La chimera della “Green Economy”

di Paolo Cacciari

Tutte le versioni di “sviluppo sostenibile” fin qui conosciute (da quelle più soft della “crescita verde”, dell’“economia circolare” ed altre, a quelle più socialmente caratterizzate che oggi prendono il nome del Green New Deal)  si basano sull’ipotesi di fondo  del “decoupling” –  la separazione della curva dell’aumento del Pil dalla curva delle pressioni ambientali. Vale a dire, sulla possibilità di continuare a perseguire un aumento della crescita economica e, contestualmente, ottenere una diminuzione degli impatti antropogenici sui cicli naturali,  sul “consumo di natura” (throughput), sia sul versante dei prelievi di risorse primarie non rinnovabili (estrazione di materia), sia su quello degli sversamenti e delle emissioni.

Il proposito di  “disaccoppiare”  la crescita economica dai danni che essa provoca al funzionamento della biosfera è certo positivo, peccato però che risulti essere un’illusione se non un vero e proprio inganno. Ad affermarlo – da ultimo – è una fonte non sospetta, l’European Environmental Bureau (composto da 143 organizzazioni di 30 paesi) con il rapporto Decoupling Debunked. Evidence and arguments against green growth as sole strategy for sustainability, luglio 2019. [N.d.R. Versione italiana del rapporto disponibile qui]

Già nel titolo l’ipotesi del decoupling viene “smascherata”. A seguito di una rigorosa e analitica indagine sulle premesse teoriche e sugli effetti pratici del decoupling (desunti dalla letteratura scientifica esistente), i numerosi e qualificati autori del rapporto giungono alla conclusione “chiara e schiacciante” che “non ci sono prove empiriche evidenti a sostegno dell’esistenza di un disaccoppiamento della crescita economica dalle pressioni ambientali”, almeno alla scala, nel tempo e nelle dimensioni richieste per fermare il degrado ambientale in atto. Ciò non significa che non siano comunque utili le strategie volte ad aumentare l’efficienza dei processi economici, diminuire gli sprechi, riciclare, ecc., ma rimane il fatto che il disaccoppiamento da solo, cioè senza “il ridimensionamento diretto della produzione economica in molti settori e una riduzione parallela dei consumi (…) non è stato e non sarà sufficiente a ridurre le pressioni ambientali nella misura necessaria”.

I ricercatori dell’EEB hanno analizzato gli andamenti e le correlazioni tra l’uso delle principali risorse naturali (materie prime, energia, acqua) impiegate nei processi produttivi e di consumo e gli impatti generati (gas climalteranti, perdita di suolo, inquinamento delle acque e perdita della biodiversità). Hanno poi valutato  se nel corso degli anni si sia registrata una qualche inversione di tendenza (decoupling) nella relazione tra consumo di natura e Pil nelle varie scale, nazionali e globali. Mentre è possibile riscontrare che l’“intensità di materia” incorporata per unità di Pil nei paesi ricchi è migliorata (nel senso che diminuisce la quantità di materia che ogni dollaro si trascina dietro), a livello globale però l’uso di risorse naturali continua ad essere in crescita. Negli ultimi 40 anni le materie prime usate sono triplicate (circa 9 tonnellate pro capite all’anno in media). I pochi studi esistenti  sui bilanci di materia sono confermati.

Molto spesso – documenta il rapporto dell’EEB – l’aumento di efficienza dei macchinari si traduce solamente in una aggiunta di merci immesse sul mercato (effetto rimbalzo). Altre volte si tratta solo di uno spostamento dei problemi da una matrice ambientale ad un’altra (vedi il nucleare), da una materia prima in esaurimento ad un’altra ancora più rara (vedi litio, rame, cobalto), da una regione ad un’altra attraverso l’esternalizzazione delle produzioni più sporche in paesi con minori protezioni ambientali. Vere e proprie forme di neoimperialismo.

Senza poter qui rendere conto in dettaglio del rapporto, limitiamoci a prendere atto delle conclusioni a cui sono giunti gli autori: “Abbiamo esaminato la letteratura sul disaccoppiamento empirico alla ricerca di prove che giustificassero la ‘crescita verde’ come strategia politica. La nostra scoperta è chiara: la letteratura sul disaccoppiamento è un pagliaio senza ago. Di tutti gli studi analizzati, non abbiamo trovato alcuna traccia che giustifichi le speranze attualmente investite nella strategia del disaccoppiamento. Nel complesso, l’idea che la crescita verde possa effettivamente affrontare il problema delle attuali crisi ambientali non è sufficientemente supportata da basi empiriche”.

La “green economy”, insomma, è una pericolosa chimera, una “fantasia distraente”. Una strategia che si affida solo all’innovazione tecnologica e ai meccanismi di mercato potrà al massimo procrastinare le catastrofi ambientali, ma non eliminarne le cause. Così, affermano i ricercatori della EEB: “i policymaker devono riconoscere il fatto che per invertire le crisi climatica e della biodiversità (che sono solo due delle diverse crisi ambientali) sia possibile porre in essere un ridimensionamento diretto della produzione e del consumo nei paesi più ricchi. In altre parole, sosteniamo un passaggio di priorità dall’efficienza alla sufficienza, con la seconda posta davanti alla prima”. [Traduzioni mie].

Mi auguro che questi nuovi studi facciano finalmente spegnere il sorrisino stupido che compare sulle labbra di tanti  economisti (di destra e di sinistra) quando sentono parlare di decrescita e post-sviluppo, “degrowth” o “post-growth”. La riduzione delle pressioni sull’ambiente richiede una riduzione della produzione e del consumo (perlomeno nei paesi più ricchi) che –in un sistema capitalistico – comporterebbe inevitabilmente una riduzione delle merci e dei servizi immessi sul mercato. Con buona pace del Pil.

La questione non è nuova. Si trascina da decenni. Vedi l’ottimo lavoro di ricostruzione del concetto di Pil di Lorenzo Fioramonti (proprio l’attuale ministro alla pubblica istruzione), Presi per il Pil. Tutta la verità sul numero più potente del mondo (L’asino d’oro,2017) e, prima ancora, il fondamentale libro di Rita Madotto, L’ecocapitalismo. L’ambiente come grande business (Datanews 1993).

Infatti il decoupling non è affatto una strategia nuova messa in campo dai grandi poteri economici. Con altri termini e altre modalità viene ripresentata a più riprese, con lo stesso intento: far credere che possa esistere un capitalismo dal volto green (oltre che umano, responsabile, etico…). La “dematerializzazione” delle produzioni e la “decarbonizzazione” dell’energia  sarebbe a portata delle innovazioni tecnologiche in essere: nanotecnologie, miniaturizzazione degli strumenti, bioingegneria, energie rinnovabili, ecc. applicate intelligentemente (smart cities)  grazie all’informatizzazione dei processi. “Bio+Web”; qui starebbe la svolta salvifica, la via di uscita dalla crisi, i nuovi posti di lavoro, il ritorno ad un rapporto armonioso con la natura, insomma la grande riconversione ecologica dell’economia, il “New Deal verde”.  I nostri figli troveranno un lavoro soft, bello e buono, noi mangeremo più sano, le città saranno un fiorire di orti urbani.

Per contro la contrapposizione tra capitalismo e natura (oltre e assieme a quella con il lavoro, con le donne, con i sud del mondo, con le altre specie animali…) è stata indagata infinite volte sul piano teorico. La crisi climatica è solo la conferma e la dimostrazione. Nessuna green revolution sarà possibile senza una trasformazione strutturale, sistemica del contesto socioeconomico oggi dominato dalla logica del profitto, dell’accumulazione, della massimizzazione dei rendimenti economici. Il capitalismo non è nient’altro che un progetto di progressiva, permanente cattura e dominazione globale da parte di una piccola elite dell’umanità su ogni forma di vita esistente. Una vera e propria guerra alla natura e di sottomissione dei più deboli.

La speranza è che questo straordinario movimento delle giovani generazioni riesca a comprendere i nessi che concatenano la distruzione dell’ambiente, il geocidio, il biocidio, l’ecocidio con l’esercizio del potere economico, militare, politico sul mondo. Ma non basterà capire. Bisognerà cominciare ad agire sottraendo spazi di azione al capitale: zolla per zolla, albero per albero, foresta per foresta, mare per mare…

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 42 di Novembre – Dicembre 2019. “Il Sol dell’avvenire e l’avvenire del Sole