James O’Connor marxista atipico

di Giovanna Ricoveri

Da sempre impegnato nelle battaglie per la giustizia sociale nel mondo e per l’integrazione razziale negli Stati Uniti, James O’Connor (1930-2017) – il teorico della “seconda contraddizione” – ha scritto testi fondamentali per capire il sistema capitalista. Il più famoso dei suoi libri tradotti in tutto il mondo resta The Fiscal Crisis of the State (1973), pubblicato anche in Italia nello stesso anno con lo stesso titolo dall’editore Einaudi e la prefazione di Federico Caffè, economista non marxista, l’unico forse ad avere capito allora la portata generale di quel testo. Nella fase del capitalismo maturo propria degli Usa già nella seconda metà del secolo scorso, lo Stato pretende di essere indipendente dal capitale e dalle classi dominanti (questa la tesi del libro) mentre invece ne serve gli interessi, e non assolve più al ruolo di mediatore di tutti gli interessi in campo.

Avevo incontrato Jim O’Connor nei primi anni ’60 a New York, dove io ero studentessa di economia alla Columbia University e lui docente di “labour economics” al Barnard College. Eravamo rimasti in contatto anche quando io ero rientrata in Italia e lui si era trasferito a Santa Cruz, alla University of California. Nel 1989 mi chiese di incontrarci a Genova, in Italia, dove era stato invitato come relatore alla Festa dell’Unità, allora quotidiano del PCI (Partito Comunista Italiano). Tema del nostro incontro, dare vita anche in Italia a una rivista di ecologia politica rosso-verde, sorella di Capitalism Nature Socialism (CNS), la rivista da lui fondata insieme a Barbara Laurence, nel contesto di una rete di quattro riviste sorelle: quella statunitense; quella spagnola, Ecologia Politica, diretta da Juan Martinez Alier e pubblicata a Barcellona da Icaria, la casa editrice di Anna Monjo; quella francese, Ecologie et Politique, diretta da Jean-Paul Deléage, e quella italiana, cui O’Connor mi chiedeva di dare vita in Italia.

La pubblicazione di CNS statunitense, il cui primo numero era uscito nel 1988, ha segnato una svolta importante nel percorso intellettuale di O’Connor, soprattutto perché la rivista si è misurata con le mutate condizioni della situazione internazionale, intervenute con le conquiste operaie e studentesche della primavera del 1968, la controffensiva della Destra e la nuova fase della globalizzazione neoliberista, la caduta del Muro di Berlino, l’implosione dell’Unione Sovietica e la fine del mondo bipolare. La questione ambientale, scriveva O’Connor nell’introduzione al primo numero di CNS, è stata rimossa dai partiti della sinistra occidentale – socialisti, socialdemocratici e anche da quelli marxisti, la sua famiglia di appartenenza – costretta nelle vecchie categorie del marxismo economicista e dell’industrialismo del ventesimo secolo. Tutto ciò accade, continuava O’Connor, nonostante i nuovi movimenti sociali – ambientalisti, femministi, urbani e dei lavoratori- fossero protagonisti della nuova fase post seconda guerra mondiale, denunciandone le conseguenze negative sulle proprie condizioni di vita e di lavoro.

La seconda contraddizione tra capitale e natura, sosteneva O’Connor, è “seconda” rispetto alla “prima”, quella tra capitale e lavoro, ma solo perché è emersa dopo, quando il sistema capitalista è diventato distruttivo non solo della forza lavoro e della natura ma anche del capitale. Il sistema capitalista è distruttivo per sua stessa natura, precisava, ma questa tendenza ha subito una forte accelerazione nello sviluppo capitalista globale successivo alla seconda guerra mondiale. La matrice culturale di questo progetto, concludeva, è sicuramente da ricercarsi in Marx – non nel marxismo –oltre che in Karl Polanyi (La grande trasformazione, 1944) e nella sua critica dell’economia capitalista.

La proposta fu ben accolta in Italia dai comunisti critici, come i fondatori del quotidiano il manifesto, e dagli intellettuali e accademici ambientalisti come Giorgio Nebbia, Laura Conti, Giovanni Berlinguer e molti altri. La critica di O’Connor cercava infatti di rispondere a tre grandi temi, così riassunti: primo, la crisi ecologica è una causa fondamentale della crisi economica e sociale, perché mercifica la natura e distrugge il legame sociale, il collante essenziale della vita sulla terra. Il rapporto tra crisi economica e crisi ecologica è ciò nonostante rimosso da coloro che ne sono i principali responsabili. Secondo, le denunce e le soluzioni indicate dai nuovi movimenti sociali sono determinanti per superare la crisi della democrazia rappresentativa nella fase della globalizzazione neoliberista e della finanza, che crea ricchezza senza occupazione. Terzo, lavoro e natura sono due contraddizioni speculari, da affrontare insieme come due facce della stessa medaglia, e questa è una questione negata ancora oggi nonostante l’Enciclica “Laudato Si” di Papa Bergoglio del 2015 abbia chiarito molto bene questa questione.

Allora in Italia eravamo agli inizi di una fase nuova della contestazione ecologica, definita dagli storici “Primavera ecologica”, parafrasando il titolo del famoso libro di Rachel Carson, Silent Spring (1962). Lo sviluppo industriale del secondo dopoguerra, basato sulla chimica, il petrolio e il ciclo del mattone, produsse una nuova stagione di lotte operaie sui luoghi di lavoro e di movimenti sociali da parte degli abitanti delle aree di insediamento delle fabbriche, che rimasero a lungo separate, limitando l’efficacia sia delle lotte di fabbrica che dei movimenti sociali. In questo contesto, un ruolo positivo venne dal referendum sul nucleare militare e civile che si tenne in Italia con successo nel 1987, un anno dopo l’incidente nucleare di Chernobyl, in Ucraina, Unione Sovietica.

Fu dunque relativamente facile mettere in piedi la rivista italiana il cui primo numero uscì nella primavera del 1991, con lo stesso nome della rivista statunitense, Capitalismo Natura Socialismo (CNS) – poi cambiato in Ecologia Politica – coordinata dalla sottoscritta e da Valentino Parlato, allora direttore del quotidiano comunista il manifesto, che accettò di pubblicare la rivista.

Si aprì un periodo positivo durante il quale la rivista italiana divenne un luogo di aggregazione e di confronto tra le diverse anime della sinistra alternativa, o rosso-verde come venne allora definita in Italia e in Europa. La costruzione della rete delle quattro riviste e il free copyright esistente tra di loro, stimolò il confronto delle idee e rapporti frequenti, incluso alcuni incontri internazionali, i più importanti dei quali si tennero in Spagna, a Barcellona e a Valencia, e in Italia, a Roma e a Ferrara. Ma non durò molto, perché il vento neoliberista soffiava già forte anche in Europa e in Italia, dove nel 1994 vinse le elezioni Silvio Berlusconi, un imprenditore entrato in politica “per difendere l’Italia dal comunismo” (questa la motivazione da lui addotta per entrare in politica). La Destra berlusconiana ha governato per quasi 20 anni, durante i quali ha inquinato e trasformato la società italiana e ha aggravato la crisi della sinistra novecentesca.

Dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, la crisi della sinistra italiana è andata avanti fino a farsi paladina dell’economia di mercato e della flessibilità del lavoro come fossero valori positivi in sé, cessando così di rappresentare gli interessi degli ultimi, i subalterni. La questione ambientale è stata cancellata dall’agenda della politica, e tutte le leggi e i vincoli ambientali introdotti in Italia nella seconda parte del secolo scorso sono stati cancellati. Le conseguenze sono state sempre più drammatiche e – insieme ad altri fattori – negli ultimi anni hanno favorito il global warming, che sta cambiando la faccia della terra, così come le politiche reazionarie delle “piccole patrie” in Europa e l“America First” negli USA di Donald Trump.

Nelle recenti elezioni europee del 26 maggio 2019, ha prevalso in Italia – non ancora in Europa – il sovranismo, che è la versione italiana dell’America First di The Donald. I partiti socialisti sono stati fortemente ridimensionati in tutti i paesi europei, o sono addirittura scomparsi, proprio perché non sono stati capaci di ridefinirsi facendo i conti con il sovrasfruttamento delle risorse che nel terzo millennio è diventato il problema dei problemi. Non tutto è perduto, e in diversi paesi europei – ma non in Italia – crescono i partiti verdi, e in tutto il mondo è in atto la mobilitazione degli studenti contro il cambiamento climatico, Fridays For Future, guidata dalla giovane e coraggiosa attivista svedese Greta Thunberg.

James O’Connor ha lasciato la direzione di CNS nel 2002 per gravi ragione di salute, subito dopo la rivola di Seattle contro il WTO (World Trade Organization), ed è venuto meno alla fine del 2017. Le idee e i valori per cui ha vissuto e lottato non si sono inverati ma il suo impegno ha contribuito a tenerli vivi. Restano i suoi scritti, che costituiscono un patrimonio importante, una eredità che può diventare decisiva in questa lunga fase di transizione, perché la contraddizione ambientale del capitalismo – la seconda contraddizione – è sicuramente uno snodo ineliminabile per la sopravvivenza della vita sul pianeta Terra.

Questo testo, rivisto e aggiornato, uscirà sul numero di dicembre di “Capitalism Nature Socialism”, la rivista americana fondata da James O’Connor.

 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 42 di Novembre – Dicembre 2019. “Il Sol dell’avvenire e l’avvenire del Sole