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Lavoro e non lavoro

il granello di sabbia novembre dicembre 2017 

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Indice

Lavoro e non lavoro: perché parlarne?

 Redazione Attac

Lavoro e non lavoro. Quale lavoro per quale società

 di Paolo Cacciari

Strategie - Proprietà o profitto?

 di Pino Cosentino

Dal pacchetto Treu al Jobs Act: venti anni di precarizzazione selvaggia

 di Giulia Bucalossi

Il lavoro delle donne, il lavoro contro le donne

 di Sandra Burchi

Le delocalizzazioni e il lavoro

 di Matteo Gaddi e Nadia Garbellini

Nuove prospettive per il reddito di base tra intelligenza artificiale e robotica

 di Luca Santini (presidente del BIN-Italia)

Di quale lavoro abbiamo bisogno?

 di Giorgio Nebbia

Rifiuto del lavoro e tempi di precarietà

 di Franco Berardi Bifo

Terrorista è il lavoro

 di Ubik

Lavoro, non lavoro, gratuità

 di Anna Curcio

Quale lavoro per quale società

 di Marco Bersani

Campagna Fiscal Compact

E si parli solo del Fiscal Compact!

 di Raphael Pepe

  

Rubriche

Comitati locali

Quale sviluppo con la NATO?

 Comitato NO Guerra NO Nato, Genova

Acqua pubblica a Torino: una prima vittoria

 di Stefano Risso

Il fatto del mese

L’economia del debito: per le periferie il sindaco di Milano chiede l’elemosina ai ricchi

 di Marco Schiaffino

Auditoria

Audit locali: incontro a Parma

 di Marco Bersani

Fuori dalla trappola del debito, riappropriamoci della ricchezza sociale territoriale!

 CADTM Italia

Di quale lavoro abbiamo bisogno?

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di Giorgio Nebbia

“Lavoro” è parola magica, ripetuta da tutti: si esce dalla crisi se aumenta l’occupazione non tanto per amore del lavoro o dei lavoratori ma perché solo così i lavoratori, cioè praticamente la totalità dei cittadini di un paese, possono guadagnare del denaro che possono spendere per comprare merci e servizi prodotti da altro lavoro.

Il fine del lavoro è infatti produrre merci e servizi. Cioè, sostanzialmente, merci, perché anche i servizi sono resi possibili da qualche ”cosa” prodotta, venduta o acquistata per denaro. Il principale servizio, la vita quotidiana, è reso possibile perché qualcuno produce, col proprio lavoro, ferro, alluminio, bevande, patate, carne, plastica, carrelli della spesa, e trasporta, carica e scarica verdura e maiali.

Il servizio mobilità, la possibilità di andare al lavoro o in vacanza, è assicurato da quei tanti chili di acciaio, plastica, gomma, alluminio, etc., che si chiama automobile; la quale si muove soltanto se viene alimentata con un prodotto della raffinazione del petrolio. Il servizio illusione è reso possibile dalla raffinata rete telematica che alimenta le sale giochi, le macchine da poker e dalle persone che raccolgono o convogliano scommesse. Tutto lavoro. A rigore, anche i servizi evasione e prostituzione sono resi possibili dal lavoro di chi produce e vende stupefacenti, o accompagna le ragazze al posto “di lavoro” sulla strada. Ciascuna società scoraggia alcuni lavori perché producono merci e servizi eticamente sconsigliabili e ne incoraggia altri.

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Quale lavoro per quale società

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di Marco Bersani

Nell’epoca dell’economia del debito, cifra della fase contemporanea assunta dal capitalismo, il lavoro è costantemente sotto attacco. 

Le ragioni della nascita dell'economia del debito sono, infatti, da ricercare nelle dinamiche economico-sociali affermatesi all'inizio degli anni '70 del secolo scorso, quando si conclude il periodo dei “Trenta gloriosi”, ovvero il trentennio di crescita dell'economia, iniziato dopo la seconda guerra mondiale. L'elevata inflazione, la progressiva crescita dei salari e l'enorme aumento della produzione, con una tendenziale saturazione dei mercati, produssero in quei decenni una significativa erosione dei profitti. 

Nasce qui il durissimo scontro tra capitale e lavoro degli anni '80, conclusosi con la vittoria del primo e il progressivo affermarsi della dottrina liberista. La sconfitta politica del lavoro comportò un progressivo arretramento dello Stato nell'intervento socio-economico, l'affermarsi delle politiche di privatizzazione e lo smantellamento delle tutele dello stato sociale. 

La contrazione salariale, la riduzione dei redditi e la diminuzione degli investimenti dovevano a quel punto essere sostituiti da nuovi meccanismi che favorissero consumi e produzioni. In questo quadro si afferma l’economia del debito, che diventa il vero motore economico degli ultimi decenni. In altre parole, si persegue la crescita con mezzi non convenzionali e si avvia un imponente e crescente processo di indebitamento dei consumatori e delle imprese in modo da garantire i consumi anche in una situazione di drastica contrazione dei redditi e dei salari. 

La finanziarizzazione diventa l’impalcatura della nuova economia del debito.

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Dal Pacchetto Treu al Jobs Act:venti anni di precarizzazione selvaggia

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di Giulia Bucalossi

La distanza di vent'anni tra una delle prime riforme organiche del diritto del lavoro ispirate ad una visione neoliberista e l'ultimo recente provvedimento denominato Jobs Act ci offre lo spunto per una ricognizione degli interventi legislativi che accanto alle trasformazioni produttive, economiche e sociali hanno contributo a ridisegnare il mercato del lavoro per come lo conosciamo oggi.

Il 24 giugno 1997 viene approvata la legge n°196 altrimenti nota come “Pacchetto Treu” con la quale il governo Prodi di ispirazione neoliberista, riformista ed europeista promette di “svecchiare” il mercato del lavoro italiano aprendo alla flessibilità e abbattendo le rigidità.

É proprio la sinistra istituzionale (governi Dini, Prodi, D'Alema) a farsi carico di fare breccia in quell'articolato sistema di tutele noto come diritto del lavoro, un particolare ramo del diritto basato sul presupposto di un rapporto asimmetrico tra datore di lavoro e lavoratore tale da giustificare l'introduzione di norme a tutela della parte debole, tutela altrimenti estranea al diritto privato e commerciale tout court ispirati piuttosto al principio della libera contrattazione tra le parti.

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Acqua pubblica a Torino: una prima vittoria

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di Stefano Risso

Lo scorso 9 ottobre, il Consiglio Comunale di Torino ha votato la delibera che avvia la trasformazione della Smat Spa, che gestisce l'acqua a Torino, in Azienda Speciale Consortile, dando finalmente applicazione alla scelta referendaria del 2011.

Questa notizia minimizzata, per non dire censurata, dei media mainstrean, ha comunque circolato sul tam tam altermondialista (un tempo si sarebbe parlato di samizdat). Si rende pertanto necessario riepilogare le difficoltà affrontate, quelle ancora da affrontare e, cosa più importante, le ragioni della pervicace testardaggine degli acquaioli torinesi.

Il punto di partenza che deve essere noto è la struttura della proprietà della Smat. Totalmente a capitale pubblico, coma a Napoli; ma con la differenza che è ripartita tra il Comune di Torino (socio maggioritario con circa il 65%) e altri quasi 300 comuni. Sostanzialmente si tratta dell'intera provincia che ha una conformazione tale da poter essere considerata, se non un un vero bacino idrico in senso stretto, sicuramente un'area coerente con una gestione unitaria dell'intero ciclo; non a caso, anche l'ATO (Ambito Territoriale Ottimale) è stato sempre considerato interlocutore e controparte del Comitato Acqua Pubblica.

La scelta di trasformazione in Azienda Speciale, necessariamente in forma consortile, dovrà essere approvata dal 75% della proprietà azionaria e da almeno il 40% dei soci.

Questo spiega quanto la scelta del Comune di Torino sia necessaria ma non sufficiente per il raggiungimento del risultato.

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