Non esistono poteri buoni

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di Marco Schiaffino

Se si immerge una rana nell’acqua bollente, salterà via. Se la si infila in una pentola di acqua fredda e la si scalda lentamente, la rana non si accorge del pericolo e finisce bollita. La storiella, piuttosto popolare nel mondo anglosassone, si adatta alla perfezione a ciò che sta succedendo intorno a noi. Nel mio personalissimo immaginario, un’eventuale svolta autoritaria in Italia avrebbe preso la forma di un classico colpo di stato hollywoodiano, con carri armati e squadracce sguinzagliate per i quartieri a fare piazza pulita delle possibili cellule resistenti. Quello a cui stiamo assistendo, invece, è un lento degrado che ricorda terribilmente la favoletta della rana bollita o “boiling frog”.

Il voto del Senato che ha sottratto Matteo Salvini al procedimento per l’accusa di sequestro di persona e abuso di potere nel caso Diciotti non può essere considerato il “solito” copione a cui abbiamo assistito tante volte. Al di là del blocco del procedimento, il voto di quei 237 senatori (il minuscolo è voluto) segna un precedente da far rabbrividire. La logica seguita nel giustificare l’operato del ministro, infatti, è allucinante: avrebbe agito nell’interesse dello stato perché lo ha fatto a nome del governo. Tradotto: il governo è al di sopra delle leggi. Tutta la vicenda, di suo, ha quindi toni già piuttosto cupi.

A peggiorare le cose, però, c’è un contesto più ampio in cui tutto questo si colloca. La cronaca recente dimostra infatti che non è solo il principio della divisione dei poteri che traballa, ma anche quella curiosa fede che molti cittadini italiani (mi ci metto per primo) hanno avuto in questi ultimi 30 anni nei poteri “collaterali” al governo (a partire dal sistema giudiziario) come argine di fronte al progressivo imbarbarimento formale della politica e alla deformazione dei sistemi istituzionali. I tribunali, per esempio, hanno rappresentato per molto tempo un argine democratico di ultima istanza. Se e quando qualcuno esagerava, l’altolà, solitamente, arrivava proprio dal sistema giudiziario. Oggi i segnali preoccupanti arrivano anche da lì.

Arrivano, per esempio, sotto forma di alcune sentenze sconcertanti come quelle che hanno ridotto le pene per due femminicidi introducendo in un caso l’attenuante legata a una improbabile “tempesta emotiva”, nell’altro una valutazione che ha considerato come attenuante il mancato mantenimento da parte della vittima della promessa di abbandonare l’amante. Decisioni che (non troppo) casualmente riguardano uno dei temi su cui il nuovo estabilishment sta martellando da tempo. E gli effetti si vedono. Se il flop mediatico del Congresso Mondiale delle Famiglie andato in scena a Verona può essere di consolazione, la sentenza del Tribunale di Ancona che nega l’ipotesi di violenza sessuale perché la vittima “era troppo brutta” (poi stroncata dalla Cassazione) è un indizio fin troppo evidente di cosa sta succedendo.

Rimanendo al settore giudiziario, a confermare la deriva ci sono le parole pronunciate dal presidente del Tar di Brescia Roberto Politi, che in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario ha parlato di un esecutivo finalmente non più pavido nella “lotta ai migranti” che avrebbe finalmente superato la “penosa litania di diritti fondamentali”. Per capirci: il presidente del Tar di Brescia ha detto che finalmente qualcuno se ne frega dei diritti delle persone e li massacra senza pietà.

Nella nuova ondata di repressione non potevano mancare i prefetti, chiamati in causa da sindaci con un quoziente intellettivo pari a quello di una medusa morta per rendere operativi i “daspo urbani” (inventati da Minniti, ministro del PD, lo stesso partito la cui segretaria regionale in Lombardia ha deciso di partecipare al “ricordo” del fascista Ramelli) creando un sistema di apartheid selettivo nelle nostre città in cui gli “indesiderati” possono essere fisicamente relegati ai margini delle città.

Uno scivolamento contro il quale sono mal tollerate anche eventuali contestazioni, come dimostrano gli avvenimenti di Prato. Nel capoluogo toscano il questore ha annunciato di voler denunciare ANPI e antifascisti (non è dato sapere per quale ipotesi di reato) per i fischi rivolti a lui e alla prefetta. Una contestazione legata all’autorizzazione concessa dai due alla manifestazione del 23 marzo di Forza Nuova e che, a leggere le cronache, rientrava ampiamente entro i confini della civiltà.

Insomma: l’impressione è che il governo Di Maio – Salvini non stia regalando solo provvedimenti reazionari, ma stia agendo anche come un catalizzatore all’interno delle istituzioni, spostando sensibilmente i confini del “lecito” e l’ampiezza di quella che può rapidamente trasformarsi in una vera macchina per la repressione del dissenso.

Tornando alla “boliling frog”, può essere di conforto sapere che si tratta di una storiella senza alcun fondamento reale. Anche se si scalda gradualmente l’acqua, quando arriva a scottare la rana salta via. Teniamolo presente.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 39 di Marzo – Aprile 2019. “Si scrive acqua, si legge democrazia