Libano: il carnevale della rivoluzione

di Joseph Daher – Articolo pubblicato da Jacobin Italia

Negli ultimi due mesi il Libano è stato sconvolto da proteste di massa, le più partecipate degli ultimi decenni. Le manifestazioni sono cominciate dopo l’annuncio del governo di nuove tasse, inclusa quella sulle applicazioni di messaggistica come What’sApp. In un contesto segnato dalle misure d’austerità e da una crisi socio-economica sempre più profonda, i lavoratori, le lavoratrici e i ceti più poveri hanno deciso che quando è troppo è troppo. Si sono riversati nelle strade, contestando le basi del sistema politico ed economico. Ai loro occhi, tutti i principali partiti sono responsabili della loro miseria.

Contro il settarismo e le ingiustizie sociali

I ceti popolari e i lavoratori libanesi sono soggetti da anni al declino della qualità della vita. Tra il 2010 e il 2016 i redditi delle famiglie più povere sono crollati o rimasti stagnanti, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto incredibilmente alto: solo un terzo della popolazione in età da lavoro ha un impiego, e la mancanza di lavoro tra gli under-trentacinque raggiunge il 37%. Tra il 40 e il 50% dei residenti libanesi non ha accesso all’assistenza sociale. Ai lavoratori stranieri temporanei, circa un 1 milione secondo le stime, viene negata qualsiasi copertura sociale. Secondo uno studio condotto dal Central Statistical Office, metà dei lavoratori e più di un terzo dei contadini del paese si trova al di sotto della soglia di povertà.

Cosa accade invece ai piani alti della società? Tra il 2005 e il 2014, il 10% più ricco si è intascato, in media, il 56% delle entrate nazionali. L’1% più ricco, poco più di 37 mila persone, si è preso il 23% del reddito prodotto – quanto il 50% più povero, più di 1,5 milioni di persone.

Il fallimento economico e politico del Libano ha innescato negli ultimi anni diverse proteste: all’inizio del 2011, durante la Primavera Araba; nel 2012 e nel 2014, contro le cattive condizioni di lavoro; e nell’estate del 2015, contro la sanità scadente. Ma le dimensioni e la portata delle manifestazioni attuali superano di gran lunga le precedenti. Le proteste sono scoppiate non solo a Beirut, la capitale, ma in tutto il paese: a Tripoli, a Nabatiyeh, a Tyr, a Baalbeck, a Zouk. Domenica 20 ottobre, circa 1,2 milioni di persone hanno manifestato a Beirut, e un totale di poco più di 2 milioni di persone è sceso in piazza in tutto il paese – in una nazione che conta 6 milioni di abitanti.

Anche la composizione sociale del movimento lo distingue dalle proteste precedenti: è molto più radicato nelle classi popolari delle manifestazioni del 2015, animate per lo più dalla classe media. Come ha scritto l’accademica e attivista Rima Majed: “Le mobilitazioni degli ultimi giorni hanno mostrato l’insorgenza di una nuova alleanza di classe tra i disoccupati, i sottoccupati, lavoratori e classe media contro l’oligarchia dominante. È un punto di svolta”.

Le enormi manifestazioni di Tripoli, città del nord, e della regione circostante confermano l’intuizione di Majed. Il nord del Libano ospita il 20,7% della popolazione del paese, ma il 46% più povero e il 38% dei poveri in generale. Il sistema sanitario è scadente, mentre i tassi di abbandono scolastico, di disoccupazione, e l’analfabetismo femminile sono tra i più alti del paese. Non è stato intrapreso nessun progetto di sviluppo su larga scala dagli anni Novanta a oggi.

Eppure le proteste di Tripoli sono state descritte come il «carnevale della rivoluzione», con un’atmosfera di festa e i dj che suonavano nella piazza principale della città di fonte a decine di migliaia di manifestanti. Il 24 ottobre i rappresentanti dei sindacati professionali di dottori, ingegneri, e avvocati hanno pubblicato una dichiarazione congiunta in cui esprimevano la loro solidarietà al movimento di protesta cittadino.

Un’ultima caratteristica distintiva del movimento è la sua natura non settaria. Segnali e messaggi di solidarietà tra le varie regioni e da una setta religiosa all’altra si sono moltiplicati dall’inizio delle proteste: per esempio, tra i quartieri di Tripoli di Bab al-Tabbaneh (a maggioranza alawita) e Jabal Mohsen (a maggioranza sunnita), dove negli ultimi anni si è arrivati più volte al conflitto armato; e tra la Tripoli dominata dai sunniti e il sud, composto da città a maggioranza sciita come Nabathieh e Tyr. I manifestanti non stanno soltanto denunciando le politiche economiche neoliberiste e la corruzione, ma tutto il regime settario e orientato agli affari. Come recita uno degli slogan più diffusi nel movimento popolare: «Tutti significa tutti».

La risposta della classe dominante

La rappresentanza politica in Libano è organizzata lungo linee settarie per le cariche più alte dello stato. Il presidente dev’essere maronita, il primo ministro sunnita, e il presidente della camera dei deputati sciita. Il sistema di sette libanese è uno dei principali strumenti usati dai partiti dominanti per rafforzare il loro controllo sulle classi popolari, e mantenerle subordinate ai leader delle loro sette.

In passato, le élite dominanti sono state capaci di distruggere i movimenti con la repressione o facendo leva sulle divisioni settarie. Questa volta, hanno risposto con poche carote e tanti bastoni.

Dopo la prima notte di proteste, il governo ha cancellato alcune delle tasse proposte. Quando la mobilitazione è continuata, il primo ministro Saad Hariri ha dato ai suoi rivali politici un ultimatum di settantadue ore per appoggiare le riforme, e ha annunciato il piano finanziario per il 2020: nessuna nuova tassa, il dimezzamento simbolico dei salari di ministri e deputati, misure di taglio dei costi come la fusione o l’abolizione di alcune istituzioni pubbliche, e la privatizzazione del settore energetico statale.

Queste misure supportate da tutti i principali partiti rispondono in realtà alle richieste della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, e dell’accordo della Conferenza per lo Sviluppo Economico e le Riforme attraverso le Imprese (Cedre), che il Libano ha sottoscritto a Parigi nell’aprile del 2018. In cambio di un prestito di 11 milioni di dollari, il governo ha acconsentito a perseguire partenariati tra pubblico e privato, abbassare il debito e applicare misure di austerità.

Oltre a questo pacchetto di riforme, i partiti dominanti hanno lanciato attacchi sia verbali (accusando alcuni settori del movimento di essere «infiltrati» o di rappresentare una «quinta colonna» al soldo di interessi stranieri) che fisici (riservando ai manifestanti una repressione brutale). Amnesty International ha denunciato la polizia del paese per le violente aggressioni ai manifestanti pacifici di Beirut: la polizia ha sparato una grossa quantità di lacrimogeni tra la folla, ha inseguito i manifestanti con le pistole puntate e li ha picchiati. Nella città di Nabathieh, a sud, i manifestanti sono stati assaliti da impiegati municipali e militanti di Amal ed Hezbollah, due partiti politici sciiti. Dall’inizio delle proteste, centinaia di manifestanti sono stati feriti e sei di loro sono rimasti uccisi.

Aspettative e sfide

Malgrado stia crescendo, il movimento di protesta libanese si trova di fronte diverse sfide organizzative per ottenere delle riforme progressiste. La principale sfida è rappresentata dalla mancanza di un’istituzione popolare in grado di canalizzare le richieste, organizzare i manifestanti al di là delle differenze settarie e geografiche, e avere la meglio sugli elementi più conservatori, che stanno già invocando un governo tecnocratico o un regime militare.

La debolezza delle istituzioni della working-class è un problema di lungo corso. I partiti settari hanno provato attivamente a indebolire i sindacati sin dagli anni Novanta, creando federazioni separate e sindacati in diversi settori, così da ottenere più potere nella Confederazione Generale dei Lavoratori Libanesi (Cgtl). Come risultato, la Cgtl si è rivelata incapace a mobilitare i lavoratori, anche di fronte a politiche neoliberiste sempre più aggressive. I sindacati sono vistosamente assenti nel movimento di protesta attuale.

La Commissione di Coordinamento dei Sindacati (Ucc), il principale attore delle proteste sindacali tra il 2011 e il 2014, è stata ugualmente ostacolata. Nelle elezioni dell’Ucc di gennaio 2015, i partiti settari si sono uniti contro la candidatura della sindacalista Hanna Gharib, che è riuscita ad ottenere il supporto solo dagli indipendenti e dal Partito Comunista Libanese. Dopo quelle elezioni, l’influenza dell’Ucc si è affievolita.

I lavoratori hanno bisogno di un movimento sindacale democratico e indipendente, autonomo dai partiti politici settari e inclusivo dei lavoratori stranieri. Strutture alternative di rappresentanza e organizzazione sono assolutamente indispensabili per sfidare lo strapotere dei partiti settari.

Un segnale promettente: studenti, studentesse e organizzazioni femministe si sono unite alle proteste e sono intervenute in maniera coordinata in tutto il paese. In particolare, le donne hanno partecipato in gran numero, con le femministe a promuovere i diritti delle donne e l’uguaglianza all’interno del movimento.

Contro l’élite dominante

Le richieste del movimento di giustizia sociale e redistribuzione economica non possono essere separate da un’opposizione al sistema politico settario, che protegge i privilegi dei più ricchi e potenti. I partiti dominanti libanesi e le diverse anime della borghesia hanno approfittato degli schemi di privatizzazione e del controllo dei ministeri per costruire e rafforzare la loro rete di influenza, nepotismo e corruzione, mentre la maggioranza della popolazione del Libano, sia straniera che nativa, soffre l’indigenza e la povertà.

Nel riempire le strade in massa, i manifestanti libanesi hanno inserito la loro nazione nel pantheon delle rivolte popolari della regione, iniziate nel tardo 2010 e che continuano ancora oggi, come dimostrano gli eventi del Sudan, dell’Algeria e dell’Iraq. La loro richiesta è tanto diretta quanto ambiziosa: «Vogliamo far cadere il regime».

*Joseph Daher è un accademico e attivista svizzero-siriano. È autore di Hezbollah: The Political Economy of the Party of God” e di Syria After the Uprisings, The Political Economy of State Resilience”.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 43 di Gennaio- Febbraio 2020. “La diseguaglianza e le rivolte