Pace Fiscale: c’era una volta l’Italia

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 di: Antonio De Lellis 

Il contesto nel quale matura la manovra finanziaria o legge di bilancio del governo Conte, Tria, Salvini, Di Maio è nel complesso in linea con quanto promosso da precedenti governi per quanto riguarda le misure di assistenza e per lo sforamento Deficit/Pil, ma presenta alcune novità che piaceranno molto agli italiani: la pace fiscale che offrirà una nuova via di uscita ai contenziosi, migliorando la rottamazione delle cartelle e chiudendo definitivamente la posizione dei piccoli debitori, e dall’altra ritocchi importanti alla riforma Fornero che consentiranno di andare in pensione prima.

La pace fiscale consentirà anche di presentare dichiarazioni integrative per redditi in nero e tassarli al 20%. Per chi mastica questa materia si tratta di una misura veramente improbabile, nel senso che nessun professionista consiglierà al proprio cliente di dichiarare qualcosa di cui nessuno si è accorto e che stante il segnale di resa, sempre insisto in manovre in odore di condono, non conviene fare. Se il tuo avversario si sta arrendendo perché scoprirsi il fianco o le spalle? Lascio da parte il reddito di cittadinanza che per come è previsto rischia di diventare un reddito di sudditanza, per giunta inapplicabile e quindi penso neanche migliorabile. Certo però che fino a quando i particolari di inapplicabilità non saranno chiari la misura godrà di un indubbio vantaggio, per poi con il tempo diventare controproducente.

Inoltre vi è una misura che sarà molto gradita al popolo delle partite Iva perché amplia la platea dei soggetti ad una Flat tax fino a 65.000 € di volume di affari per  poi aumentarla fino a 100.000 €. Ci sono misure però che non vanno nella direzione di favore ai cittadini e queste sono legare agli sconti fiscali ed alle detrazioni che verranno ridotte, nel senso che alcune sono state prorogate e si suppone che altre non lo saranno. Non penso che ci sarà una levata di scudi o insorgenza popolare perché alcune misure sono favorevoli ai contribuenti e pensionati e si sa la tasca è importante e viene purtroppo prima degli ideali.

Insomma non c’è una riforma fiscale degna di questo nome perché non tocca nessuna delle leve della disuguaglianza. Non re-inserisce la progressività, anzi propone un ulteriore appiattimento delle imposte, non tocca la cumulabilità dei redditi, anzi propone un ampliamento delle imposte sostitutive ad aliquote molto più basse rispetto a quelle che sarebbero state pagate se ci fosse l’applicazione ordinaria della progressività. Non si toccano i ricchi anche se c’è un piccolo inasprimento per la tassazione delle banche e assicurazioni che scaricheranno tutto su di noi in termini di maggiori costi .

Nessun governo del cambiamento, ma  un governo che incentiva l’assistenza in labirinti inefficaci, ritocca la Fornero, ma senza coperture, e che presenta un biglietto da visita perfetto per le elezioni europee. Indebitarsi di più per questo interesse a breve conviene agli abitanti di questo territorio chiamato Italia? Non porre in alcun modo il tema del debito pubblico italiano, delle disuguaglianze sociali, della speculazione, del ritorno dalle privatizzazioni, della riduzione delle spese militari, significa non toccare il sistema che si arricchisce alle spalle di tutti, ma accarezzarlo tenendo buoni i cittadini con alcune misure di favore.

Potrebbe però significare porre un’ipoteca sul successo elettorale di maggio aumentando il peso insostenibile su un futuro incerto. Gran parte di queste misure in un quadro di effettivo cambiamento avrebbero avuto un significato molto diverso e per me positivo, ma così sembra una manovra di bilancio che lascerà molte “scoperture” senza aver cambiato le premesso e senza aver inciso sulle vere cause del debito alto e della progressiva povertà sociale ed economica.  Come si concilia questo con un paese, che vuole suicidarsi all’ombra di una politica razzista e xenofoba avviata a dominare la scena politica dei prossimi anni perché basata su una narrazione trentennale di finanz-capitalismo?

Abbiamo tentato di decostruire in tanti modi questa narrazione dominante ed insieme, nel corso di un’assemblea popolare a Napoli sugli audit civici e sul debito, abbiamo contribuito ad abbozzare una possibile contro-narrazione. L’ordine dei conti che significa sostanzialmente “non ci sono i soldi” e l’ordine delle cose che si tramuta in un “prima gli italiani”, sono le due espressioni iniziali di un ragionamento aberrante che conduce molti ad esclamare: “c’era una volta l’Italia”. Anche se il governo apparentemente mette in discussione “l’ordine dei conti” di Bruxelles, in realtà non tocca l’assioma conseguente: “prima gli italiani”.

Ma se provassimo a dire che i soldi ci sono, o si possono trovare o devono essere reimmessi da coloro che l’hanno illegittimamente sottratto dal circuito collettivo, e a partire da questo mettere in discussione il debito illegittimo, allora forse riusciremo a considerare che esistono delle organizzazioni che hanno realizzato il cosiddetto delitto perfetto: uccidere, accusare altri e farla franca. Questa èlite, che solo a parole si vuole individuare, ma che nei fatti aiutiamo in tutti i modi, addirittura con la flat tax, aberrazione tributaria e negazione del principio costituzionale della progressività, sono l’espressione della vera disuguaglianza economica e sociale.

Proviamo a riavvolgere il nastro e a ripartire dagli anni settanta. In quegli anni grandi riforme ispirate dalla Costituzione videro la luce ed una stagione di rivendicazioni sociali ed economiche finalmente approdarono nel porto sicuro della giustizia sociale, segno che le lotte coinvolsero grandi strati della popolazione di fronte alle quali i governi dovettero piegarsi. Entrò in vigore una riforma fortemente progressiva dell’Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche), fu deciso l’intervento della Banca d’Italia a tutela del debito italiano, fu introdotta la scala mobile, solo per citare quelle più pertinenti per il discorso in questione. Eventi internazionali mutarono il quadro economico: le crisi petrolifere, in particolare crearono un sistema finanziario importante che iniziò a contare sempre di più.

La Banca d’Italia se ne accorse in ritardo e, soprattutto in occasione di alcuni scandali bancari in cui figurarono coalizzati banche private, Ior, mafia, politica e settori deviati dello Stato, cercò di fare luce e chiarezza, ma pagando un prezzo molto alto. La finanza che governava davvero l’Italia e la politica corrotta di quegli anni fecero guerra a tutto quello che poteva ostacolare questo processo inarrestabile di “mutazione genetica” e fecero, questa volta ingiustamente, incriminare i vertici della Banca d’Italia, giusto il tempo di creare le premesse per quello che è stato da molti definito “il colpo di Stato” finanziario ed economico più silenzioso ed efficace dalla fine della seconda guerra mondiale: il divorzio della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro.

Dopo questa scelta il nostro debito in rapporto al Pil raddoppia e nulla più resterà come prima. Il divorzio in realtà fu un accordo di non belligeranza. I conflitti, fino a quel momento forti e drammatici tra politica e Banca d’Italia che sostanzialmente vertevano sui rischi dei processi di finanziarizzazione per l’intero assetto internazionale, europeo ed italiano, furono barattati con l’allentamento dei controlli in cambio di un generale abbassamento del livello del conflitto. La politica e la finanza avrebbero lasciato in pace la Banca d’Italia ed in cambio questa avrebbe ridotto i controlli su un sistema finanziario infettato e colluso con la criminalità organizzata e con forti poteri diffusi che vedevano nella finanza ombra, e nella deregolamentazione, il nuovo Eldorado. Se quello che sto dicendo è forse la prima volta che viene scritto è perché alle riflessioni generali di molti attivisti ora si unisce qualcosa di più strutturato che il Cadtm Italia cerca di mettere a frutto in un incontro nazionale che si svolgerà nella giornata del 27 ottobre (http://italia.cadtm.org/riforme-fiscali-e-debito-pubblico-italiano/).

Se questo racconto ha una utilità è quella di spiegare come mai gli italiani non possono prendersela con coloro che non erano neanche nati in quegli anni e che non erano neanche presenti in Italia, ma che solo dopo molto tempo approdarono sulle nostre coste in cerca di dignità. Anche le cause attribuite all’Europa finirebbero per ridimensionarsi. Ci siamo fatti mali anche da soli e con noi molti paesi del mondo. Le dinamiche di privatizzazione, utilizzate come risoluzione dei problemi, rappresentarono in realtà la capitolazione dinanzi ai nuovi padroni del mondo. Se questo è avvenuto da noi figuratevi in Africa ed in Asia dove i conflitti sociali sono sfociati in vere guerre militari su cui abbiamo speculato anche noi italiani.

Partire dall’autogoverno della conoscenza allora è essenziale. Mettere queste conoscenze al servizio di una strategia generale in cui i protagonisti diventino tutti “gli abitanti di un territorio” per una reale presa di coscienza delle effettive cause della nostra condizione economica e sociale in modo da reindirizzare correttamente la rabbia sociale, è il mio impegno e spero di molti di voi.