attac italia

Alan García: Uccidere in nome del petrolio (40 volte)

 

 

L’uomo che sospese il pagamento del debito estero, fuggì all’estero per ruberie contro l’erario pubblico, è tornato al potere con il sostegno delle elites. Ha ordinato l’uso delle armi contro "cittadini che non sono di prima classe": 40 ammazzati.
E’ il punto di non-ritorno per chi oggi ha una dannata fretta di privatizzare la selva amazzonica. Lugubre epilogo per un cinico al servizio di tutti i poteri extra-nazionali...

Tito Pulsinelli
Sono ormai più di 40 le vittime dell’attacco militare ordinato da Alan García contro la popolazione nativa della regione amazzonica peruviana. Dopo l’ennesima sospensione della trattativa tra il Parlamento e le organizazioni indigene che da due mesi avevano interrotto le comunicazioni fluviali, la proditoria repressione è arrivata dal cielo, terra e acqua.
La versione dei fatti fornita dal governo di Lima parla di un’operazione di riscatto di una trentina di poliziotti che sarebbero stati presi in ostaggio all’interno di una stazione di estrazione petrolifera. Poi le cose sarebbero degenerate perchè gli indigeni avrebbero ucciso deliberatamente 9 poliziotti, quindi è una...legittima difesa.Questa versione è smentita da numerosi testimoni oculari, dai medici delle strutture sanitarie e da varie organizzazioni civili e politiche operanti nell’area dell’eccidio. E fa a pugni con la logica: perchè gli indigeni avrebbero fatto ricorso alla violenza?
Durante 50 giorni hanno condotto una lotta di massa, dal basso, pacifica e non violenta, la cui eco si era proiettata al di fuori del Perù e -all’interno- aveva captato una crescente simpatia e solidarietà. Per il prossimo 11 di giugno era stata programmata la mobilitazione nazionale e per il 15 era già stato indetto uno sciopero a tempo indfinito dei minatori.
Perchè al 51mo giorno avrebbero scelto la violenza sopprimendo la vita dei presunti ostaggi?
Alan García ripete con tracotanza che gli indigeni "..non hanno corona, non sono cittadini di prima classe. Non metteremo gli interessi degli indigeni al di sopra di quelli di 28 milioni di peruviani". Il problema è che la privatizzazione della selva amazzonica e la svendita delle materie prime alle multinazionali è fortemente osteggiata anche da molti altri settori della società peruviana.

Nulla giustifica la represione sanguinosa contro la popolazione, indigena o meticcia, contadina o dei centri urbani. Gli argomenti di Alan García -che qualche mese fa si pavoneggiava nel vertice della "sinistra moderata" continentale- sono tipicamente neo-coloniali.

Per lui, evidentemente, gli interessi delle multinazionali sono superiori a quelli dell’industria nazionale, quelli delle classi urbane medio-alte sono superiori a quelli dei contadini e degli indigeni, e i dogmi "globalitari" hanno la precedenza assoluta sulla sovranità nazionale. Persino ora che stanno in una fase di aperta ritirata .
40 morti è il "prezzo giusto" da pagare per riuscire ad applicare concretamente quel Trattato di Libero Commercio (TLC) che le elites economiche e politiche di Lima hanno imposto con mano forte. Disgraziatamente, fuori tempo massimo, quando il gioco neoliberista è insostenibile senza repressione.
Alan García ha una dannata fretta di concludere gli affari con le compagnie petrolifere e minerarie, ha rinunciato al consenso e alla concertazione, per comportarsi come un tiranno che si esprime solo con il linguaggio della violenza.

E’ un uomo superbo, arrogante, sordo al clamore sociale ed estremanente sensibile al canto delle sirene multinazionali, che praticamente sono esentate dal pagamento di imposte. Saccheggiano le materie prime, inquinano i fiumi e la terra, distruggono la selva, non pagano tasse e riesportano gli utili. Lasciano solo miseri salari e succose prebende ai politicanti di Lima.
L’incredibile deriva di Alan García ha ora varcato un punto di non-ritorno. L’uomo che -in altri tempi- sfidò il FMI e dichiarò la sospensione del pagamento del debito estero, finì per fuggire all’estro sotto l’accusa di grave corruzione. E’ tornato due anni fa al potere con l’appoggio decisivo della destra politica e sociale, e si è contraddistinto per l’estremismo liberista e politiche anti-popolari, fino ad ordinare il massacro di quattro giorni fa. E’ un punto di non-ritorno, non solo per lui.Il ministro della Giustizia della Bolivia, Celima Torrico, ha qualificato come "sanguinoso massacro" il risultato della militarizzazione. "...è riprovevole la condotta del Presidente che ha ignorato le rivendicazioni degli indigeni. Adessso speriamo che assumano le responsabilità di questa tragedia. L’unico responsabile è il governo del vicino Paese" ha detto Torrico. L’ambasciatore peruviano a La Paz ha protestato ma questa è una convinzione assai diffusa in Sudamerica.

http://selvasorg.blogspot.com/

Dona ora!

Tag Cloud

Condividi

FacebookTwitterGoogle Bookmarks