Migrazioni e sicurezza nella societa’ che vogliamo

Lorena

di Roberto Guaglianone

Trattare il binomio “immigrazione e sicurezza”, così come ci viene quotidianamente imposto dai media mainstream, significa innanzitutto scindere profondamente il tema della presenza di persone immigrate da quello della sicurezza individuale, intesa come somma di condizioni di ordine pubblico e privato accettabili per ogni persona domiciliata e comunque presente sul territorio.

Questa dinamica può avvenire in presenza di alcuni obiettivi politici da perseguire:

  • il superamento delle politiche di “proibizionismo migratorio”, con riferimento alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e alle parti più avvedute del recentissimo “migration compact”
  • l’inserimento di tutte le politiche dell’immigrazione nel welfare ordinariamente garantito dagli Stati
  • il conseguente inglobamento di tali politiche nell’alveo delle “politiche di cittadinanza”.

In questo articolo, pur non essendo giuristi, faremo riferimento agli aspetti legali, che condizionano in gran parte le condizioni di sicurezza individuale e collettiva legate al fenomeno migratorio. Resta il fatto che il tema della sicurezza sociale di tutte le persone domiciliate nel territorio continentale debba essere affrontato in una prospettiva più ampia di “riconversione umanitaria” della società, che proceda di pari passo con quella ecologica ed economica.

In concreto, in una prima fase vanno disinnescati gli “ordigni legislativi” e ripristinata un’effettiva uguaglianza nei diritti tra le persone, indipendentemente dalla loro provenienza e status.

Contemporaneamente si dovranno creare le condizioni per un buon funzionamento del welfare state capaci di garantire quei “diritti universali” che si sono nel frattempo ripristinati.

Ne consegue che, dal punto di vista territoriale, si garantiscano diritti di cittadinanza europea a tutti i cittadini, autoctoni o migranti, presenti sul territorio: normative europee che sono necessariamente l’orizzonte verso il quale tendere a partire dalla situazione di chi approda nel nostro territorio continentale da Sud ma che deve avere diritto al riconoscimento di un permesso di soggiorno di tipo europeo.

Tornando all’Italia, si è detto che il nostro Paese è dotato di uno dei più avanzati sistemi di accoglienza in Europa. Quello che il governo giallo-verde ha voluto smantellare, escludendo i richiedenti della protezione internazionale ed abrogando il permesso di soggiorno per motivi umanitari, importante titolo di accesso al sistema per chi si era visto riconoscere questo tipo di protezione non riconosciuta dalle direttive europee da applicare obbligatoriamente in ogni Stato membro.

Questo argomento estromette dalla discussione quello che in realtà è il punto più importante: le politiche sulle migrazioni per lavoro. Il focus concentrato sull’afflusso dei migranti per asilo ha avuto l’effetto di distogliere l’attenzione sull’attuale condizione di quella che – nel nostro Paese – è la condizione del 90% tra le persone immigrate (5,5 milioni) che ancora non hanno conseguito la cittadinanza italiana: il possesso di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Si deve ricordare che, per effetto delle normative più restrittive (legge “Bossi-Fini”, “pacchetto Maroni”) oggi è difficilissimo immigrare regolarmente in Italia per motivi di lavoro, a causa di una procedura volutamente cervellotica (e basata sull’assurdo principio della “conoscenza diretta” del lavoratore da parte del datore di lavoro) come invece era accaduto fino alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, pur sulla base di “quote” di lavoratori indicate dai governi di centrosinistra in numero molto inferiore rispetto alle richieste stesse delle organizzazioni padronali!

Il primo provvedimento da prendere sarebbe quindi il ripristino della normativa nazionale preesistente alla legge 189/2002 (Bossi-Fini), le cui parti ancora vigenti sono da abrogare in toto, ad eccezione dell’articolo che istituisce il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Si favorirebbe così il ritorno ad una chiamata nominativa all’interno non solo di quote stabilite da “decreti flussi”, ma anche di “sponsorship” di cittadini residenti verso stranieri chiamati in Italia per la ricerca del lavoro. In questo modo si allevierebbe la composizione mista (protezione e ricerca lavoro come motivi di fuga) di persone che – per sfuggire al proibizionismo migratorio degli Stati UE – tentano di varcare irregolarmente i confini marittimi e terrestri, anche a rischio della propria vita. Per i rifugiati si dovrebbe fare ricorso sistematico – e ben più ampio rispetto alle dimensioni attuali – ai corridoi umanitari, che garantiscono la totale sicurezza nel viaggio.

Andrebbe poi abrogato quanto introdotto dal ministro Maroni a proposito del collegamento tra durata del permesso di soggiorno e la durata di quello di lavoro, con soli sei mesi consentiti per la ricerca di nuova occupazione in caso di perdita del posto, pena la scadenza del permesso. Anche in questo caso il proibizionismo gioca un ruolo decisivo nella costruzione dell’insicurezza non solo per gli immigrati, che si assoggettano alle peggiori forme di ricatto e sfruttamento per poter rinnovare il loro permesso, ma anche dei lavoratori autoctoni, che vedono aumentare la loro ricattabilità salariale.

Infine, e si tratta di un provvedimento valido sia per i migranti per lavoro che per quelli richiedenti, andrebbero ulteriormente allargate le maglie dei ricongiungimenti familiari, come richiesto da quella che è stata finora l’unica vera campagna di cittadinanza europea promossa da cittadini/e di molti stati dell’Unione, attraverso una specifica raccolta di firme che negli ultimi anni ha coinvolto ampi settori della base sociale.

Oltre, ovviamente, nel 2018-2019, all’Iniziativa dei Cittadini Europei “Welcoming Europe”, indirizzata a modificare le regole di ingresso e permanenza in Europa soprattutto per i richiedenti asilo, rafforzando le risoluzioni più recenti del Parlamento Europeo in direzione della radicale riforma del pessimo Regolamento di Dublino. Quest’ultimo, volto a regolare l’immigrazione per asilo sul territorio dell’UE, è ormai giunto alla sua terza versione, ma resta sempre incardinato sul principio per cui il richiedente e il titolare di protezione internazionale sono vincolati alla permanenza nel “Paese di primo approdo”.

L’esatto contrario del diritto alla libera circolazione all’interno dell’Unione Europea: un proibizionismo sui movimenti interni all’Unione che favorisce il business dei passeurs interni ai confini UE, su cui stava – ad esempio – lavorando l’Unione stessa nel suo percorso di “armonizzazione delle normative europee sull’asilo” iniziato dopo il Consiglio di Tampere, ma nei fatti concluso senza esito nel settennato 2000-2007.

Di fatto è in corso la precarizzazione non solo degli arrivi, ma anche dei “secondi movimenti” e persino della permanenza dei richiedenti e titolari di protezione internazionale.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 41 di Settembre – Ottobre 2019. “La società che vogliamo