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Debito pubblico: una storia da riscrivere

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di Francesco Gesualdi
E’ opinione comune che ci siamo indebitati perché siamo un popolo sprecone. Una comunità che ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità usando i soldi degli altri per garantirci il lusso alla salute, all'istruzione, alla previdenza sociale. Ma se analizziamo la storia del nostro debito pubblico ci rendiamo conto che si tratta di una favola.

Partiamo dal 1980: a quel tempo il debito pubblico ammontava a 114 miliardi (58% del Pil). Negli undici anni successivi lo stato si indebitò per altri 140 miliardi per garantire ai cittadini servizi e investimenti di misura superiore al gettito fiscale. Fra debito iniziale e debito aggiunto, in totale fanno 254 miliardi, in realtà nel 1992 lo troviamo a 847 miliardi. Gli altri 593 miliardi vennero contratti per pagare gli interessi.

Nel 1992 con il governo Amato, l’Italia entra in austerità, ossia decide di spendere a favore dei cittadini meno di quanto incassa. Questa operazione si è ripetuta tutti gli anni ad eccezione del 2009, procurandoci un risparmio complessivo, dal 1992 al 2016, pari a 768 miliardi di euro. Ciò nonostante il debito ha continuato a salire fino all’astronomica cifra di 2250 miliardi perché i risparmi non sono stati sufficienti a coprire l’intera spesa per interessi. Su un ammontare complessivo di 2038 miliardi, relativi a tutto il periodo, ben 1270 sono stati pagati con nuovi prestiti, mettendoci nella trappola infernale del debito che alimenta se stesso.

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Anticipazioni del prossimo numero del Granello di Sabbia

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Anticipazione degli articoli in corso di pubblicazione nel n.32 - Gennaio-Febbraio 2018: "Debito Globale: come uscirne?"

 

Tunisia. I giovani in rivolta e le classi lavoratrici non si fermeranno a metà cammino

  Intervista di Dominique Lerouge a Fathi Chamkhi

Debito pubblico: una storia da riscrivere

  di Francesco Gesualdi

Il non–pagamento femminista del debito

  di Iolanda Fresnillo

La banca Belfius è nostra! Giù le mani da Belfius!

  di Chiara Filoni

Debito Pubblico: fra verità e ideologia

  di Marco Bersani

Rubriche

Il fatto del mese

Pensare oltre il mondo dei robot

 di Marco Schiaffino

Democrazia partecipativa

Nessuna tassazione senza partecipazione - Dai Comuni al mondo

 di Pino Cosentino

 

Tunisia. I giovani in rivolta e le classi lavoratrici non si fermeranno a metà cammino

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Intervista di Dominique Lerouge* a Fathi Chamkhi, dirigente del Fronte popolare, deputato e attivista di RAID (che rappresenta ATTAC e CADTM in Tunisia)

Quali sono le ragioni immediate delle mobilitazioni di questo periodo?

L’8 gennaio 2018 e nei giorni successivi, è iniziato un nuovo incendio sociale. Si tratta della risposta alle misure contenute nella legge finanziaria 2018 e che colpiscono direttamente le classi popolari.  Esse prevedono infatti:  

- delle entrate fiscali supplementari pari a 1282 milioni di dinari (3 dinari=2 euro) alle quali si aggiunge una nuova imposta del 1% sui salari   

- una riduzione di 1060 milioni di dinari delle spese dello Stato.

L’insieme delle entrate supplementari attese rappresenteranno circa il 7% del budget dello Stato. Le informazioni relative all’impatto e alle conseguenze concrete di questa legge finanziaria sono circolate in dicembre. In gennaio sono state confermate da un aumento dei prezzi dell’elettricità e del gas, del carburante, dei prodotti di base, del trasporto scolastico. E sono stati questi aumenti immediati che hanno messo la miccia alle polveri! Dopo una settimana di contestazioni e di scontri molto violenti con le forze dell’ordine, una calma apparente e precaria regna di nuovo sull’insieme del paese. 

Qual è la strategia del governo per tentare di imporre la sua politica?

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La banca Belfius è nostra! Giù le mani da Belfius!

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di Chiara Filoni

La banca Belfius è una delle quattro più grandi banche del Belgio (assieme a BNP Paribas Fortis, KBC e ING Belgio), nonché la prima banca del settore pubblico del paese. Oggi Belfius è, di fatto, controllata al 100% dallo Stato belga e i suoi prestiti vanno per la quasi totalità al finanziamento dell'economia belga (per un totale di 90 miliardi annui in prestiti, ripartiti equamente tra settore pubblico, famiglie e imprese). La sua storia è, in realtà, parecchio intricata. Acquistata dallo Stato belga nel 2011, Belfius era nata dalle ceneri del gruppo finanziario Dexia SA, a sua volta creatosi con la fusione, nel 1996, tra Credito comunale del Belgio (Crédit Communal de Belgique) e Credito locale di Francia (Crédit Local de France), con l'obiettivo di diventare il leader mondiale del finanziamento delle collettività locali. Dexia SA è organizzata intorno a una casa madre e tre filiali situate in Francia (Dexia Crédit Local), Belgio (DBB) e Lussemburgo (Dexia BIL).

Negli anni 2000 Dexia Group cresce, compra società finanziarie dappertutto e si lancia in operazioni rischiose come i subprimes. Nel settembre 2008 si trova poi sotto pressione a causa della crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti e diffusasi agli istituti creditizi europei. Le altre banche e istituzioni finanziarie si rifiutano di concederle ulteriore credito a causa delle potenziali perdite derivanti dalla sua succursale americana FSA, nonché da un prestito multimiliardario alla tedesca Depfa, la quale si trovava a sua volta in difficoltà.

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Il non–pagamento femminista del debito

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di Iolanda Fresnillo (Plataforma Auditorìa Ciudadana de la deuda y Cooperativa Ekona). Traduzione dell'articolo originale pubblicato su El Salto a cura di Fiorella Bomé   

Parlare di debito vuol dire parlare di sovranità. Una sovranità della quale, noi «debitrici», siamo state private dai creditori attraverso la «debitocrazia» in cui stiamo vivendo.

Si parla di «debitocrazia» allorquando il pagamento del debito è prioritario rispetto ai bisogni fondamentali della popolazione, allorquando il rispetto delle esigenze e delle attese dei mercati finanziari è più importante del rispetto dei diritti economici, sociali e culturali del popolo. Questa debitocrazia si è trasformata in strumento di spoliazione della sovranità politica, economica, sociale, territoriale e riproduttiva dei popoli. Si tratta di una spoliazione che dal punto di vista del genere non è affatto neutrale.

L’applicazione delle misure di austerità imposte dalla debitocrazia non significa soltanto una perdita di diritti sociali, una precarizzazione del lavoro, un aumento della povertà – che colpisce più fortemente le donne – e un'intensificazione delle diseguaglianze (di cui quelle di genere), ma anche un aumento del carico di lavoro nell'ambito della cura e della riproduzione, in gran parte fondamentalmente assunte dalle donne.

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