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In marcia per un’altra accoglienza

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di Raphael Pepe*
Negli ultimi dieci giorni, a Milano e Bologna, si sono svolte due manifestazioni a difesa dell’accoglienza. La prima, quella del 20 maggio su chiamata delle istituzioni milanesi, targata PD, è stata in fin dei conti una manifestazione partecipata in gran parte da migranti e movimenti con un messaggio chiaro: No alla legge Minniti-Orlando, No alle leggi securitarie del PD. La volontà di non lasciare la piazza ad un partito che ha appena varato una legge securitaria e reazionaria in linea con la Napolitano-Turco, la Bossi-Fini e il pacchetto sicurezza di Maroni, si è rivelata una scelta giusta.

A Bologna invece, sono i movimenti ad aver organizzato il corteo del 27 maggio, con la consapevolezza che fosse importante far scendere in piazza la cittadinanza chiedendo alla stessa di schierarsi, in una città che è stata il simbolo della lotta partigiana contro il nazi-fascismo. La partecipazione non è stata certo paragonabile a quella di Milano, la chiamata era strettamente locale, il corteo è stato organizzato in meno tempo e ha avuto meno risonanza mediatica; ma il risultato è stato importante: migliaia di persone in piazza e stavolta senza nemmeno l’ombra di un dubbio sul messaggio da portare avanti, tutti insieme, migranti, operatori dell’accoglienza, associazioni, movimenti, tutti insieme e in coro contro una legge che fa dei migranti dei cittadini e cittadine una sotto-categoria.

I/le richiedenti asilo saranno gli unici a non poter usufruire di un diritto sacrosanto in questo paese: quello del secondo grado di appello di fronte ad un esito negativo della commissione territoriale. Per qualsiasi reato, anche amministrativo, in Italia ogni cittadino può usufruire di due gradi di appello. Ma per i/le migranti, occorre "velocizzare" e poco importa se si calpesta la costituzione per l’ennesima volta.

Un’altra novità prevista dalla legge, e non di poca rilevanza, è che verranno riaperti i centri di detenzione per migranti irregolari. Dopo i CPT (Centri di Permanenza Temporanea) e i CIE (Centri di identificazione ed espulsione) ecco che si parla di CPR (Centri per il rimpatrio). Ovviamente il governo garantisce: saranno centri più piccoli che non avranno nulla a che fare con i precedenti, ma ricordiamo le stesse parole al passaggio dai CPT ai CIE. Intanto non si è ancora fatta chiarezza sulle 26 persone che hanno perso la vita in questi centri tra il 1998 e il 2015, 17 dei quali proprio tra il 2005 e il 2015. In molte regioni, il governo ha già individuato i luoghi dove sorgeranno questi centri, e nella maggior parte dei casi, si riapriranno semplicemente i vecchi CIE.

In piazza, c’erano ovviamente molti operatori dell’accoglienza, come sempre nelle mobilitazioni antirazziste, questa volta però con una differenza, non eravamo in piazza a titolo individuale, ma organizzati. L’8 aprile scorso, pochi giorni prima della trasformazione in legge del decreto Minniti-Orlando, a Roma si è costituita la Rete degli operatori e delle operatrici sociali contro i decreti Minniti-Orlando. A Bologna in particolare, lo spezzone di Alab (Assemblea degli operatori e operatrici dell’accoglienza di Bologna) era significativo, con la presenza di una cinquantina di lavoratori del settore.

La volontà e necessità di mobilitarsi e di organizzarsi non è casuale, la legge Minniti-Orlando vorrebbe rendere gli operatori complici di un sistema che manda chi non ha avuto nessuna protezione dai centri d’accoglienza ai lager. Vorrebbe renderci complici, delegandoci un ruolo di controllo, di notifiche, di denunce dei nostri ospiti. Ovviamente questo snaturerebbe completamente il ruolo sociale di questo lavoro. Per questo gli operatori di Bologna hanno scelto di scendere in piazza con uno striscione che recitava “operatori non controllori”. Chi sceglie di fare l’operatore sociale, lo fa per lavorare a servizio delle persone, e non certo delle questure.

Questo corteo è stata l’occasione per presentare delle critiche serie a quello che oggi è il sistema d’accoglienza per i richiedenti asilo. Un sistema in cui, come per la gestione dei rifiuti o delle catastrofi ambientali, la retorica dell’“emergenza” non è casuale, significa sempre meno controlli e più profitti. Così nell’inchiesta su Roma capitale non è mancato un capitolo sull’accoglienza, e qualche settimana fa qualcuno, cadendo dalle nuvole, si rendeva conto che a Capo Rizzuto, in Calabria, è la n’drangheta a raccogliere i soldi dell’accoglienza, senza ovviamente fornire nessun tipo di servizio.

Neanche i centri d’accoglienza “straordinari” (CAS) sono casuali, le gare d’appalto organizzate dalle prefetture, le offerte tecniche che devono tendere al risparmio fanno spesso sì che il servizio sia decadente, e ovviamente diseguale dovunque in Italia. Difficilmente si possono trovare dei CAS gestiti nello stesso modo e che forniscono lo stesso servizio, finanche nella stessa provincia. Eppure da Trieste a Bari, da Torino ad Agrigento, la garanzia di un servizio degno di questo nome dovrebbe essere un diritto uguale per tutti e tutte, dovunque sul territorio. Purtroppo ben sappiamo che queste dinamiche sono presenti in tutti i servizi sociali di questo paese e che il cammino per un vero cambio di rotta è ancora lungo.

Forse ci voleva il decreto Minniti-Orlando, ma questa nuova categoria di lavoratori e lavoratrici, quella degli operatori/operatrici sociali dei centri d’accoglienza, sembra sia sul buon punto di partenza per rivendicare un altro modello d’accoglienza.

*membro del Consiglio Nazionale di Attac Italia / Attivista di Alab

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 29 di Maggio - Giugno 2017: "Non è un Paese per giovani

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