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I “grandi” ora parlano chiaro

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di Marco Schiaffino

Il primo G7 con Donald Trump è stato esattamente quello che doveva essere: una sentenza di condanna per 7 miliardi di persone. O meglio, la sua formalizzazione. I cosiddetti “grandi”, sul palcoscenico di Taormina, hanno avuto la possibilità di dare la solenne formalizzazione della nuova fase in cui ci hanno precipitati con 40 anni di politiche neoliberiste. La narrazione di quella “gioiosa competizione” che avrebbe coinvolto gli abitanti del pianeta terra in una gara in cui tutti avrebbero vinto è un ricordo del passato. Ora il racconto è più crudo e, in fondo, più sincero. Nel grande ring della globalizzazione ci sono vincitori (pochi) e perdenti (quasi tutti), quindi scordatevi quella patina di buonismo che vi abbiamo propinato fino a ieri e mettetevelo nella zucca: qui ognuno gioca per sé. 

Nonostante i timidi tentativi di Macron e Trudeau di mettere in scena il logoro copione da giovani leader dinamici e moderni, il dato fondamentale che esce da Taormina è che da oggi le cose si chiamano col loro nome. La gioiosa competizione globale, quindi, diventa una guerra commerciale dichiarata e che viene condotta senza esclusione di colpi. I respingimenti dei migranti non verranno più travestiti da accoglienza, ma verranno rivendicati come “difesa delle frontiere”. I temi ambientalisti, Parigi o non Parigi, non vengono più spacciati come una priorità, ma come una variabile determinata dagli interessi economici del momento. Insomma: di fronte a una crisi strutturale del sistema neoliberista, si risponde senza mettere in discussione il campo di gioco, ma rilanciando con una fase in cui il primato del mercato giustifica una sorta di feroce “selezione innaturale” che lascerà sul terreno ancora una volta milioni di vittime collaterali.

Che il clima sia cambiato lo si vede anche guardando a casa nostra, dove il governo fantasma di Matteo Renzi, attraverso il suo avatar Gentiloni, si sta esibendo nel peggio che si possa immaginare in quella che dovrebbe essere una “democrazia moderna”. La vicenda dei voucher, di cui la maggioranza a firma PD-Forza Italia-pattume centrista vario ha appena scritto un nuovo capitolo, è un esempio di scuola. Lo scorso 16 marzo il governo, di fronte alla certezza di essere massacrato nelle urne al referendum chiesto dalla CGIL, aveva cancellato i voucher con l’ennesimo decreto legge partorito in qualche stanzetta di Palazzo Chigi. Sventato il rischio di dover affrontare gli elettori e lasciati passare due mesi per far finire nell’oblio il ricordo di un possibile referendum, li ha adesso reintrodotti dandogli un altro nome. Roba da barzelletta, ma che sarebbe bene prendere sul serio e che spiega meglio di molto altro quale sia la caratura di una classe dirigente che ha come unico obiettivo quello di assecondare i desiderata dei mercati e trasformare il lavoro in una forma di schiavitù sottopagata in grado di concorrere (al ribasso) sul mercato globale.

Più meno nello stesso momento, il ministro degli esteri Angelino Alfano (faccio ancora fatica a inserire queste parole nella stessa frase) firma alla chetichella la ratifica per il CETA, l’accordo tra UE e Canada che in un colpo solo smantella leggi e regolamenti a tutela della salute, del lavoro e dell’ambiente, trasforma le politiche ultra-liberiste da opzione a obbligo e punta una pistola alla tempia di chiunque volesse ribellarsi alla dittatura del mercato, sottoponendolo al rischio di dover pagare risarcimenti miliardari alle multinazionali nordamericane che operano sul territorio europeo. Ora il provvedimento di ratifica dovrà passare dal parlamento, dove il governo conta di poter ottenere il voto per la ratifica senza colpo ferire. E considerato il livello di autonomia dimostrato per il momento dai parlamentari, disposti a votare qualsiasi schifezza pur di tenere in piedi la baracca, è probabile che ce la faccia.

Mentre l’establishment rimane aggrappato al relitto del Titanic, la vera politica si fa altrove. La fa chi lavora ogni giorno nei territori, nelle associazioni, nei collettivi, nelle reti, nei gruppi di acquisto solidali, nei comitati di quartiere. La fanno quelle migliaia di persone che a Milano e in tutta Italia dicono che nessuna persona è illegale e che il decreto Minitti-Orlando è un provvedimento vergognoso che puzza di fascismo. La fa chi si batte per un sistema alternativo nella produzione, distribuzione e consumo del cibo e che al G7 sull’agricoltura in programma il prossimo ottobre a Bergamo porterà i suoi contenuti per contrapporli alle sterili promesse di benessere dei ministri dei “sette grandi”. La fa chi sta ragionando su come sia cambiato il rapporto di lavoro novecentesco nell’era dei capitalismi di piattaforma e dell’industria 4.0. La fa chi è stufo di stare a guardare mentre si gettano le fondamenta di miseria su cui costruire un tempio all’ingiustizia globale.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 29 di Maggio - Giugno 2017: "Non è un Paese per giovani

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