L’avvenire della città tra governo e governance

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di Domenico Luciani (architetto)

Ho accettato senza indugi l’invito all’Università di Attac per una riflessione sul futuro di Venezia, al riparo da appartenenze e urgenze. Stiamo cercando di indagare sui meccanismi a scala planetaria che hanno determinato, nell’età della “mobilità di massa”, una modificazione strutturale del tessuto antropologico e abitativo. Stiamo cercando di pesare i diversi fattori attuali di questa modificazione: la curiosità presenzialista e i modi del viaggio che la alimentano, il diritto universale alla conoscenza diretta dei luoghi e gli interessi che lo strumentalizzano, le azioni e gli agenti speculativi immobiliari, gli usi commerciali e i disegni d’investimento che ne derivano. Abbiamo davanti un teatro di conflitti d’interesse e di confronti di idee che potrebbe apparire inedito. 

Ma se allarghiamo lo sguardo e riattraversiamo la vicenda storica degli ultimi due secoli, ci accorgiamo che intorno alla questione del che fare di questo “mundus alter”, di questo stupefacente artificio Città/Laguna su scala territoriale, questi conflitti e questi confronti, pur con connotati diversi, sono sempre presenti nel corso del tempo e sempre  riconducibili a un quadro di tensione tra due polarità che hanno origine nella situazione creatasi alla fine della Repubblica e che si ripresentano oggi sotto una nuova forma con misure davvero allarmanti. 

Da una parte (polarità del governo) metterei l’accento sulle energie e volontà endogene, espressioni della città, idee e proposte elaborate dalla popolazione attraverso esperienze di democrazia diretta e rappresentativa, con il coinvolgimento di gruppi dirigenti locali, di esperti, anche portatori di interessi purché trasparenti, culturalmente lungimiranti, socialmente utili. Sono ben consapevole di come sia ardua la valutazione delle energie endogene, delle volontà in campo quando pensiamo a un corpo sociale di poche decine di migliaia di persone come sono quelle che oggi, in condizioni singolari, vivono una loro quotidianità ordinariamente operosa. Dall’altra (polarità della governance) metterei in evidenza energie e volontà esogene, interessi e poteri esterni, non misurabili, non controllabili, entità che puntano a usare i patrimoni di natura, di storia, di umanità insediata, a deciderne un destino di “valorizzazione” con operazioni raramente ispirate a buone pratiche di salvaguardia e destinazioni d’uso compatibili, anzi spesso riferibili a evidenti appetiti immobiliari e/o finanziari.

Sarebbe ridicolo anche solo immaginare una sintesi della storia di due secoli nello spazio di una comunicazione a un convegno. Una delle infinite singolarità di Venezia, in questo caso tutta positiva, è l’enorme base documentaria della sua storia, accompagnata da una delle più vaste bibliografie esistenti sulla faccia della terra, il meraviglioso Archivio di Stato e gli altri archivi, delle istituzioni ecclesiastiche e del Comune, le biblioteche, Marciana, Correr, Querini Stampalìa, università, fondazioni, seminari. Devo avvertire che sto volando per seguire un filo rosso obliquo e resecato ai due secoli successivi alla fine della forma-stato Repubblica di Venezia, la storia di una città, di un insediamento umano lagunare e via via di un dominio a scala mediterranea. Questo serve per scusarmi delle semplificazioni inevitabili, per garantire uno spirito lontano da certe nostalgie venetiste e per dar l’idea del gigantesco deposito in cui ci stiamo muovendo. E anche per preavvertire che la mia radicalità federalista non si spinge fino a fantasticare che il “problema Venezia” sia risolvibile con le sole forze del corpo sociale insediato.  

Nei secoli XIX e XX dei quali qui ci occupiamo, alla “modernità” sono stati dati molti nomi. Per convenzione possiamo chiamarla modernità industriale, distinta dalle altre (un esempio, la renovatio urbis tra XV e XVI secolo) per le quali la storiografia usa spesso gli stessi termini. Ci aiuteranno anche a evitare la trappola dell’economicismo mettendo un po’ meglio a fuoco, quando si parla di trasformazioni urbane e territoriali, il parametro della politica e dell’antropologia. Valga, tra i tanti, e per tutti, l’esempio della nascita di Porto Marghera, per il quale è stato usato il gustoso termine “modello economico volpista”. Con i nostri occhiali possiamo ben vedere come in realtà l’idea di Volpi di Misurata, maturata già nel corso della Grande Guerra (Cesco Chinello docet), sia un’operazione che produce effetti anche economici ma si muove sul terreno della politica e dell’antropologia, coinvolge la natura usando la montagna (energia) e la laguna (spazio pubblico), incide nella storia e nella cultura di una regione modificando radicalmente la vita di intere popolazioni, usando la crisi di un mondo contadino di fronte all’esplosione demografica, alla guerra e al profugato, ribaltando l’assetto amministrativo locale con l’accorpamento di alcuni Comuni della terraferma e della Laguna in un unico Comune di Venezia, convocando i poteri centrali – l’esecutivo per le infrastrutture necessarie (ferrovie e moli) e il legislativo per le regole dell’intermodalità portuale – insomma piegando tutto a un disegno politico e a una vera e propria mutazione antropologica. Si tratta di un capolavoro dal punto di vista della tecnocrazia e delle relazioni tra poteri economici e istituzioni pubbliche centrali e locali, agibile soltanto dentro una concezione e una prassi marcatamente autoritarie dello Stato.

Nel corso dei due secoli della modernità industriale incontriamo, lungo il filo costante della tensione tra istanze/energie endogene e appetiti/energie esogene, almeno una decina di momenti di intensità drammatica per gli effetti che determinano nel tessuto naturale, culturale, sociale. Metto queste salienze in una lista provvisoria fin troppo asciutta.

Prima salienza: decennio 1806-1814. Trasformazione esogena traumatica dell’organizzazione della forma-stato ad opera dei funzionari napoleonici. Vanno gambe all’aria l’intera armatura corporativa (vedi i lavori di Massimo Costantini), il relativo stato sociale, l’articolazione parrocchiale. Dei 150.000 abitanti, 30.000 erano iscritti alle oltre 100 corporazioni d’arte e mestieri; le parrocchie sono diminuite di numero, i conventi (non le chiese) vengono indemaniati e utilizzati per scopi civili. Viene messo in atto il primo tentativo di rompere il carattere insulare di Venezia con il progetto della Strada Eugenia, da Castello alla Terraferma via Certosa-Vignole.

Seconda salienza: 1841-1846. Modificazione radicale per iniziativa esogena dell’Impero austro-ungarico tesa a omologare (normalizzare) il sistema Città/Laguna alla modernità industriale. Viene definito il rapporto con la terraferma con la fine dell’insularità per mezzo del ponte ferroviario e la stazione di testa nell’area degli Scalzi. L’ipotesi non realizzata era di portare la ferrovia fino al Bacino San Marco, con due varianti. La prima lungo le Zattere con un emporio merci sul canale della Giudecca e la stazione persone alla Dogana (soluzione Jappelli). L’altra lungo il bordo sud della Giudecca e la stazione nell’isola di San Giorgio. Alcuni decenni dopo  viene garantita anche l’intermodalità acqua/ferro per le merci con un porto commerciale alla Marittima. La modernizzazione industriale di Venezia, inseguita anche con altre iniziative (l’Arsenale austriaco, il grande molino e le fabbriche alla Giudecca), resterà di fatto un tentativo incompiuto e, in tutte le fasi successive, le ragioni dell’innovazione cercheranno una relazione più attenta all’equilibrio con le ragioni della conservazione. Si aprirebbe qui una riflessione sulla parallela storia delle idee di protezione e tutela dei patrimoni naturali e storici nel contesto generale dell’evoluzione della sensibilità collettiva verso la natura e la memoria, sul ruolo della normativa pertinente a scala europea (proprio Vienna ne è uno dei centri). Resta il fatto che nel caso di Venezia l’alterità del luogo risulterà irriducibile ai parametri funzionali industriali. 

Terza salienza: 1868. Lo Stato monarchico italiano istituisce a Venezia la Scuola Superiore di Commercio, la futura Università Ca’ Foscari (storicamente l’Università era a Padova dal  medioevo). Altra modificazione, questa volta dovuta alla collaborazione tra governo e governance (la figura di Luzzatti è uno degli snodi).

Quarta salienza: anni ’80 del XIX secolo. La costruzione del campo trincerato va letta come una “grande opera” in terraferma legata a ragioni del tutto esogene.Va tra l’altro annotato che nell’anno 1900 l’impero austro-ungarico immagina un attacco a Venezia.

Quinta salienza: fine XIX e inizio XX. L’idea (questa volta endogena) di Venezia come centro internazionale delle Arti. La Biennale. Il turismo vive una fase di significativo allargamento di impronta borghese. Possiamo parlare di una prima relativa ondata dopo il Grand Tour che coinvolge il Lido, i Giardini di Castello con i nuovi padiglioni.

Sesta salienza: negli anni della Grande Guerra ha origine l’iniziativa esogena/endogena di Porto Marghera. La realizzazione del progetto ha inizio nel 1917. Lo Stato e alcuni soci privati perfezionano negli anni ’20 e ‘30 l’idea di un grande polo industriale, un’iniziativa complessa di modernizzazione capitalistica. Nel 1926 viene inaugurato il ponte automobilistico. L’epopea industrialista produce la confusione tra condizione operaia (ritmi, turni, nocività massacranti) e ideologia operaista (la fabbrica emancipatrice, la classe operaia avanguardia sociale e politica…). Lo “sviluppo” prosegue ininterrotto fino agli anni ’50, con la costruzione del canale dei petroli, il più grave atto contro l’organismo lagunare, entra in campo la seconda zona industriale e il petrolchimico. L’idea industrialista/operaista coinvolge settori di ogni matrice ideale e culturale. A leggere certe dichiarazioni sindacali e certe elaborazioni politico-culturali attuali c’è da chiedersi se oggi quell’idea sia davvero superata.

Settima salienza: anni ’80. L’Expo. L’ipotesi di contrastare la deindustrializzazione con un evento effimero e devastante è quasi del tutto esogena. All’inizio si oppone solo qualche figura di spicco. Ad appoggiarla si distinguono, tra gli altri, alcuni architetti con proposte di stralunati interventi lagunari. Rimasta allo stadio di intenzione e non avendo prodotto effetti traumatici misurabili nell’ambiente fisico e nella qualità della vita concreta degli abitanti, l’idea dell’Expo appare un ingrediente non secondario del degrado culturale e morale che arriva all’inizio degli anni ’90. Il dibattito pubblico lascia code velenose da un punto di vista antropologico perché crea attese di mirabolanti interventi internazionali e abbassa le già traballanti virtù civiche del corpo sociale, e per questo ha diritto a un posto nella mia lista delle salienze.

Sull’ottava salienza, il Mose, caso planetario di degenerazione tecnocratica con robuste appendici giudiziarie, e sulla nona, nella quale metto tutti insieme i fenomeni esogeni attuali solo apparentemente ingovernabili, come l’invasione turistica e il gigantismo navale, lascio a voi proseguire il volo, naturalmente senza togliere gli occhiali.

La decima salienza, la “questione delle abitazioni”, a me pare particolarmente insidiosa perché in regime di libero mercato, e in assenza di un’azione pubblica di riequilibrio, il valore di scambio della casa è incommensurabile al valore d’uso e l’affitto turistico è incommensurabile con l’affitto equo a chi vive e lavora in città.   

Vorrei insistere sulla visione storicistica, per ribadire che l’avvenire di questa città non può che fondarsi sull’antagonismo irriducibile ai parametri della modernità industriale, della quale osserviamo i segni del tramonto già negli anni ’60 del 1900, in controtendenza con iniziative che, come si è visto, puntavano alla sua rianimazione. Un tramonto negli anni ’70 del tutto evidente, nei fatti, nei dati statistici, così come negli anni ’80, quando si riaffaccia una visione del futuro appoggiata ai caratteri costitutivi del sistema Città/Laguna, e Venezia viene finalmente ripensata come una città, non come un centro storico (costoso, faticoso, elitario) di un ambito urbano più vasto. Non so dire quanto questo cruciale ripensamento sia entrato nel senso comune, nelle rappresentanze amministrative, nelle rivendicazioni sindacali. La mia impressione è che il peso della modernità ottocentesca e novecentesca lavorino ancora a fondo nella mentalità maggioritaria.

Due iniziative, tra le tante, mi paiono rivelatrici: il consolidamento del Canale dei Petroli e la conferma del groppo infrastrutturale nell’area di Mestre e Marghera, linee esistenti, completamento di lavori in corso per il trasporto locale su ferro (Sistema Ferroviario Regionale), ipotesi in vista (Tav e internodo ferrovia/aeroporto); insomma un groppo a tutta evidenza irrisolvibile se si conferma e anzi si “piastrifica” la stazione di Mestre. Ne uscirà un groviglio di linee e di manufatti (utili a chi li fa) che allontanano di decenni un vero riordino infrastrutturale su scala regionale mentre si aggrava lo spezzettamento del tessuto insediativo in Terraferma in varie fette e una serie di spazi interclusi per la felicità degli speculatori edilizi degli studiosi del terzo paesaggio.

Venezia per il prossimo secolo ha davanti, contemporaneamente, compiti di mobilità a scala territoriale e compiti di microcosmo, di cura dello spazio pubblico nelle sue infinite forme possibili (si veda l’indagine di Franco Mancuso), esigenze di coraggiosa innovazione in ogni aspetto del mondo delle arti e dei mestieri necessari alla manutenzione del sistema Città/Laguna, a cominciare dalla mobilità acquea (il moto ondoso è un nemico mortale). Si apre  inevitabilmente, se si vuol venirne a capo, una fase in cui il pur indispensabile dialogo tra la polarità del governo e la polarità della governance venga impostato sulle ragioni dell’interesse pubblico. Ma per poter anche solo pensare a un dialogo siffatto sono necessari passi espliciti da entrambi i versanti.

Dal versante endogeno della società, dalla parte del governo (nella quale cruciale poter mettere l’amministrazione pubblica locale), viviamo una crisi della comunità. Eppure, dentro alla crisi, si agitano figure, gruppi, comitati, microcosmi di opposizione alla omologazione, di antagonismo alla governance. C’è insomma oggi a Venezia (e sono qui rappresentati) un’antologia significativa di questi microcosmi antagonisti sui terreni più diversi. E c’è anche un faticoso prezioso lavoro per metterli in relazione tra loro e farli dialogare. Ora, a me pare, e spero di poterlo dire senza giri di parole, che sia necessario e possibile fare dei concreti soggettivi passi in avanti. Innanzitutto esporsi al dialogo con le entità ufficiali, amministrative, culturali, gestionali con piglio adeguato. Immaginare e sperimentare azioni capaci di contenere contemporaneamente le ragioni dell’antagonismo e le ragioni della cura. Un dialogo nel quale la denuncia di quel che non va non è separata dalla proposta di chi e come intende occuparsene. Rivendicare il carico della cura coinvolge un sostegno concreto e necessario per la cura e sposta il rapporto con l’istituzione nella direzione di un trasferimento di quote di potere gestionale reale, compreso l’investimento pubblico pertinente. 

Vorrei infine porre attenzione alla elaborazione e alla sperimentazione di cellule primarie di democrazia decentrata alla scala del microcosmo, in dimensioni sociali di taglia minuta, ad esempio tenendo come riferimento la dimensione territoriale delle parrocchie, ma iniziando anche con riunioni di vicinato su questioni piccole ma sulle quali sia concretamente possibile arrivare a risultati misurabili. L’obiettivo mi pare già ben delineato in ognuna delle esperienze viste in questo incontro:  salvaguardare e magari consolidare le energie ancora in campo per avviare una metamorfosi verso un’entità sociale coesa che abbia il carattere di una comunità, contenga cioè al suo interno energie e volontà adeguate a delineare e perseguire un’idea di sé, a governare le trasformazioni per dare al luogo di cui si sente responsabile la forma e la vita che riflettono quell’idea. 

Dal versante della governance non riesco a definire con nettezza le figure in campo e gli interlocutori, gli amici e gli avversari. Non saprei dire a quale di questi tre gruppi appartengano le attuali rappresentanze elette. Certo, il dialogo presuppone almeno due figure, ma una deve pur aprirlo. Nelle situazioni in cui viene aperto, o almeno incoraggiato, dalla rappresentanza, tutto diventa più interessante. In una situazione come la nostra, dovrebbero essere le iniziative di base a fare tutte insieme un passo così forte da far emergere un quadro comunitario di sussidiarietà radicalmente federalista.    

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 40 di Maggio – Giugno 2019. “Una città per tutti