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Fuorimercato: un’esperienza in divenire

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di Gigi Malabarba

Fuorimercato vuole costituire una realtà economica sostenibile sia dal punto di vista ecologico che sociale, organizza l'apporto quanto più ampio possibile di abilità e competenze specifiche in ogni campo e coerenti con la concezione che la ispira, riconoscendo un valore economico ad ognuna di esse tramite remunerazione o scambio. Fm non intende rappresentare un mercato alternativo, ma un'alternativa al mercato, che connette la produzione, la riproduzione e la circolazione di un'economia altra, tendenzialmente alternativa al capitalismo.  

Siamo partiti dalla soddisfazione dei bisogni fondamentali individuali e collettivi conculcati dalle politiche liberiste per andare oltre la rete di sostegno o la lotta per il semplice ripristino di un welfare in ogni caso insoddisfacente.  Centrale è la tessitura di rapporti con e fra le realtà di consumo critico per affrontare le esigenze di distribuzione di ‘prodotti ad alto valore sociale aggiunto’. Non si tratta solo di essere rispettosi della salute e dell’ambiente attraverso produzioni biologiche o a ‘garanzia partecipata’, ma anche di essere rispettosi dei diritti di chi lavora, dalla produzione alla distribuzione finale.

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Dall’innovazione tecnologica all’innovazione sociale

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di Marco Schiaffino 

Il tema dell’industria 4.0 si è guadagnato una certa attenzione anche in ambiti un po’ più evoluti dei soliti convegni confindustriali e qualcuno (finalmente) comincia a preoccuparsi di ragionare sul tipo di società che potrebbe delinearsi in seguito al boom delle nuove tecnologie. 

I ragionamenti, però, sembrano fermarsi solo all’analisi dei possibili impatti occupazionali. Tema senza dubbio importante, ma che rappresenta solo una delle possibili conseguenze dell’impiego massiccio dell’automazione. Quale che sia la via di uscita dalla questione del calo occupazionale (riduzione del tempo di lavoro, introduzione di un reddito di cittadinanza incondizionato) restano aperte le domande riguardo altri possibili effetti collaterali.

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Ilva: il lavoro contro la vita?

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di Simona Fersini 

Il centro siderurgico a Taranto? Forse fu un errore. Ricordo che mi diedi molto da fare, e partecipai alle battaglie, perché si costruisse il grande impianto siderurgico a Taranto. Abbiamo imparato, dopo, che bisognava essere più prudenti e che bisognava mettere nel conto anche tutte le conseguenze negative dell’industrializzazione. Ma si è dovuti passare per quell’esperienza per capirlo". A parlare è l’ex presidente Napolitano che, nonostante la sua ammissione, ha firmato i decreti “Salva-Ilva” senza batter ciglio, avallando, di fatto, la teoria di una ambientalizzazione impossibile e legalizzando il ricatto occupazionale che si perpetua da decenni: morire di fame o di tumore.

È questa la scelta che a Taranto siamo costretti a subire, una scelta spietata e immorale, che ti annichilisce come lavoratore, genitore e uomo, perché non dà scampo, non vedi vie d’uscita; cerchi di pensare positivo, ti aggrappi alla speranza che l’Ilva possa essere risanata, ma sai che non è possibile e chi lo afferma mente sapendo di mentire.

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Editoriale - “Apprendere, diffondere, praticare!”

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di Vittorio Lovera

Se alzi lo sguardo dal sempre più confuso e precario quotidiano che ti circonda, non ti raccapezzi proprio più, nonostante l’instancabile capacità di adattamento che tu - come noi, come tanti, come quasi tutti - metti quotidianamente in campo, dalla mattina alla sera, tutti i santi giorni.Nello scrutare l’orizzonte claustrofobico ripenso ai dialoghi tra Marco Polo e l’imperatore dei Tartari, Kublai Khan, nell’imprescindibile “Le città invisibili” di Calvino. Fino alla sua sconquassante conclusione: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che iabitiamo tuti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazi.

Una descrizione perfetta della condizione dell’uomo moderno, concepita con  quarant’anni anni di anticipo. A noi tutti è concessa un’apparente infinita libertà  di movimento nel nostro inferno quotidiano ma non siamo in grado di stabilire un ordine condiviso e un percorso collettivo per uscire dal caos nel quale siamo sommersi, invischiati.

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Dieci ragioni per dire No Tap!

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di Re:Common

Riportiamo le argomentazioni contro il Trans Adriatic Pipeline (TAP) -ennesima grande opera contro cui si stanno rivoltando le popolazioni coinvolte- espresse quattro anni fa da Re:Common e tuttora attuali.

1. NON SERVE né a noi né al resto d’Europa

In Europa di gasdotti ce ne sono in abbondanza. Tuttavia i consumi sono in costante diminuzione. I progetti di nuovi gasdotti rispondono quindi a ragioni economico-finanziarie e non alle “necessità” reali di chi vive in Italia o negli altri paesi. Costruire il TAP non servirà a rilanciare l’economia e a “uscire” dalla crisi economica che persiste. Non serve a chi ha perso il posto di lavoro, o a chi è stato costretto a chiudere la propria attività. Non serve neanche a chi vorrebbe emanciparsi dal gas russo, perché i russi sono parte del progetto con la loro azienda petrolifera Lukoil, impegnata nell’estrazione proprio del gas che dovrebbe essere trasportato dal TAP. Non serve a chi spera “che almeno porti soldi”, perché la società costruttrice (la Trans Adriatic Pipeline AG) è registrata a Baar, in Svizzera, e non pagherà mai le tasse in Italia.

2. DANNEGGIA IL TERRITORIO ben oltre la sua costruzione

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