Pianificare la giustizia climatica per beneficiare anche i più poveri

di Mario Agostinelli

La pretesa di disporre di ogni cosa, a partire dalla terra, dagli animali addomesticati, dalle donne e dai tanti esseri umani resi schiavi o ridotti a una condizione servile, per poi appropriarsi anche di tutte le creazioni che l’ingegno e la fatica umana hanno prodotto nel corso dei secoli, è all’origine di tutte le diseguaglianze sociali generate nel susseguirsi delle civiltà; fino a quelle mostruose del giorno d’oggi, dove pochi uomini tengono in scacco miliardi di loro simili con la potenza del denaro e delle armi. Occorre riconoscere il nesso indissolubile tra giustizia sociale, cioè un drastico ridimensionamento delle diseguaglianze, e giustizia ambientale: restituire alla Terra e al vivente l’esercizio dei loro diritti, quelli che ne permettono continuità e riproduzione.

Oggi siamo di fronte ad un fatto storicamente mai incrociato nella storia dell’umanità: il tempo futuro ha una fine probabile – o addirittura certa in assenza di cambiamenti strutturali – e nella percezione delle nuove generazioni procede all’indietro. “Quanto tempo manca” è entrato nella cronologia di ogni persona responsabile nata dall’inizio del millennio. Il fatto è enorme e nessun negazionismo, per quanto rinforzato dai grandi mezzi della comunicazione, fino all’obnubilamento della conoscenza, agli ostacoli alla democrazia e all’esibizione dell’impiego delle armi, può rimuovere un sentire collettivo che porta il conflitto con la natura ai livelli di come finora si presentava solo il rigetto dello sfruttamento nel lavoro. Infatti sono bastati un pontefice – Francesco – e poi due donne – e il fatto non è casuale – a proiettare una idea del cambiamento che lambisce l’individuo, il collettivo, il sociale e trova ostacoli e resistenze in politica. Il “cambiamento climatico brusco” è l’emergenza del secolo e per molti versi un avvenimento che sotto il profilo temporale non ha precedenti.

Due giovani donne si aggirano per il mondo, attirando grandi critiche e grandi consensi. Greta Thunberg e Alexandra Ocasio-Cortez non hanno molto in comune, se non l’abilità nel comunicare e il merito di aver posto il tema del cambiamento climatico e di che cosa fare per combatterlo al centro di una discussione planetaria. Risultato imprevedibile per un’adolescente e una rappresentante giunta a Washington da pochi anni. Ma mentre la ragazza svedese svolge un ruolo di mobilitatrice e comunicatrice ed è al centro della straordinaria crescita di una nuova sensibilità mondiale rispetto alla maggiore emergenza del secolo, la Ocasio-Cortez ha avanzato proposte di legge ambiziose al congresso degli Stati Uniti, inserite in un piano da mille miliardi di dollari.

Per ribadire la novità di uno scenario temporale così stridente con le prospettive della buona vita e della riproduzione, riporto la  frase d’esordio ad un convegno di climatologi: Hans Joachim Schellnhuber, fondatore e direttore emerito del Postdam Climate Institute, ha spiegato che: “La matematica del clima è brutalmente chiara: sebbene il mondo non possa essere guarito nei prossimi anni, potrebbe essere fatalmente ferito dai nostri comportamenti negligenti già entro il 2020.” Tra il 2018 e il 2019 il tempo massimo che si era calcolato per poter invertire il danno al nostro habitat prodotto dal riscaldamento globale era 12 anni. Ma, a quanto pare, si trattava di una previsione molto ottimistica ora costretta al ribasso. Poco o nulla hanno intrapreso i governi in ottemperanza agli impegni di Parigi 2015 e, così, i prossimi 18 mesi, a quanto pare, potrebbero essere decisivi. Non si tratta di allarmismo, ma un anno e mezzo è il tempo che è rimasto per provare ad intervenire con decisione e far qualcosa per evitare che il pianeta diventi un posto inospitale per la vita umana. Solo nel 2018, al livello a cui era il riscaldamento globale allora, il Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) aveva dichiarato che per evitare un aumento delle temperature globali superiore a 1,5 ° C bisognava ridurre del 45% le emissioni di CO2 già entro il 2030. Ma anche questo, ormai, è un miraggio. Quindi i tagli e i passi importanti dovranno essere necessariamente affrettati come misure di emergenza entro la fine del 2020. Poiché i paesi di solito definiscono i loro piani per un periodo di cinque e dieci anni, se l’obiettivo del 45% di riduzione delle emissioni di carbonio entro il 2030 deve essere raggiunto, i piani devono davvero essere sul tavolo entro la fine del 2020.

Mi soffermo ora su un lato della novità del movimento in corso che in Europa è meno conosciuta, ma negli Stati Uniti sta creando tensioni e prospettive politiche totalmente diverse dal conflitto tradizionale tra democratici e repubblicani.

La Ocasio-Cortez si è mossa direttamente sul terreno della rappresentanza istituzionale ed ha avanzato proposte di legge ambiziose al congresso degli Stati Uniti, inserite in un piano da mille miliardi di dollari. Perfino la sinistra democratica Usa è turbata per la determinazione con cui nel testo molto ben articolato si prende di petto il futuro, anziché limitarsi a contrastare gli eccessi di Trump e contare sugli inevitabili autogol dell’ex tycoon. La posta sul clima è talmente incombente e foriera di popolarità nelle fasce più povere o esposte, che non c’è dubbio che i Democratici alla fine adotteranno già nella prossima campagna elettorale e pur con qualche esitazione, data la loro radicalità, le linee guida che Alexandra affina ad ogni tornata di incontri pubblici. La svolta della Ocasio ha un sapore squisitamente eco-socialista, con una originalità, se posso dire, “bergogliana”, riassunta nel legame tra giustizia climatica e giustizia sociale. (per approfondimenti, si veda il sito https://www.laudatosi-alleanza-clima-terra-giustizia-sociale.it/ )

Lo stimolo potentissimo che la proposta della Ocasio impone alla politica, all’economia e alla cultura americana, avrà, come l’azione di Greta, forti ripercussioni a livello mondiale, ma su un piano complementare. Se non esiste una soluzione «di mercato» ai disastri ambientali è altrettanto vero che il permanere di alti livelli di disoccupazione o sotto-occupazione ha contribuito ad accentuare la polarizzazione dei redditi e delle ricchezze. La rimodulazione dei sistemi fiscali diventa indispensabile, così come uno spostamento relativo del prelievo sui redditi da lavoro verso quelli da capitale, da imposte indirette a imposte dirette, da un sistema maggiormente regressivo ad uno relativamente progressivo a cui si aggiunga l’imposta sulla ricchezza patrimoniale o finanziaria. Il Green New Deal porta la sfida nel punto più alto del sistema liberista e indica l’emergere di una prospettiva politica eco-socialista da giocarsi in sintonia con il movimento di Fridays for Future e da consolidare in una svolta politico-istituzionale.

In buona sostanza, Greta e Alexandra amplificano e rendono più concreta e desiderabile una prospettiva di cambiamento strutturale che tocca non solo l’economia, ma l’intero tessuto sociale e che l’accelerazione brusca del cambiamento climatico delinea e richiede con sempre maggior urgenza.

Il nucleo politico della proposta della Cortez sta nell’avviare un grande piano di infrastrutture nazionale e locale, fondato sulla riconversione ecologica, che disinquini, investa in ricerca e adotti tecnologie nuove e non inquinanti. Per dimensione e portata richiama lo sforzo del “New deal roosveltiano” del 1932. Anche allora si trattò non tanto di un progetto di legge, ma di rispondere in tempo alla necessità di spostare verso una maggiore uguaglianza l’impegno statale, con un impegno articolato, ambizioso, fatto di cose molto diverse che comportarono però la mobilitazione di un apparato burocratico imponente e di enormi risorse. Come afferma nel suo preambolo la neoeletta americana, Roosvelt però lasciò fuori le minoranze e in parte anche le donne e non poteva ancora immaginarsi l’emergenza climatica.

La novità dell’idea della sinistra democratica statunitense sta nell’associare la transizione ecologica dell’economia con la creazione di occupazione e la lotta alle diseguaglianze. Affrontare davvero il tema del clima, significa infatti promuovere giustizia sociale e necessariamente creare lavoro, anche pubblico. Servono ovviamente risorse, da reperire attraverso tasse ambientali o mettendo mano a riforme del fisco che prevedano che i colossi tecnologici – e non solo – paghino le tasse in misura maggiore.

Uno degli aspetti più sottovalutati in Europa e in Italia riguarda la ripresa della pianificazione e il ricorso a strutture adeguate, quali agenzie pubbliche e imprese partecipate dallo Stato. Nelle proposte della Cortez questi nodi sono ampiamente trattati. Una volta riconosciuto che non esiste alcuna soluzione «di mercato» alle conseguenze del cambiamento climatico, occorre anche riconoscere che sarebbe pazzesco discutere sull’esistenza di un prezzo di equilibrio tale da garantire la non estinzione dell’umanità. In questo senso l’alleanza tra credenti e non credenti, la prospettiva di non diventare tutte e tutti prima o poi migranti, la sensazione delle nuove generazioni che “il tempo venga a mancare” schiudono le porte ad uno scenario nuovo e molto promettente, contro cui agiranno prepotentemente tutte le forze del negazionismo, tutti gli alfieri del massimo profitto, fino ai seminatori di guerre – non solo di dazi.

Il tempo sta per scadere. Per quanto riguarda il nostro Paese, al contrario degli Stati Uniti dove la riconversione industriale è il nodo principale, ci si  deve concentrare anche sulla tutela del patrimonio naturale e artistico, sugli investimenti in questi settori e sulla grande occasione di occupazione qualificata per i giovani che essi possono richiedere.  L’Italia è il Paese dotato del più importante capitale naturale, culturale, storico e architettonico del mondo. Queste due dimensioni, quella naturale e quella culturale, sono anche una componente del nostro benessere e la porta aperta all’accesso popolare alla scala sociale non più esclusiva dei ricchi. Entrambe necessitano di essere meglio tutelate in maniera coordinata e integrata, di essere destinatarie di fondi pubblici, di essere valorizzate in forma di diritto gratuito quando ne usufruisce la comunità locale, per incrementare il grado di attrazione del Paese e per sostenere attività economiche di crescente importanza come il turismo. Grava su questo capitale la minaccia del dissesto idrogeologico, con alluvioni frequenti e frane diffuse, che ha raggiunto livelli allarmanti.  Va pertanto affrontata con estrema urgenza una programmazione e gestione del territorio, attenta e aggiornata al nuovo contesto climatico e con la realizzazione di interventi di prevenzione e attenuazione dei rischi che, con l’accelerazione in corso, non possono che aumentare. Su questo piano la società italiana ed i movimenti diffusi che la pervadono sono capaci già di proporre alternative mobilitanti.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 42 di Novembre – Dicembre 2019. “Il Sol dell’avvenire e l’avvenire del Sole