La Bolivia ci interroga

di Francesco Martone

TIPNIS sta per Territorio Indigena y Parque Nacional Isiboro-Sècure. Le vicende del TIPNIS possono forse aiutare a riassumere la realtà nuda e cruda che in questi mesi in Bolivia si è manifestata con tutta la sua evidenza e contraddittorietà. Questa chiave può aiutare a scandagliare quello spazio immateriale e non detto che intercorre tra l’adesione sic et simpliciter al sostegno quasi fideistico ad un progetto “supuestamente” rivoluzionario, e il suo rigetto, altrettanto fideistico in chiave reazionaria e oligarchica.

Insomma, lo spazio che intercorre tra chi oggi grida al golpe o al tradimento e chi alla liberazione dal tiranno. Categorie e parole che cancellano ogni possibilità di articolazione e analisi critica, che faccia tesoro di quanto si muove nei movimenti sociali, organizzazioni indigene e di base, ecologiste, femministe e libertarie del continente. E dai quali forse avremo qualcosa da apprendere.

TIPNIS, è un’area protetta di foreste, abitate da tempo immemorabile da popolazioni indigene. Il piano del governo di Morales era di aprire una strada contro la volontà delle comunità locali, un segno dell’impronta modernizzatrice che lui ed il suo governo volevano imprimere al paese. E quella strada venne fatta, contro la volontà popolare, repressa duramente dalla polizia di Evo.

Il TIPNIS ha rappresentato per Morales la cartina al tornasole della sua lealtà ai principi conclamati nella Costituzione boliviana, quelli della Pacha Mama e dei diritti della Natura, così chiaramente delineati nella “Cumbre de los Pueblos” di Cochabamba di qualche anno prima.

Interessante il parallelo con quanto stava accadendo nell’Ecuador di Rafael Correa, con il progetto ITT-Yasuni, promosso da movimenti sociali ed ambientalisti ecuadoriani ed internazionali per tenere il petrolio “bajo tierra” e non danneggiare un ecosistema fragilissimo e la sopravvivenza di popolazioni indigene non-contattate. Mentre negoziava prestiti internazionali per il progetto, Correa stava con l’altra mano negoziando concessioni petrolifere ai cinesi, nonostante la Costituzione ecuadoriana declamasse i diritti della natura ed una Consulta Popular nazionale avesse determinato il sostegno al ITT-Yasuni, poi ricusato con lo scrutinio delle schede manomesso e posto sotto tutela dei militari. Chi proponeva ITT-Yasuni e contrastava l’estrattivismo venne schedato, seguito, spiato, criminalizzato. Due parabole assai simili e significative.

Il TIPNIS è l’esempio più calzante del paradigma sviluppista, della “grandeur” vera o presunta, che avrebbe poi portato Morales ad annunciare il lancio di un satellite costruito in Cina, il Tupac Katari 1, l’apertura del paese ai prodotti transgenici, e, infine, al taglio del nastro di un palazzo presidenziale al centro di La Paz, un mostro di cemento ed acciaio che avrebbe dovuto incarnare il suo mito, la concezione statalista del potere, il culto della sua personalità.

Se ora siamo arrivati a quel che la Bolivia sta vivendo in queste settimane concitate, è forse per una serie di fattori che si sono accumulati e che vanno tenuti in debito conto. E che hanno finito per creare il brodo di coltura nel quale rischiano di prosperare ora fantasmi del passato. Senza per questo rinnegare – e va ribadito con forza e chiarezza – i passi in avanti fatti da Morales, ed anche da Correa o da Hugo Chavez. Il problema principale appare essere quello del potere, che logora, che vizia, che fa sentire invincibili e imprescindibili.

L’altro pilastro necessario per una lettura radicale, antiautoritaria, ecologista e decoloniale del processo rivoluzionario, o supposto tale, in Bolivia (ma in ogni paese latinoamericano che si è imbarcato nel Socialismo del XXI Secolo) riguarda la colonialidad del poder, che si esprime con la delegittimazione delle legittime rappresentanze dei movimenti indigeni, o l’appropriazione del loro patrimonio simbolico.

Come ha detto con nettezza l’antropologa femminista e indigena aymara boliviana Silvia Rivera Cusicanqui: Morales è nelle mani del “cholaje (gli abitanti di origine indigena che vivono nelle zone urbane dell’altopiano) antiindio, militare, acculturato, machista, colonizzato, brutale, irrazionale ed ecocida. E’ solo la maschera dell’indio ed ha usurpato il valore simbolico di tutte le lotte sociali”. Oggi molti movimenti femministi boliviani non rinnegano la scia di cambiamento innescata dal MAS nel corso degli anni, e temono il golpe delle destre, ma, allo stesso tempo, criticano le scelte di Morales e del suo governo.

Perché se è vero che Morales, ed a suo tempo Correa,  riuscirono in un un’impresa impossibile, quella di sollevare i loro paesi o meglio le classi sociali da sempre escluse dal destino che pareva ineluttabile, dall’altra sono franati miseramente di fronte al potere. Né sono riusciti a scardinarne l’architettura estrattivista, e coloniale. E patriarcale.

“Che sia un golpe delle destre –dice Maria Galindo, artista, attivista GLBQTI, animatrice del collettivo Mujeres Creando e del Parlamento delle Donne-  è solo parte della realtà; il problema è che Morales è diventato un caudillo e una maschera allo stesso tempo. che non ha esitato ad alimentare il conflitto, spesso appropriandosi simbolicamente, e snaturandolo, del patrimonio di lotte che lui stesso prima aveva innescato o consolidato”.

In Bolivia, non ci sono solo Morales ed il MAS, né solo i bianchi razzisti di Santa Cruz de la Sierra. Né Morales né Mesa sono riusciti a catalizzare il sostegno della maggioranza della popolazione. Si era aperto, e si potrebbe ancora aprire, un terzo spazio, che avrebbe potuto essere occupato da coloro che erano i supposti beneficiari delle politiche di Morales: settori e movimenti indigeni, ambientalisti, femministi, di lavoratori e del campo, che da tempo ne denunciavano le incongruenze, il machismo, la fissazione per l’estrattivismo.

Non è il primo esempio e non sarà l’ultimo, ma sarà urgente per chi si ritiene di sinistra, per quanto questo termine possa ancora significare, interrogarsi sul potere e sulla potenza.

Giacché oggi chi resta aggrappato al potere lo perde, e chi invece si insinua nelle rivolte ed usa tatticamente la potenza lo conquista.

Fa impressione notare le similitudini tra l’apparizione dell’uomo della provvidenza il Macho Camacho con l’ascesa del suo probabile compagno di merende Jair Bolsonaro in Brasile. O con quell’altro losco figuro di Guaidò, meteora delle recenti vicende venezuelane, la solita camicia bianca inamidata, la parola di Dio e quella del libero mercato.

Tra una destra e una sinistra screditate, arriva un terzo. Poteva essere il popolo, ed invece è l’ennesimo predicatore in camicia bianca con la Bibbia in mano. Unto dal signore. E tutti maschi, come in una “pelea de gallos”.

Ora la situazione in Bolivia è complessa e rischia un risvolto ancora più tragico, La polarizzazione  tra maschi-alfa rischia di trascinare il paese in una guerra civile.

Il rischio è quello di invisibilizzare il resto, quelle migliaia di persone, in carne ed ossa, che ci hanno messo il “cuerpo” e la “cara”, che sono scese legittimamente in piazza -magari motivate da quel che i loro coetanei hanno fatto in Ecuador e Cile- per reclamare il rispetto delle regole e dire la loro senza diventare carne da cannone di scontri di potere. Quando si scatena la violenza, chi ha a cuore la cosa pubblica e la propria comunità dovrebbe tentare di abbassare i toni, creare i presupposti per un dialogo che eviti la guerra fratricida. Come invocato incessantemente dai collettivi femministi del Parlamento de las Mujeres, donne che da tempo denunciano il patriarcato ed il machismo di governo e delle destre e che si sforzano di ricucire le fratture, le ferite, e di praticare la dimensione politica della cura e la protezione degli spazi sociali. Donne che dicono: “Questa situazione è inammissibile, e grottesca la prospettiva. Come possiamo collocarci dietro una coalizione civica che per anni ha difeso con tanta durezza i privilegi coloniali? E com’è possibile che l’altra opzione sia solo ammettere la continuità con un governo ormai esaurito, dopo aver distrutto tutta l’energia delle lotte e l’autonomia politica delle organizzazioni sociali?”

Ci sarà ancora tempo e spazio per scongiurare l’irrimediabile ed evitare che la destra peggiore, razzista, e fondamentalista vada al potere? Per approfondire il processo di emancipazione e trasformazione del paese innescato anni or sono ed ora sbiadito forse irrimediabilmente? Ovvero per “democratizzare la rivoluzione e rivoluzionare la democrazia”? La stessa domanda vale per l’Ecuador: sarà possibile riattivare i germi del cambiamento radicale insiti nella costituzione di Montecristi, quelli della Revolucion Ciudadana, fatta dai cittadini e non da chi pensa di risolvere tutto con la conquista del potere?

Per quanto riguarda noi che viviamo dall’altro lato dell’oceano, forse la condizione imprescindibile per contribuire per quanto possibile a tutto ciò sarà quella di affrontare la“colonialidad” che abbiamo nella nostra testa. Noi che ci innamoriamo delle rivoluzioni altrui dalle nostre stanze o tastiere per supplire all’incapacità di fare la nostra.

Come detto in un interessante articolo pubblicato tempo fa dalla rivista ROAR : Reflections on a Revolution, forte sostenitrice ad esempio dell’esperienza confederale in Rojava o dello zapatismo, quindi non certo tacciabile di simpatie di destra o riformiste:

“Mentre noi progressisti dell’Occidente spesso siamo i più rigorosi nel monitorare o giudicare i partiti socialdemocratici al governo nei nostri paesi, troppo spesso idealizziamo le realtà politiche in Bolivia ed altri paesi latinoamericani, non solo per mancanza di informazioni, ma anche perché abbiamo bisogno di esempi che diano speranza – e ciò potrebbe portare a conclusioni sbagliate, strategie sbagliate e campagne di solidarietà fuorvianti da parte della Sinistra [1] (ROAR Magazine, Bolivian authoritarianism: not just a right-wing charge” by ROAR Collective on November 3, 2014 – http://roarmag.org/…/bolivia-authoritarianism-mas-elections/)

Fonte: Other news. Voci Controcorrente

Altri due episodi significativi riguardo al TIPNIS servono a dare altri elementi di contesto. Per anni i negoziati ONU sul clima hanno rappresentato uno spazio importante che la Bolivia ha sempre usato come spazio politico, di rivendicazione e di costruzione di un proprio profilo internazionale. Uno spazio nel quale praticare o meglio usare la narrativa della Pacha Mama, e della prima presidenza indigena del paese. Uno spazio che era inizialmente presidiato da una delegazione con a capo Pablo Solon (ora fortemente critico di Morales e delle scelte del suo governo), folta di rappresentanze indigene di base, quelle della CIDOB. Ad un certo punto, di punto in bianco, cambiano le carte. Solon si dimise in contrasto con le scelte estrattiviste di Morales e comparvero sulla scena due CIDOB, quella “autentica” e quella “oficialista”, incarnata da un manipolo di indigeni in costume con un portavoce di governo, l’unico che parlava castellano, e loro senza traduzione in aymara o quechua. Secondo episodio, sempre relativo al TIPNIS, quando una delegazione del Tribunale dei Diritti della Natura prova a fare una visita di sopralluogo per acquisire elementi direttamente dalle comunità impattate.

Una delegazione composta da autorevoli accademici ed attivisti ecologisti e di sinistra, per un tribunale fatto di alti rappresentanti indigeni, accademici e, appunto, attivisti latinoamericani e non. Ebbene, quella delegazione venne sequestrata a scopo intimidatorio per una giornata più o meno da cocaleros della zona. Già, perché poi agli atti risultò che obiettivo di Morales era di aprire quella strada per agevolare i cocaleros ed assicurarsi il loro sostegno politico. Ed ecco che dietro TIPNIS si apre – come nel gioco del cacciamine con il quale molti di noi ci deliziavamo sui nostri laptop in tempi immemorabili nelle pause noiose del nostro lavoro di – ora attempati – attivisti ecologisti e per i diritti dei popoli indigeni – un quadro ben più ampio.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 43 di Gennaio- Febbraio 2020. “La diseguaglianza e le rivolte