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  • Cinque storie di ordinaria precarietà

    Pubblichiamo cinque racconti di una rubrica sulla precarietà lavorativa dei giovani aperta dal sito delle Camere del lavoro autonomo e precario (CLAP)

    Per chi volesse prendere contatto, l'indirizzo è: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo..

    Primo raccontoFinale di Champions League: non è tutto oro quel che luccica

    Secondo racconto"Nino, Nino, Nino": medici precari in ambulanza

    Terzo raccontoPiù sorrisi? Più soldi! Un mese di lavoro gratuito per le campagne umanitarie

    Quarto raccontoColloquio per Ryanair

    Quinto racconto“Food manager”? Servi polpette e sorridi

     

    Primo racconto
    Finale di Champions League: non è tutto oro quel che luccica

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    “Ah ma hai lavorato a San Siro per la finale UEFA? Che figata!” NO! FIGATAUNCAZZO. “Beata te!” NO! Non eravamo beate nessuna di noi 200 hostess. Che da mezzogiorno ci siamo ritrovate là, sotto il sole a fare appello dopo appello, fila dopo fila, a timbrare il pass una alla volta per ogni spostamento. Poi quelle mezz’ore di attesa che si fanno infinite, aspettare che il personale UEFA ti venga a prendere per mostrarti l’area di lavoro, sentirti spronata a ingozzare qualunque snack ti sei portato dietro, perché, “ricordati che rimangerai solo alle 21!”.

  • Editoriale: Non è un Paese per giovani

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    di Vittorio Lovera

    Interrogare il passato non serve a niente. E’ al futuro che bisogna fare le domande. Senza il futuro il presente è solo disordine” Jean Claude Izzo

    Un passaggio tratto da “Chourmo”, opera seconda della splendida trilogia marsigliese dell’indimenticabile Jean Claude Izzo.
    Un passaggio che ben si attaglia anche alla drammatica situazione vissuta, oramai da tempo infinito, nel nostro Paese da intere generazioni e, più in generale, riconducibile alla decadente parabola del pianeta rispetto proprio alle soluzioni da proporre alla questione giovani/lavoro/prospettive.

    Ci raccontano costantemente di un Paese che non c’è più, legato al remoto ricordo del boom dei “gloriosi anni trenta”, il periodo del dopoguerra che consentì ad intere generazioni di sognare e praticare in ascesa la mobilità sociale, cioè la possibilità di migliorare la propria posizione sociale rispetto a quella di provenienza.
    Ma non c’è oggi, purtroppo, un solo indicatore - sociale o economico – che invece lasci intravedere un barlume di speranza, di “ripresa”, di superamento di quelle pazzesche diseguaglianze ingenerate dal “malsano quarantennio del liberismo”.

  • Il girone infernale del popolo dei voucher

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    di Roberto Ciccarelli 

    Articolo tratto da il Manifesto del 6.10.2016 https://ilmanifesto.it/il-girone-infernale-del-popolo-dei-voucher/

    Tutto (o quasi) quello che vorreste sapere sui voucher, e non avete mai osato chiedere,si trova oggi nella ricerca commissionata dall’Inps a Bruno Anastasia, Saverio Bombelli e Stefania Maschio «Il lavoro accessorio dal 2008 al 2015». 
    Il paper, lanciato su twitter dal presidente dell’istituto previdenziale Tito Boeri, chiarisce che i buoni da 10 euro destinati al pagamento orario delle prestazioni occasionali non servono a fare emergere il lavoro nero e in molti casi rappresenta l’unica fonte di reddito a disposizione di chi non è mai entrato nell’«Olimpo» dei contratti stabili.

    La maggioranza del milione e 380 mila percettori dei buoni lavoro nel 2015 opera in nero e, solo in parte, viene pagata con i voucher. I lavoratori maschi tra i 30 e i 50 anni che sono effettivamente emersi dal nero rappresentano una componente irrisoria e, tra l’altro, hanno un costo aziendale medio annuo tra i 6-700 euro ciascuno. In realtà, i voucher sono un «iceberg» e segnalano che il «nero» è in gran parte rimasto sott’acqua. Il lavoro a scontrino va piuttosto inteso come una prestazione associata molto spesso al lavoro part-time.

  • La custodia popolare di Mondeggi

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    a cura del Comitato per la salvaguardia e il recupero della fattoria di Mondeggi - Bagno a Ripoli (FI)

    Da circa tre anni qualche centinaio di persone presidia terreni e case di proprietà della Città Metropolitana di Firenze, situati a Mondeggi nel comune di Bagno a Ripoli. In queste pagine le ragioni della lotta, la vita quotidiana e gli ideali dei contadini mondeggiardi. I nodi politici, ecologici ed alimentari della questione.

    MONDEGGI BENE COMUNE – FATTORIA SENZA PADRONI
    Il percorso fatto

    La società agricola di Mondeggi-Lappeggi S.r.l. in liquidazione, di proprietà della Città Metropolitana di Firenze, gestiva una storica tenuta appartenuta a famiglie nobili quali i Bardi, i Portinai, i della Gherardesca. Tradizionalmente articolata in diversi poderi abitati da contadini, legati ad un'antica villa padronale, la fattoria comprendeva circa duecento ettari di terra, comprensivi di parco, vigneti, olivete, pascoli e seminativi. L'antica organizzazione poderale della fattoria, fu sostituita nel tempo da un'impostazione aziendale riconducibile al modello di impresa agricola moderna con coltivazioni estensive, massiccio ricorso alla meccanizzazione delle lavorazioni e impiego costante di trattamenti chimici convenzionali.

  • La fuga dei precari

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    di Raphael Pepe
    Si sente spesso parlare negli ultimi dieci anni della cosiddetta “fuga dei cervelli”, di quei tanti giovani laureati o dottorati che scelgono di partire all’estero per lavorare, cercando migliori opportunità e soprattutto un riconoscimento delle loro capacità che spesso manca in Italia.

    Sono tanti i dottorandi che si trovano a collaborare anni e anni con i nostri atenei, da lavoratori precari, facendo spesso da semplici assistenti ai cosiddetti baroni delle università, e guadagnando spesso meno di un operaio.
    La tendenza della stampa italiana è di creare l' immaginario collettivo di giovani talenti che partono verso America, diventano grandi ricercatori e fanno scoperte di cui si parla a livello internazionale..

    Questo fenomeno esiste, ma parlare di fuga dei cervelli è riduttivo. I dati parlano chiaro: se di fuga si tratta, è una fuga dei precari!

  • La nuova bolla: i prestiti d'onore

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    di Marco Bersani

    La tua formazione è la cosa più importante”. Non si tratta dell’esortazione di qualche riconosciuto pedagogista, bensì dell'invito per gli studenti universitari a usufruire di “Unicredit Ad Honorem”, il prestito fino a un massimo di 27.700 euro per un periodo variabile a seconda del corso di studi, al termine del quale l'ammontare del denaro utilizzato insieme agli interessi maturati verrà trasformato in prestito personale. 

    Il finanziamento per coltivare i tuoi sogni”, raggiunti i quali sarà possibile richiedere “il periodo di grazia” per una durata massima di 2 anni, per poi partire con il rimborso da un minimo di 12 a un massimo di 180 mesi. Tutte le principali banche hanno avviato da tempo questo “servizio” agli studenti, i quali tuttavia si sono ad oggi dimostrati sanamente renitenti ad utilizzarlo. “Le cause sono di ordine culturale, legate alla tradizionale elevata avversione al debito nel nostro Paese” lamenta ABI, l'Associazione Bancaria Italiana.  

  • Non è un Paese per giovani

    il granello di sabbia maggio giugno 2017 

    Per scaricare il pdf, cliccare sull'immagine qui sopra

    Indice

    Editoriale: Non è un Paese per giovani

     di Vittorio Lovera

    Un Paese che ha minato il suo futuro

     di Marco Bersani

    Vite rinviate

     omaggio postumo a Luciano Gallino

    La fuga dei precari

     di Raphael Pepe

    Cinque storie di ordinaria precarietà

    a cura delle Camere del lavoro autonomo e precario (CLAP)

    Il girone infernale del popolo dei voucher

    di Roberto Ciccarelli

    La nuova bolla: i prestiti d’onore

     di Marco Bersani

    Autogestione come alternativa sociale: la custodia popolare di Mondeggi

    a cura del Comitato per la salvaguardia e il recupero della fattoria di Mondeggi - Bagno a Ripoli (FI)

    Rubriche

    Il fatto del mese

    I “grandi” ora parlano chiaro

     di Marco Schiaffino

    Democrazia Partecipativa

    Pubblica amministrazione e partecipazione: l’esercizio della democrazia come questione organizzativa

     di Daniela Patrucco

    Migranti

    Muri, frontiere e industria della sicurezza

     di Lorenzo Bagnoli

    In marcia per un’altra accoglienza

     di Raphael Pepe

    Debito

    Ristrutturazione, audit, sospensione e annullamento del debito

     intervista a Eric Toussaint

    Programma dell’Università estiva di Attac Italia “Lavoro e non lavoro”, Cecina 15-17 Settembre 2017

     

  • Un Paese che ha minato il suo futuro

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    di Marco Bersani

    La decadenza di un Paese si misura innanzitutto sulla condizione sociale e culturale delle sue giovani generazioni. Perché risiede in quella fascia di età l’energia, la creatività, la possibilità di un futuro per l’intera società. Un Paese che non investe sui giovani sta segando il ramo su cui è seduto.
    Da questo punto di vista, l’Italia si trova in una condizione drammatica.
    Alcuni dati bastano a capirne i contorni.

  • Vite rinviate

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    Sei domande sulla crisi, il lavoro, la società (omaggio postumo a Luciano Gallino)

    1. Che la crisi non fosse terminata né che fosse congiunturale appare ormai evidente anche a chi non frequenta abitualmente i territori dell’economia e della finanza. Così come è probabile che gli effetti più virulenti, sia sul piano del benessere materiale sia su quello dell’immaginario, dobbiamo ancora vederli. Ma qual è realmente l’entità della crisi e cosa ci dobbiamo aspettare per i prossimi mesi e i prossimi anni?

    La crisi che è cominciata nel 2007 e che a qualcuno sembrava attenuarsi, se non essere superata, è riesplosa con violenza circa un anno fa e ha assunto una connotazione un po’ diversa: prima sembrava che il problema fosse solo quello delle banche, adesso sembra che sia soprattutto quello degli stati, dei bilanci pubblici. È una crisi gravissima perché nasce dal fatto che è stato lasciato incancrenire un problema che avrebbe dovuto essere affrontato già nell’autunno 2008, quando fallirono alcune grandi banche negli Stati Uniti e in Europa (soprattutto nel Regno Unito). Le banche sono state salvate a suon di parecchi trilioni di dollari, somme che non potevano non influire sui bilanci pubblici. Parliamo di trilioni di dollari e di euro: più di sedici trilioni di dollari negli Stati Uniti, intorno ai tre, quattro trilioni di euro in Europa. Il sistema finanziario uscito da quella prima crisi si è rimesso in piedi, almeno in apparenza, con una certa rapidità e già nel 2010 i problemi che prima sembravano gravare sulle banche si sono scaricati sui bilanci pubblici, che essendo dissanguati dai salvataggi delle banche oggi hanno maggiori difficoltà anche per affrontare le spese ordinarie.