La “questione europea”

 Stefano Risso

di Stefano Risso

Non credo sia utile costruire a tavolino un’Europa ideale, con le inevitabili divisioni nel processo di “raffinazione” dell’ideale. Cosa diversa è porre l’Europa come questione, come domanda irrisolta che ci troviamo di fronte. Una questione complessa non riconducibile a una serie di aut aut (Unione Europea sì o no, Euro sì o no); ma un terreno mutevole su cui dispiegare l’azione politica.

L’Europa e l’Unione Europea

Il primo equivoco è l’identificazione tra il concetto di Europa e quello di Unione Europea.

Tenere a mente la separazione tra i due concetti è il presupposto indispensabile di ogni ragionamento onesto.

I più strenui assertori dell’Unione Europea sfuggono alle domande più ovvie: quali sono i confini dell’Europa? La Russia è parte dell’Europa? Quali devono essere i suoi rapporti con la NATO? Quali con le altre grandi realtà geopolitiche? Esiste una identità culturale europea o almeno un denominatore comune delle singole identità nazionali europee?

A tutte queste domande, chi identifica l’Europa con l’Unione Europea, spesso sfugge trincerandosi dietro l’affermazione di generici “valori occidentali” e dell’esistenza di un generico “Occidente”. In realtà coniugando il capitalismo finanziario globale di questo secolo con la geopolitica atlantista del secolo scorso.

Il terreno più spinoso è sicuramente quello dell’identità culturale europea (o di un denominatore comune delle singole identità nazionali europee).

La giustificata riluttanza ad affrontare il tema si spiega con le atrocità del passato coloniale delle principali potenze europee. Significa però fare un grave torto a quella significativa parte del movimento operaio e democratico europeo che si scontrò fortemente con le politiche imperialistiche delle classi dominanti. Quando il disastro dell’estate del 1914 fece dire a un importante rivista evangelica: “La nostra civiltà [quella europea] ha fatto bancarotta!”1, l’articolo fu immediatamente commentato da V. I. Lenin2, anche perché non coinvolgeva nella bancarotta quelle forze che si erano vigorosamente opposte alla guerra, arrivando addirittura ad auspicare la rivoluzione!.

L’Europa e gli altri: il caso africano

L’identità si definisce anche in rapporto con l’altro ed è significativo il cambiamento di relazioni tra l’Unione Europea e l’Africa.

I trattati commerciali stipulati con i paesi africani in un primo periodo (quello delle varie convenzioni di Lomé, Yaoundé, ecc…) erano caratterizzati da uno spirito collaborativo che non si fondava ancora sull’ideologia neoliberale.

Il sostanziale disinteresse dell’UE nei confronti dell’Africa dopo i cambiamenti geopolitici del 1989 è dovuto al mutare dell’ideologia dominante al suo interno.

Rimangono costanti, in questo quadro in movimento, specifici interessi di alcuni stati: al riguardo è estremamente interessante un saggio del prof. Ndongo Samba Sylla3 sull’unione monetaria CFA4.

Solo una recente polemica politica nostrana ha portato a conoscenza del grande pubblico che alcuni paesi africani francofoni fanno parte dell’area dell’Euro per il fatto di essere stati parte dell’area del franco.

La prima constatazione, forse la più prevedibile, consiste nel fatto che alcune specificità tecniche di quest’unione monetaria ne costituiscono il vero nodo politico. Rimandando alla lettura dell’ottimo testo di Samba Sylla5, basti ricordare che la differenza tra “conti operativi” e “conti anticipi” è stata alla base di aspri scontri, compresi interventi militari esteri, colpi di stato (spesso riusciti) e rivoluzioni (spesso fallite). Come sempre il diavolo ha l’abitudine di nascondersi nei dettagli.

Non si deve nemmeno pensare che l’economia francese si regga in modo significativo su questa rendita di posizione: l’interscambio tra Francia e paesi CFA costituisce solo il 3% del commercio estero francese. Questa base, non certo estesa, crea però il 20% dei profitti di alcune imprese francesi che rivestono ruoli multinazionali.

Il libro di Samba Sylla è particolarmente tempestivo in quanto esiste attualmente un progetto di creazione di una valuta comune africana che si estenda anche a paesi dell’Africa anglofona e spezzi il cordone ombelicale con la Francia.

Il processo in corso è complesso, ma è interessante che il superamento dell’appartenenza all’area dell’Euro (tramite il Franco CFA) venga tentata non con la creazione di singole monete statali, bensì con una comune moneta e un orizzonte continentale. C’è da augurarsi che le riflessioni critiche sul limite dell’Euro, moneta senza stato, siano recepite dai nostri vicini africani.

Questo potrebbe diventare un proficuo terreno di confronto tra Attac europei e Attac africani.

Porre la costruzione di nuovi rapporti tra Africa ed Europa sarebbe anche un utile per spezzare lo stallo politico e culturale che si sta creando sulla questione dell’emigrazione.

Da un lato prendere in parola l’ipocrita affermazione “aiutiamoli a casa loro”, dall’altro costringere i paladini di un umanitarismo generico a confrontarsi con le reali politiche del capitalismo finanziario globalizzato.

Quest’approccio pragmatico, non privo di contraddizioni, che sta emergendo in Africa rispetto alle forme di cooperazione e integrazione interafricana, sia monetarie che più generali, può aiutare noi europei a portare l’analisi e il dibattito sulla “questione europea” fuori dalle secche dell’alternativa alle strutture istituzionali, le cui risposte si assumono come dirimenti di ogni successiva scelta politica.

Un esempio di questo nuovo approccio alla questione europea viene curiosamente dalla gran Bretagna ed è stato attivato proprio dalla Brexit.

Gli amici di Global Justice Now (corrispondenti in UK dell’EAN6) si sono trovati a rinnovare il proprio forte interesse a partecipare a un movimento europeo nel momento in cui il loro paese sta lasciando le istituzioni europee. Il loro contributo è particolarmente interessante anche da un punto di vista teorico7.

Finora il mondo altermondialista europeo ha ricevuto un apporto teorico prevalentemente francese, molto positivo e concreto, comunque caratterizzato da una specifica cultura politica: quella di un paese caratterizzato da una lunga storia statuale, la cui memoria permea le categorie della politica.

Oggi, a fronte di una nuova bancarotta meno tragica ma non meno significativa di quella del 1914, è interessante il rafforzamento di contributi provenienti da altre esperienze, dalla Germania (uno “stato tardivo”8 come l’Italia) e dalla Gran Bretagna della Brexit. Da paesi che, per diversi motivi storici, devono confrontarsi con una azione politica cittadina solo parzialmente inseribile in un contesto istituzionale dato.

La “questione europea” si pone con forza di fronte a tutti quei movimenti che in Europa lottano per una società più giusta, democratica ed ecologica sia nel proprio paese che in Europa.

Non si può pensare alla democratizzazione delle istituzioni dell’Unione Europa (impresa erculea) o al suo scioglimento o abbandono (ipotesi speculare) come preliminare ad ogni possibile azione politica. Dobbiamo attrezzarci per una consapevolezza della necessaria dimensione europea (in senso continentale e non isolo istituzionale) delle lotte.

In altre parole dobbiamo emanciparci dalla vulgata dominante che vuole riassumere la Democrazia in un insieme di regole e procedure, per comprenderne il significato storico e profondo di realtà conflittuale tra una “parte democratica” (quella dei molti, oggi moltissimi) contro la “parte oligarchica” (quella dei pochi, oggi pochissimi).

In questo conflitto, che si articola dal locale al globale, la dimensione specificamente europea è un terreno di scontro ineludibile, ancora in parte inesplorato.

Si tratta di un terreno da esplorare da molti punti di vista, non solo sociale, ecologico ed economico, ma ancor di più da in punto di vista culturale (particolarmente di cultura politica), geografico (meglio geopolitico) e anche istituzionale.

In questa prospettiva l’Unione Europea deve essere vista come terreno (arduo) di scontro e non come strumento di dannazione o salvezza in base a opposti e speculari approcci ideologici.

Se da queste lotte, più esattamente dalla comune consapevolezza della loro natura europea, nascerà una nuova e concretamente comune identità europea, non possiamo saperlo.

Se l’Europa (o una sua parte consistente) sarà annoverata anch’essa tra le verspätete Nationen9, oggi non ci è dato saperlo.

1 Züricher, U.W. “Friede auf Erden!” in “Neue Wege : Beiträge zu Religion und Sozialismus” (settembre 1914)

2 Sotsial-Demokrat No. 34, December 5, 1914

3Economista, direttore dell’ufficio di Dakar della Rosa Luxemburg Stifturng

4Comunità Finanziaria Africana, si tratta di unione monetaria (in realtà una pluralità di unioni) tra Francia ed alcune sue ex-colonie in Africa

5Fanny Pigeaud, Ndongo Samba Sylla “L’arma segreta della Francia in Africa: una storia del Franco CFA” – ed. Fazi – ISBN 9788893255660

6EAN European Attac Network – gruppo di collaborazione europea degli Attac, GJN ne fa parte in rappresentanza della gran Bretagna

7In particolare si segnalano gli interventi di Nick Dearden sui siti di Global Justice Now e di Anothereurope.org

8“verspätete Nationen” sono definiti quei paesi (come Germania e Italia) che hanno raggiunto l’unità statuale molto dopo altri (come la Francia)

9Vedere nota precedente

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 41 di Settembre – Ottobre 2019. “La società che vogliamo