pubblici, i sindacati della funzione pubblica, le associazioni attive, i centri sociali, i movimenti per il diritto all’abitare e quant’altri sono in campo per i diritti sociali.

La proposta su cui stiamo riflettendo è quella di costruire due leggi d’iniziativa popolare che, arrivando direttamente al nocciolo del problema, sappiano aprire una stagione di consapevolezza diffusa nelle comunità locali e possano imporre una soluzione direttamente all’agenda politica del Paese.

La prima propone un nuovo modello di finanza locale, partendo dall’assunto che, poiché i Comuni sono i primi garanti dei diritti fondamentali attraverso l’erogazione dei servizi pubblici, le risorse in capo agli enti locali non possano mai essere inferiori a quelle necessarie a svolgere il loro compito. Si tratta di dare priorità ai diritti e non ai vincoli finanziari.

I principi su cui dovrebbe basarsi sono: la centralità dei Comuni (stabilita dalla Costituzione), il loro ruolo di democrazia di prossimità per gli abitanti, la loro funzione di garanti dei diritti fondamentali e, conseguentemente, di difesa dei beni comuni e di erogazione dei servizi pubblici necessari a soddisfarli. Da qui, alcuni obiettivi riguardanti la finanza locale:
a) la fine dell’austerità come parametro dei bilanci e l’applicazione di nuove regole di sostenibilità entro i cicli economici e non entro le annualità;

b) risorse dei Comuni incomprimibili, con un finanziamento certo e corrispondente alle competenze, determinato dalla necessità di garantire il pareggio di bilancio sociale (ovvero di garantire i servizi necessari a tutti gli abitanti del territorio amministrato);

c) una giusta tassazione nelle mani dei Comuni e un’autentica autonomia da parte degli stessi per l’applicazione fortemente progressiva delle imposte locali;

d) risorse per la reinternalizzazione dei servizi pubblici privatizzati;

e) la necessità di un soggetto finanziario pubblico (Cdp) che finanzi gli investimenti dei Comuni a tassi agevolati e che elimini gli interessi sui prestiti tra amministrazioni pubbliche

La seconda, direttamente collegata alla prima, propone la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti, prevedendo una sua gestione decentrata territorialmente e un utilizzo del risparmio postale dei cittadini esclusivamente finalizzato al finanziamento a tassi agevolati degli investimenti degli enti locali, decisi in maniera partecipativa dalle comunità di riferimento.

É un percorso embrionale, che verrà presto proposto a tutte le realtà attive e a tutti i movimenti sociali, nonché agli enti locali sensibili che possano e intendano costruire una rete di Comuni di sostegno alle proposte.

Verificheremo tutte e tutti assieme la qualità delle proposte, le condizioni partecipative e le modalità e i tempi attraverso i quali lanciarle collettivamente.

In questo momento, ci interessa soprattutto segnalare la necessità e l’urgenza di una inversione di rotta: in gioco ci sono la qualità della vita e dei diritti individuali e sociali, nonché della democrazia di prossimità.

Non vogliamo arrenderci alla solitudine competitiva, alla mercificazione dei beni comuni, alla guerra contro poveri, migranti e ribelli, imposta da chi chiede decoro e disciplina per permettere l’invasione degli interessi finanziari sulle nostre vite.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 40 di Maggio – Giugno 2019. “Una città per tutti