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Estrattivismo sviluppista e difesa ambientale

Guillermo Almeyra - La Jornada

 

Per far fronte alla crisi mondiale e potersi difendere dalle transnazionali, l’economia dei paesi dipendenti non può prescindere dal rafforzamento del ruolo dello Stato. Non solo è all’ordine del giorno difendere i beni pubblici e ricuperare il controllo sulle leve fondamentali per lo sviluppo: l’apparato statale deve anche sostituire i capitali privati, a volte attraverso imprese miste, sia in attività di importanza strategica per lo sviluppo o di grande importanza sociale, sia nella ricerca e sviluppo di nuove tecnologie compatibili con la difesa dell’ambiente. In questo caso, e durante un periodo dato, c’è bisogno di maggiore, e non di minore, intervento economico dello Stato nell’economia: come produttore e come calmiere di prezzi a sostegno dei prodotti dei piccoli produttori rurali e come regolatore dei prezzi al consumo dei beni di prima necessità, per mantenere il potere d’acquisto della popolazione, la sanità pubblica e il livello di vita nelle città, dove vive ormai la maggioranza degli abitanti. Come in Bolivia, come in Venezuela, come in Ecuador o in Argentina, è inevitabile, dunque, passare attraverso una fase di industrializzazione, incluso di produzione nazionale di prodotti di lusso che attualmente si importano e, in alcuni paesi dove il grosso dell’intervento del capitale nazionale è nelle mani dello Stato, non si può evitare che la transizione passi attraverso una fase di capitalismo di Stato (ovvero di uno Stato ancora capitalista però senza o contro i capitalisti, transnazionali o nazionali).

L’opposizione verso una gran parte del capitale – nazionale e straniero – da parte dei governi detti progressisti che rappresentano questa politica, tuttavia, non porta automaticamente né all’eliminazione dello sfruttamento della natura né a quello dei salariati. Al massimo, e nel migliore dei casi, si comincia ad aprire la strada per una transizione a un sistema più democratico e giusto e per una relazione equilibrata, non estrattiva e predatrice, delle risorse. Nel peggiore dei casi, lo sviluppismo può portare, invece, a un aumento delle miniere a cielo aperto, soprattutto delle miniere d’oro, visto il suo prezzo all’oncia, come succede in quasi tutta l’America Latina, oppure a un’estrazione brutale di combustibili non rinnovabili, senza alcuna preoccupazione ambientale, come vediamo dall’aumento della produzione di carbone, che è più a buon mercato e abbondante del gas e del petrolio.

Questo porta a spaccature e a riallineamenti nella popolazione. Per esempio: la protesta indigena in Ecuador per la legge sull’acqua o per la difesa dei boschi crea un’opposizione ambientalista e democratica al governo che, in certe condizioni, potrebbe anche essere usata dall’imperialismo e dalla destra ecuadoriana.

Si pone la questione anche, di chi, e fino a dove, controlla le risorse: la popolazione locale, nel caso delle autonomie indigene, come fanno gli Inuit in Canada, o lo Stato centrale, che deve usarle per la sua politica di ridistribuzione e sviluppo? Allo stesso modo sorge il blocco, ideologicamente conservatore, sindacati-governo sviluppista, con i suoi piani per produrre lavoro basati sulla produzione mineraria e che si oppone con violenza, come succede a Mendoza in Argentina, alla difesa ambientalista, – ovvero all’altro blocco, formato da agricoltori, piccoli commercianti, immigrati urbani, studenti e intellettuali – che lotta per preservare il territorio che verrebbe devastato dalle miniere, e soprattutto l’acqua, che da queste viene avvelenata e sfruttata fino ad esaurimento.

Nella fase in cui il capitale transnazionale si “interessa” ai beni comuni e ricorre a una pura e semplice depredazione dell’acqua e del territorio, peggiore di quella provocata dalla prima Rivoluzione Industriale, i pirati internazionali si appoggiano sulla necessità dei governi progressisti di acquisire monete forti e di diversificare l’economia e, anche, sulla grande domanda di lavoro, in qualsiasi condizione e a qualsiasi costo sociale e/o ambientale. Vale a dire, si appoggiano sulla visione capitalista dei primi e sull’accettazione, da parte di grandi gruppi di lavoratori e delle loro centrali sindacali, dei valori capitalisti.

Sorge così una contraddizione fra l’ambientalismo democratico e di massa da un lato e il governo e i sindacati (dei lavoratori del turismo, della costruzione, del trasporto, del commercio) dall’altro – come a Entre Ríos, in Argentina, nel caso della protesta durata anni in Gualeguaychú contro la cartiera Botnia sul fiume Uruguay e in Uruguay – una contraddizione che impedisce di difendere e riorganizzare il territorio e che inoltre offre il margine per una possibile strumentalizzazione, da destra, di una protesta e di un’azione genuinamente democratiche.

Se i governi non sottomessi al capitale finanziario internazionale non sviluppano, allo stesso tempo, una politica di industrializzazione e una ricerca reale su quali potrebbero essere le basi di un’economia alternativa, con prodotti, tecnologie e consumi non basati sullo spreco e sulla rapina delle risorse, non potranno ridurre questa contraddizione. L’operaio non solo cerca lavoro ed è salariato: è anche consumatore, abitante, essere pensante. Se potesse lavorare in qualcosa non inquinante o dannoso, lo farebbe. Se deve fabbricare armi, prodotti chimici, automobili di lusso o cibo spazzatura è perché deve mangiare. Affinché non perda delle opportunità di lavoro e non rechi danni all’ambiente bisogna offrirgli altri tipi di attività produttive: non centrali termoelettriche ma elettricità generata dalle maree della Patagonia o dai venti o dal sole, non automobili individuali ma treni e trasporti collettivi. La ricerca scientifica deve essere orientata verso lo sviluppo di prodotti che risparmino materie prime, minerali ed energia, che non si buttano dopo pochi anni, che nascano da industrie non inquinanti. Soprattutto è indispensabile preparare il cambiamento del modello energetico, basato interamente sui combustibili non rinnovabili.

http://www.jornada.unam.mx/2010/06/20/index.php?section=opinion&article=034a1pol

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