attac italia

  • Attivare una riconversione ecologica della Società - n.16, novembre dicembre 2014

    di Guido Viale

     

    Il termine “conversione ecologica” è stato introdotto quasi trent’anni fa da Alex Langer per sintetizzare il percorso necessario per ricondurre l’attività e la convivenza umane entro i limiti della sostenibilità sociale e ambientale.

  • CHE SUCCEDE ALLA POSTA?

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    di Marco Bersani

    Pochi giorni fa, il CdA di Poste Italiane ha approvato il piano industriale e strategico 2015-2020.

  • Cinque storie di ordinaria precarietà

    Pubblichiamo cinque racconti di una rubrica sulla precarietà lavorativa dei giovani aperta dal sito delle Camere del lavoro autonomo e precario (CLAP)

    Per chi volesse prendere contatto, l'indirizzo è: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo..

    Primo raccontoFinale di Champions League: non è tutto oro quel che luccica

    Secondo racconto"Nino, Nino, Nino": medici precari in ambulanza

    Terzo raccontoPiù sorrisi? Più soldi! Un mese di lavoro gratuito per le campagne umanitarie

    Quarto raccontoColloquio per Ryanair

    Quinto racconto“Food manager”? Servi polpette e sorridi

     

    Primo racconto
    Finale di Champions League: non è tutto oro quel che luccica

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    “Ah ma hai lavorato a San Siro per la finale UEFA? Che figata!” NO! FIGATAUNCAZZO. “Beata te!” NO! Non eravamo beate nessuna di noi 200 hostess. Che da mezzogiorno ci siamo ritrovate là, sotto il sole a fare appello dopo appello, fila dopo fila, a timbrare il pass una alla volta per ogni spostamento. Poi quelle mezz’ore di attesa che si fanno infinite, aspettare che il personale UEFA ti venga a prendere per mostrarti l’area di lavoro, sentirti spronata a ingozzare qualunque snack ti sei portato dietro, perché, “ricordati che rimangerai solo alle 21!”.

  • Contro l'apertura indiscriminata dei mercati

    Emiliano Brancaccio

     

  • Contro le privatizzazioni occulte: Il ruolo di una Grande Coalizione Sociale - n.16, novembre dicembre 2014

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    diCorrado Oddi (Forum Italiano Movimenti per l'Acqua)

    1. Il Grande comunicatore sembra procedere in modo inarrestabile e a grandi falcate lungo il proprio cammino. Il progetto è quello che proviene in modo limpido dalle sirene neoliberiste che sono egemoni da lungo tempo in Europa, nonostante Renzi faccia finta di litigare con la Commissione Europea; in più è, contemporaneamente, rafforzato e reso meno trasparente da una buona dose di populismo e di propaganda. La triade su cui si muove è decisamente semplice: azzeramento del diritto del lavoro e precarizzazione dello stesso, con l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, il restringimento degli ammortizzatori sociali e l'estensione delle forme di lavoro precario; ripresa di un forte ciclo di privatizzazioni, a partire dalle aziende che gestiscono i servizi pubblici locali e che garantiscono i beni comuni, a cui si associa la continuità dei tagli agli Enti Locali; restringimento degli spazi di democrazia, finalizzando a ciò le riforme costituzionali e la riforma elettorale, con l'obiettivo di rendere centrale il costituendo partito della nazione e ridurre la rappresentanza. Al fondo di tutto ciò non è difficile vedere un'idea strategica su come aggredire la crisi e rispondere ad essa. Anche se non dichiarata, c'è una sostanziale valutazione negativa sul capitalismo italiano e la sua capacità di ricostruire una fase di sviluppo, da cui discende, da una parte, la “necessità” di attrarre il capitale industriale e finanziario straniero, a cui si offre in cambio una nuova subordinazione del lavoro; dall'altra, il fatto di rendere profittevoli e consegnare al mercato settori sinora riservati all'intervento pubblico, dall'acqua alla sanità, dal trasporto pubblico alla scuola, sempre rendendoli appetibili al capitale internazionale, ma proponendo qui anche una possibilità di ricollocazione del capitalismo nostrano. Infine, il ridisegno dell'architettura istituzionale, con il predominio del ruolo dell'esecutivo e la costruzione di un sistema politico basato su uno schema bipartitico e di pura alternanza, guarda a garantire quelle condizioni di stabilità, anch'esse giudicate essenziali ai fini di rendere affidale e attrattivo il Paese. In questo quadro, mi interessa sviluppare un breve ragionamento sul tema del rilancio di un forte ciclo di privatizzazioni e di finanziarizzazione dei servizi pubblici locali, che finora è rimasto un po' troppo in ombra. In realtà, occorre avere grande attenzione ai provvedimenti messi in campo dal governo con il decreto SbloccaItalia e con la Legge di Stabilità. Essi mirano esplicitamente, attraverso il taglio delle risorse destinate agli Enti Locali da una parte, e dall'altra, prevedendo che i proventi ricavati dalla vendita delle quote societarie di proprietà degli stessi Enti Locali potranno essere utilizzati al di fuori dei vincoli del patto di stabilità, ad accantonare definitivamente il risultato referendario di 3 anni fa, disegnando una prospettiva per cui, in futuro, alcuni grandi monopoli privati – le multiutilities quotate in Borsa – gestiranno la gran parte dei servizi pubblici locali.
    2. Eppure, se solo si prova ad alzare lo sguardo dal contingente, che dal punto di vista mediatico sembra rendere credibile e già in atto quello scenario, non è difficile cogliere i punti di debolezza e di difficoltà di quest'ipotesi. In realtà, quello che non torna è proprio il fatto che in essa non c'è posto e si elude il tema della crisi, della sua natura e profondità. Detto in altri termini, l'idea di fondo del renzismo sembra ripercorrere la ricetta blairiana, quella del rilancio del mercato e della finanziarizzazione dell'economia, condita con l'ideologia della modernizzazione e dell'innovazione, ma non si confronta con il fatto che essa ha potuto funzionare prima dell'irruzione della grande crisi, quella inauguratasi nel 2007-2008 con il crollo dei mutui americani subprime e poi con il fallimento della Lehman Brothers. È da lì che finisce la “spinta propulsiva” dell'economia del debito che aveva sorretto i decenni precedenti di crescita significativa; ed è sempre da lì che il debito pubblico, anche per dover provvedere al salvataggio del sistema finanziario, inizia a diventare un problema significativo e a “spaventare” i mercati e non riesce più a sostenere la via della crescita economica. E tutto ciò aggravato dalla linea rigorista che, sotto l'egemonia dell'impostazione tedesca, assurge sempre più a dogma intoccabile in Europa, fino a imporre politiche socialmente devastanti per il Sud Europa e a mettere in forte tensione persino la moneta unica. Insomma, debito, alto tasso di disoccupazione e stagnazione economica continuano ad essere elementi costanti della situazione economica del Paese, non vengono scalfiti dalle scelte di politica economica dei governi Monti e Letta, e non paiono aggredibili neanche da quelle che sta mettendo in campo il governo Renzi. L'appuntamento con la ripresa viene spostato di semestre in semestre, mentre il debito continua a crescere e il suo livello diventa sempre più incompatibile con i parametri previsti dal fiscal compact, tant'è che, a meno di un'inversione di tendenza molto seria delle politiche europee, di cui non si intravede alcun segno, non bisogna essere cattivi profeti per immaginare che, con i primi mesi dell'anno prossimo, questi nodi si aggroviglieranno e le “sentenze” dell'Europa e dei mercati non tarderanno a farsi sentire da quel momento.
    3. Ovviamente, non solo non si può avere una visione deterministica di quel che succederà, come se tutto fosse già scritto, ma proprio il fatto che siamo in un contesto non stabilizzato e non pacificato, in un quadro denso di contraddizioni, ci dice che l'esito di questa situazione è aperto a diversi sviluppi e per nulla univoci. Per esempio, non si può certo sottovalutare il diffondersi di sentimenti xenofobi e razzisti, di una sorta di guerra tra “penultimi e ultimi” e tantomeno la crescita di una destra con tratti lepenesti e autoritari. Ma, allo stesso modo, dopo una fase in cui il Paese, dopo la vittoria di Renzi alle elezioni europee, è parso un po' frastornato e ripiegato, dando in qualche modo credito alla sua “inarrestabile” avanzata, si avvertono segnali importanti di risveglio e di opposizione sociale. Non mi riferisco solo alla grande battaglia in corso sul lavoro e contro la manomissione dell'art.18, in cui la CGIL, nonostante i molti errori degli anni passati, sembra iniziare a fare i conti con il dato che oggi non esiste più una rappresentanza politica del lavoro. Ancor più, la giornata del 14 novembre segnala, nella sua diversità di approccio e discorso, le potenzialità di mettere in campo un ragionamento e un'iniziativa che guarda all'insieme del mondo del lavoro per come esso si è trasformato, quello di una realtà complessa, che mette insieme “vecchie” composizioni di un lavoro stabile sempre più minacciato e nuova precarietà che connota l'intera esperienza della vita. Allo stesso modo, continua ad essere in campo un variegato movimento che lotta per difendere i beni comuni, da quello per l'acqua a quello per la scuola pubblica, animato in primo luogo dagli studenti, e che rappresenta un importante riferimento per la ripresa di una prospettiva e di un orizzonte alternativo alle attuali politiche governative.
    4. Quello che a me pare più evidente – e di cui sono sempre più convinto – è che solo un'ampia e plurale coalizione sociale può provare a mettere in campo rapporti di forza capaci di incrinare seriamente la narrazione renziana. Una coalizione sociale ampia, non solo e non tanto nel senso nella capacità di coinvolgere forze e soggetti di ispirazione e collocazione diversa, ma soprattutto perché si pone esplicitamente il tema di costruire connessioni e un'idea di unificazione dei temi su cui oggi si agisce il conflitto e si manifesta l'opposizione alle attuali politiche. L'altra sua caratteristica di fondo è quella di essere plurale, anche qui non semplicemente intendendo il fatto, abbastanza scontato, che essa deve essere composta da soggettività diverse, ma soprattutto che è bene che le stesse mantengano la propria autonomia e specificità rispetto alle questioni su cui intervengono e i percorsi che hanno definito. Insomma, tradotto in modo più esplicito, quello di cui abbiamo bisogno è la costruzione di una “coalizione sociale del lavoro e dei beni comuni”, che, proprio per le cose dette prima, non può essere pensata come luogo (o peggio ancora contenitore) in cui tutti i potenziali soggetti interessati si ritrovino, ma piuttosto come un processo per cui si individuino le questioni su cui si può mettere in campo una convergenza tra gli stessi, lasciando che poi ciascun soggetto porti avanti le proprie iniziative e percorsi che connotano la propria identità e finalità. In questo senso, la mia opinione è che oggi il tema unificante su cui è pensabile e realistico porre le basi per quest'operazione è quello della democrazia e della sua espansione. Proprio perchè, a contrario, e per dirla in modo un po' sloganistico, la democrazia sostanziale diventa tendenzialmente incompatibile con la fase di finanziarizzazione del capitalismo, anzi la sua riduzione è condizione e ingrediente fondamentale della risposta neoliberista alla crisi, mentre mettere al centro la questione della democrazia e della sua effettività costituisce un terreno forte di unificazione delle varie soggettività e di elaborazione di un'idea alternativa di modello produttivo e sociale. Solo per esemplificare, proporsi di costruire un'iniziativa forte volta a rilanciare la democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro, da una parte, e contrastare le controriforme istituzionali, contrapponendo ad esse l'ampliamento delle forme di democrazia diretta e partecipativa, come i referendum e le leggi di iniziativa popolare, dall'altra, potrebbe costituire una piattaforma assai significativa per produrre un salto di qualità dei vari conflitti oggi in corso. Non mi sfugge la difficoltà di procedere in questa direzione e proprio per questo ragiono di caratteristiche inedite con cui dar vita ad una coalizione sociale innovativa, a partire dalle forme che dovrebbe assumere. Nè che tutto ciò, in qualche modo, ha a che fare, sia pure in modo laterale e indiretto, con il tema sempre più ineludibile della progressiva messa in campo di una soggettività nuova di rappresentanza politica. Ma questo è un altro ragionamento e se si darà il caso occorrerà tornarci sopra in modo specifico e in termini approfonditi.
  • Facciamo il punto su Mondeggi, la fattoria senza padroni - n.16, novembre dicembre 2014

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    di Giuseppe Pandolfi

    La “fattoria senza padroni di Mondeggi”, insediatasi con un presidio il 29 giugno scorso, al termine di una tre giorni di iniziative e assemblee, ha ormai superato i tre mesi di attività e ha da breve doppiato il capo di una importante scadenza: il 13 ottobreinfatti scadevano i termini per la presentazione di offerte economiche per il bando con cui la Provincia di Firenze ha messo in vendita l’azienda Mondeggi Lappeggi, nel comune di Bagno a Ripoli.

  • Finanza, lavoro e riconversione ecologica - n.16, novembre dicembre 2014

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    di Marco Bertorello

    Spesso finanza e lavoro vengono considerate agli antipodi, aspetti di due realtà inconciliabili come l'economia finanziaria e quella reale.

  • Globalizzazione e violazione dei diritti sociali e del lavoro

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    di Antonello Miccoli

    Milioni di persone nel mondo soffrono a causa della mancanza di regole applicate al mondo della produzione. Da qui la necessità di creare un approccio che sappia superare l’idolatria del mercato e del profitto: disvalori perseguiti a discapito dell’equità e del rispetto per l’uomo.
    Una dinamica negativa ulteriormente rafforzata dall’assolutizzazione del commercio internazionale, che, a fronte soprattutto delle spinte neo-liberiste e della globalizzazione dei mercati, ha fortemente rinforzato, la frantumazione della realtà sociale e lavorativa dei Paesi Occidentali.

  • Ho perso il lavoro e trovato un’occupazione

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    Ho perso il lavoro e trovato un’occupazione[1] di Liam Barrington-Bush (attivista e autore del libro “Anarchists in the Boardroom”) 

    I lavoratori greci hanno dimostrato che i padroni e i proprietari non sono necessari per garantire lavoro e sostenibilità. La fabbrica occupata della VIOME è sotto attacco, ma i lavoratori hanno dimostrato di avere una strategia efficace per combattere l’austerità e la recessione.

    Nel 2011, lo slogan del movimento Occupy ‘Ho perso il lavoro e trovato un’occupazione’ efficacemente connetteva la disoccupazione diffusa dopo il crollo finanziario con la rivendicazione degli spazi pubblici al centro dei movimenti globali. Durante il Movimento Occupy le occupazioni sono diventate la base per una critica più ampia al fallimento del sistema capitalista. Per altri, tuttavia - come per i lavoratori della fabbrica VIOME di Salonicco in Grecia – l’occupazione significa letteralmente ‘occupazione’.

    La VIOME produceva colle industriali. Nel 2011, mentre prendeva piede il movimento globale Occupy e con il tracollo dell’economia greca, la famiglia Filipou [ndr] proprietaria della VIOME ha dichiarato bancarotta lasciando dozzine di lavoratori a casa. Episodi simili sono accaduti in tutta la Grecia, ma la risposta dei lavoratori della VIOME è diventata un segnale di luce e speranza e una possibilità concreta per i lavoratori di tutto il mondo, collettivamente devastati dalle conseguenze della recessione e delle politiche di austerità. La storia della VIOME essenzialmente è quella di lavoratori che hanno occupato il loro luogo di lavoro per far ripartire la produzione. Ma hanno fatto vari fondamentali cambiamenti rispetto alla precedente fallimentare gestione. Per prima cosa hanno stabilito che a loro non servono dei padroni; le decisioni vengono prese collettivamente in assemblee aperte e lo stipendio è uguale per tutti. Inoltre, hanno deciso di non produrre più colle industriali e dannose per l’ambiente e hanno riadattato i macchinari per produrre detersivi ecologici, migliori per la salute dei lavoratori e per l’ambiente. Questi prodotti alternativi sono stati venduti a prezzi popolari ai lavoratori con poco reddito a partire da febbraio 2013. I lavoratori della VIOME sono riusciti a migliorare le loro condizioni di vita, portando vitalità nell’economia locale, diminuendo l’impatto sull’ambiente e rendendo dei prodotti di base più accessibili. Questo modello ha ottenuto molti successi ma forse, senza troppe sorprese, non ha avuto il sostegno di amici potenti.

    Nonostante il sostegno ai lavoratori della VIOME durante la campagna elettorale, da quando è salito al potere il governo guidato da Syriza non è riuscito ad inserire la fabbrica guidata dai lavoratori nell’agenda politica. Al contrario, il destino della fabbrica è stato lasciato in mano ai tribunali greci. I lavoratori hanno fatto presente che al tempo della bancarotta i proprietari dovevano ai lavoratori 1.5 milioni di Euro di stipendi non pagati. Il tribunale ha tuttavia rifiutato di prendere in considerazione il debito preesistente e il terreno su cui è costruita la fabbrica è stato messo all’asta senza nemmeno valutare i benefici che il lavoro collettivo di recupero e riconversione ha prodotto.

    A fine novembre, 250 lavoratori e sostenitori di VIOME hanno manifestato e sono riusciti ad impedire l’asta che è stata però solo rimandata. Un aggiornamento sulle ultime vicende lo trovate qui

    Per default, Syriza, come molti altri governi di altri colori politici, ha scelto di sostenere il diritto alla proprietà privata come elemento assolutamente superiore a tutto il resto. La retorica da campagna elettorale senza alcun intervento concreto ha di nuovo lasciato i lavoratori della VIOME a dover contare sulle proprie forze, su un’ampia comunità a Salonicco e sulla solidarietà internazionale per mantenere il proprio lavoro.

    Tuttavia la questione di come vogliamo considerare la proprietà privata deve essere affrontata e messa al centro della discussione politica. I lavoratori della VIOME hanno un chiaro credito insoluto, ma la questione è più profonda, si tratta dell’accettare o meno la fabbrica come compenso per ripagare un debito. Piuttosto, si tratta di capire se terra e proprietà dovrebbero essere lasciate vuote o in abbandono in tempo di bisogno.

    La nostra proposta è diretta all’intera società” - ha dichiarato un lavoratore della VIOME in un recente documentario  - "[...] abbiamo dimostrato che possiamo autogovernare una fabbrica, che possiamo farlo noi stessi, ma la nostra proposta è che collettivamente possiamo autogovernare le nostre vite
    Altre informazioni sulla VIOME si possono trovare qui: viome.org

    [1] Traduzione a cura della redazione. L’articolo completo si può trovare a questo link

    Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 22 di Novembre-Dicembre 2015 "System Change NOT Climate Change", scaricabilequi. 

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  • Il girone infernale del popolo dei voucher

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    di Roberto Ciccarelli 

    Articolo tratto da il Manifesto del 6.10.2016 https://ilmanifesto.it/il-girone-infernale-del-popolo-dei-voucher/

    Tutto (o quasi) quello che vorreste sapere sui voucher, e non avete mai osato chiedere,si trova oggi nella ricerca commissionata dall’Inps a Bruno Anastasia, Saverio Bombelli e Stefania Maschio «Il lavoro accessorio dal 2008 al 2015». 
    Il paper, lanciato su twitter dal presidente dell’istituto previdenziale Tito Boeri, chiarisce che i buoni da 10 euro destinati al pagamento orario delle prestazioni occasionali non servono a fare emergere il lavoro nero e in molti casi rappresenta l’unica fonte di reddito a disposizione di chi non è mai entrato nell’«Olimpo» dei contratti stabili.

    La maggioranza del milione e 380 mila percettori dei buoni lavoro nel 2015 opera in nero e, solo in parte, viene pagata con i voucher. I lavoratori maschi tra i 30 e i 50 anni che sono effettivamente emersi dal nero rappresentano una componente irrisoria e, tra l’altro, hanno un costo aziendale medio annuo tra i 6-700 euro ciascuno. In realtà, i voucher sono un «iceberg» e segnalano che il «nero» è in gran parte rimasto sott’acqua. Il lavoro a scontrino va piuttosto inteso come una prestazione associata molto spesso al lavoro part-time.

  • Il Governo Renzi e il lavoro pubblico

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    di: Sergio Farris *

    Il Governo in carica, fin dal suo insediamento, non ha fatto mistero di privilegiare il rapporto con le imprese private piuttosto che il rapporto con i lavoro dipendente e le sue organizzazioni di rappresentanza. In questo quadro generale, non fa certo eccezione la considerazione riservata al lavoro nei servizi pubblici. La concezione di lavoro pubblico dell’attuale Governo ben si abbina con la sua politica fiscale, la quale pone al centro l'impresa quale beneficiaria di risorse e provvidenze pubbliche, nella speranza che queste vengano reinvestite. Naturalmente, lo strumento che si presta a mettere in pratica tale concezione è una riduzione della spesa pubblica. L'idea di fondo è che la spesa per i servizi pubblici non costituisca altro che una sottrazione di risorse al settore privato. Dunque, bisogna ridurre la spesa e abbassare le imposte ai privati affinchè questi abbiano più risorse a disposizione. A questo fine non si disdegna di cogliere qualunque buona occasione per mettere sotto accusa il lavoratori pubblici. Ma additare il pubblico impiego quale mera fonte di spreco è in realtà un attacco al ruolo redistributivo dello stato.

  • IL MINISTRO DEL LAVORO GIULIANO POLETTI SI DIMETTA

    Lettera di Francesca Molinari

    Centomila giovani se ne sono andati dall’Italia? Sì, ma “non è che qui sono rimasti 60 milioni di pistola. Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. Anzi, no, “mi sono espresso male: penso, semplicemente, che non è giusto affermare che a lasciare il nostro Paese siano i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità degli altri”.

  • Il Rapporto Ombra 2014 sulla situazione delle donne in Italia

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    di Debora Angeli - COSPE

    Il Rapporto è stato presentato il 24 ottobre scorso presso la Casa Internazionale della Donna a Roma.

  • KAFALA: i mondiali d'ipocrisia

    8 Mondiali calcio

     

    Fonte: www.cartoonmovement.com

    di Jacopo Paponi

    L'operazione condotta all'Hotel Baur au Lac di Zurigo dalla polizia svizzera lo scorso 27 maggio ha sconvolto i vertici della FIFA, portando all'arresto di sette dirigenti corrotti della Federazione Calcistica Internazionale. Un caso di corruzione “dilagante, sistemica e profondamente radicata sia negli Stati Uniti che all'estero”, così il Procuratore Generale Loretta Lynch, a capo dell'indagine federale statunitense che ha come ultimo capitolo i fatti del 27 maggio, definisce lo scenario che si è delineato fino a questo momento. Uno scandaloso sistema di tangenti, che i paesi in corsa pagavano per assicurarsi l'assegnazione degli eventi organizzati dalla FIFA.

  • La custodia popolare di Mondeggi

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    a cura del Comitato per la salvaguardia e il recupero della fattoria di Mondeggi - Bagno a Ripoli (FI)

    Da circa tre anni qualche centinaio di persone presidia terreni e case di proprietà della Città Metropolitana di Firenze, situati a Mondeggi nel comune di Bagno a Ripoli. In queste pagine le ragioni della lotta, la vita quotidiana e gli ideali dei contadini mondeggiardi. I nodi politici, ecologici ed alimentari della questione.

    MONDEGGI BENE COMUNE – FATTORIA SENZA PADRONI
    Il percorso fatto

    La società agricola di Mondeggi-Lappeggi S.r.l. in liquidazione, di proprietà della Città Metropolitana di Firenze, gestiva una storica tenuta appartenuta a famiglie nobili quali i Bardi, i Portinai, i della Gherardesca. Tradizionalmente articolata in diversi poderi abitati da contadini, legati ad un'antica villa padronale, la fattoria comprendeva circa duecento ettari di terra, comprensivi di parco, vigneti, olivete, pascoli e seminativi. L'antica organizzazione poderale della fattoria, fu sostituita nel tempo da un'impostazione aziendale riconducibile al modello di impresa agricola moderna con coltivazioni estensive, massiccio ricorso alla meccanizzazione delle lavorazioni e impiego costante di trattamenti chimici convenzionali.

  • La fuga dei precari

    fuga dei precari FOTO

    di Raphael Pepe
    Si sente spesso parlare negli ultimi dieci anni della cosiddetta “fuga dei cervelli”, di quei tanti giovani laureati o dottorati che scelgono di partire all’estero per lavorare, cercando migliori opportunità e soprattutto un riconoscimento delle loro capacità che spesso manca in Italia.

    Sono tanti i dottorandi che si trovano a collaborare anni e anni con i nostri atenei, da lavoratori precari, facendo spesso da semplici assistenti ai cosiddetti baroni delle università, e guadagnando spesso meno di un operaio.
    La tendenza della stampa italiana è di creare l' immaginario collettivo di giovani talenti che partono verso America, diventano grandi ricercatori e fanno scoperte di cui si parla a livello internazionale..

    Questo fenomeno esiste, ma parlare di fuga dei cervelli è riduttivo. I dati parlano chiaro: se di fuga si tratta, è una fuga dei precari!

  • La Rete europea di Attac in solidarietà con lo sciopero generale del Sud Europa del 14-11

    Un forte segnale di resistenza contro una disastrosa politica economica europea

     

  • NO AL TAGLIO DELLE PENSIONI, NO ALL'AUMENTO DELL'ETA' PENSIONABILE

    di Rete 28 Aprile CGIL

     

  • Parigi. Clima e Lavoro: che siano i diritti a segnare la svolta?

    04 Marica Di Pierri

    di Marica Di Pierri

    Salvare il clima non vuol dire sacrificare posti di lavoro, ma crearne. Questa la riflessione centrale portata a Parigi dai sindacati riuniti nel network Trade Unions for Energy Democracy: pensare a come ridurre le emissioni non può prescindere da una riflessione, urgente, sul lavoro e i diritti del lavoro.

  • Ri-Maflow: una risposta per il lavoro, il reddito e la dignità