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Stop ISDS – Diritti per le persone, Regole per le Multinazionali

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- EMBARGO MARTEDI’ 22 GENNAIO –

Comunicato Stampa

Stop ISDS – Diritti per le persone, Regole per le Multinazionali

Il 22 gennaio a Davos al via la campagna europea per la difesa dei diritti dei cittadini e

dell’ambiente contro la minaccia di sanzioni e ritorsioni da parte delle grandi imprese

Il 22 gennaio 2019, in occasione del World Economic Forum (WEF) di Davos, organizzazioni della società civile, sindacati e movimenti, coordinati in Italia dalla Campagna Stop TTIP/CETA insieme, tra gli altri, a Coordinamento nazionale No triv, Attac, Assobotteghe, A Sud, Fairwatch, Focsiv, Forum italiano dei Movimenti per l’acqua, Fair, Navdanya International e Water Grabbing Observatory lanciano la petizione internazionale STOP ISDS* in 16 Stati membri dell'UE, chiedendo all'istituzioni e ai governi europei lo stralcio delle clausole arbitrali da tutti gli accordi commerciali e di investimento in vigore e in fase di trattativa. Con la petizione si invitano, inoltre, l'UE e gli Stati membri a sostenere il raggiungimento del trattato vincolante delle Nazioni Unite sulle multinazionali e i diritti umani.

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Buio sul Venezuela

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di Matteo Bortolon  (articolo pubblicato su il manifesto del 30/3/2019)

Il Venezuela come un sommergibile (o una balena) emerge e scompare a tratti nel mare magno della informazione dominante.

CADTM ha preso severamente posizione contro l'operazione di cambio di regime in corso, visto come un vero e proprio golpe illegale. Ma le ragioni della difficile situazione attuale vanno viste con spassionata lucidità.

L'economia del Venezuela si basa essenzialmente sull'esportazione di petrolio. Dopo un cinquantennio di crescita continua, dalle crisi degli anni Settanta si è avuto un periodo difficile, che è sboccato nell'aggiustamento strutturale imposto dal Fondo monetario del 1989; similmente a tanti paesi – in buona parte latinoamericani – questo si è risolto in un disastro sociale: la quota salari passa da 41,4% sul PIL al 33,4% fra 1988-1990; l'economia venezuelana, tradizionalmente protetta e regolata, non solo subisce l'ortodossia macroeconomica e la liberalizzazione dei mercati ma un vera e propria deindustrializzazione. Un tratto caratteristico di essa si intensifica a livello allarmante. Viene chiamata la malattia olandese. Essa colpisce i paesi che si basano su un massiccio export di materie prime. Vediamo in che modo.

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La schizofrenia del sistema bancario europeo

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di Marco Bertorello (articolo pubblicato sul manifesto del 13 aprile 2019)

Dopo la crisi il sistema bancario europeo sembrava essersi ripreso. Da tempo, infatti, è in corso un’intensificazione dell’attività di vigilanza della Bce e si è affermata una frenetica attività di attori specializzati per acquistare a prezzi scontati crediti dubbi che finiscono per uscire dai bilanci delle banche in difficoltà. Nonostante tutto ciò, il sistema bancario europeo appare fragile e sembrerebbe particolarmente a rischio nel caso si verificasse un’altra fase recessiva. I dati sul rallentamento continentale, dunque, preoccupano molti analisti.

L’Economist la scorsa settimana ha definito significativamente le banche europee «la terra dei morti viventi», sottolineando come esistano ancora quote eccessive di crediti deteriorati nelle banche di Cipro, Grecia, Italia e Portogallo e come in Germania un difficile percorso di fusione in atto tra le due banche principali, Deutsche Bank e Commerzbank, eabbiamesso in evidenza come le banche europee siano meno redditizie delle loro corrispondenti statunitensi. I rendimenti del capitale netto in Europa nel 2018 hanno ruotato intorno al 6,5% mentre negli Usa tale cifra quasi raddoppia passandoal 12%.

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Di dazi e altre parolacce

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di: Monica Di Sisto*

Ci sono dei termini che all’orecchio mediamente informato, o mediamente ideologico, suonano come gravi insulti alla moralità della madre. Una di queste è “dazio” ed essendosi di recente coniugata a un’altra macchietta contemporanea, l’aranciocrinuto Trump, ha scatenato cori di riprovazione e scandalo diffuso. “La globalizzazione è finita”, tuona Rampini dalle colonne di Repubblica. Con una certa laicità e concretezza, però, sarebbe più interessante abbassare i toni e esaminare i fatti.

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Investimenti senza dignità

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Di Matteo Bortolon (articolo pubblicato su il manifesto del 7 luglio 2018)

Progressisti e sinistre varie discutono sul Decreto Dignità. Inversione di tendenza? Fumo negli occhi? Conferma del Jobs Act? O suo spianamento?

Mentre da una parte si discute, da un altra si attacca. Confindustria non ha il più remoto dubbio: “segnale molto negativo per le imprese”; “rischio di riproporre vecchie contrapposizioni” (quelle nuove, si vede, vanno benssimo); “regole punitive”. Non si arriva alle punte di comicità involontaria di chi qualifica il provvedimento con un “impianto di stampo marxista” “da PCI anni '80” (G. Meloni. Una che se ne intende.)

Le norme punitive riguarderebbero le delocalizzazioni. Bene punire gli abusi, così dice il comunicato confindustriale, ma così si rischia di scoraggiare gli investimenti. Interni ed esteri.

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