Editoriale - Non siamo per nulla “rincoglioniti”: vogliamo una Commissione nazionale indipendente per la verità sul debito pubblico nazionale

DEBITO GLOBALE  

Non siamo per nulla “rincoglioniti”:

vogliamo una Commissione nazionale indipendente

per la verità sul debito pubblico nazionale

Editoriale di Vittorio Lovera 

Ben ritrovati.

Nel Convegno Internazionale “La questione del debito globale”  tenutosi a Pescara a fine gennaio, organizzato da Cadtm Italia [ndr Comitato italiano per l'abolizione dei debiti illegittimi] assieme all’Arcidiocesi di Pescara-Penne, è emersa con estrema chiarezza la necessità di istituire, a breve, una Commissione, popolare ed indipendente, per la verità sul debito pubblico italiano.

É maturo il tempo per strutturare un importante percorso di verità sul debito pubblico nazionale, su come è maturato nel corso del tempo, figlio di quali logiche e di quali spartizioni, quanta parte di questo debito è illegittimo e quanta parte è invece illegale.

Di Battista, forse il più umano dei pentastellati, liberatosi sua sponte dai vincoli istituzionali ma pur sempre impegnato in campagna elettorale per il suo Movimento, ha definito gli italiani “un bel po’ rincoglioniti”.

Da queste colonne vorremmo rassicurare l’ex On. Le Di Battista sul fatto che non solo non ci riconosciamo nella sua valutazione (forse semplicemente un’autodiagnosi), e che nutriamo la consapevolezza di essere tutt’altro che “rincoglioniti”: alle continue fanfaronate della politica, vecchia e “nuova”, rispondiamo lanciando una Campagna Nazionale che, senza transitare dal muro di gomma delle istituzioni, sappia generare un percorso autonomo di verità sul debito pubblico italiano.

Sì, perché forse essere “rincoglioniti” è credere ancora, alla narrazione liberista che sostiene che il debito pubblico (giunto alla cifra monstre di 2256,1 miliardi) sia conseguenza del fatto che per troppo tempo i cittadini italiani “abbiano vissuto sopra le loro possibilità ”, che serve meno stato e più privato, che sono necessarie politiche austeritarie.

Da qualunque parte venga analizzata, quella del debito pubblico è la gabbia perfetta per l'approfondimento delle politiche liberiste e di austerità; non a caso, nell'imminenza di un appuntamento elettorale che dovrebbe vedere le forze politiche cimentarsi su questo tema, le stesse paiono quasi tutte impegnate nel medesimo gioco di prestigio: far credere che siano realizzabili tutte le promesse messe in campo senza mettere in discussione l'attuale dinamica sul debito imposta dai vincoli europei da Maastricht al Fiscal Compact, passando per il Patto di stabilità e il Pareggio di bilancio.

Mulinano numeri e promesse come venditori di frigoriferi in Antartide: via le tasse universitarie, via il canone Rai, via i vaccini obbligatori, via la riforma Fornero, via il Jobs Act, via gli studi di settore contro l’evasione, via la Buona Scuola, via il bollo auto, via l’Iva sui pannolini e sui cibi per i cani.

Un redivivo Berlusconi (sempre più caricatura del pupazzetto Big Jim) assicura di “sgravare di ogni tassa sul lavoro e di ogni contributo per i primi sei anni le imprese che assumeranno a tempo indeterminato giovani disoccupati”.  E siccome gli sembra ancora di non averla sparata troppo grossa, eccolo rilanciare: “ci sarà una tassa unica per imprese e famiglie al posto di Irpef e Irap, inferiore a tutte le aliquote in vigore”.

La Lega razzista di Salvini (partner di Silvio) per avere una sua visibilità, è costretta sullo stesso tema a rilanciare: la deflagrante Flax Tax che per i forzitalioti prevederebbe un’aliquota unica al 23% per i leghisti sarebbe da abbattere addirittura al 15%.Allora Renzi li incalza: gli 80 euro (che una moltitudine di percettori ha dovuto restituire con tanto di interessi…) si possono estendere ai genitori per ciascun figlio minorenne.

La soluzione è quindi “un altro Jobs Act” con de-contribuzione e un intervento ad hoc per il ricollocamento degli over 50: obiettivo, un milione di posti di lavoro (ma questa non era già una nota battuta di Silvio, oltre vent’anni fa?).

Il giovin Di Maio invece ha pronta “una misura shock per ridurre il costo del lavoro“, ma anche la rimodulazione dell’Irpef: ha già compreso che è finito il tempo dei “vaffa”, per governare occorre il placet della borsa di Londra, e soprattutto come queste elezioni si vincano al Sud, dove le mirabolanti promesse hanno sempre un certo appeal.

L’Italia è una nazione di anziani e con indice di natalità in caduta libera?

Sotto i mille euro al mese non solo non si dovrà pagare nessuna tassa, ma, al contrario, sarà lo Stato a versare quanto serve per vivere una vita dignitosa e quindi pensioni minime di mille euro per tredici mensilità, anche per le mamme! (Silvio)

E allora Luigino spiega, dal Sommo Sacerdote Vespa arbitro dei nostri destini, che la povertà con i Cinquestelle scomparirà: “Con un governo M5s non lasceremo mai più una persona singola, o una famiglia, o una famiglia di pensionati sotto la soglia di povertà”. Per l’esattezza è previsto un sostegno di 780 euro per i single a reddito zero, e di 1950  euro a ogni famiglia di 4 persone senza reddito.

Nei programmi è difficile trovare cifre precise e soprattutto traccia certa delle coperture finanziarie per le manovre proposte.

Gli analisti impazziscono a stimare i costi di questi programmi elettorali: emergono discrepanze pazzesche.Uno studio di Credit Suisse stima i costi del programma del centrodestra – solo Flax Tax  calcolata sulle due differenti aliquote – tra gli 86 e i 112 miliardi di euro, che si incrementano addirittura in una forbice tra i 104 ed i 136 (8% del PIL) calcolando gli interventi sulle pensioni. Più contenuti i costi dei 5S secondo la banca svizzera, che li quota a circa 40 miliardi, mentre altri studi li inseriscono in una fascia di costi - più reale - che oscilla tra i 53 e i 59 miliardi.

La discrepanza più netta è sul programma del centro sinistra: Credit Suisse gli regala una valutazione  “rassicurante”, intorno ai 21 miliardi (1% del PIL), smentiti però dallo stesso realizzatore del programma economico del Pd, l’ex sottosegretario Nannicini, che stima il costo economico in 35 miliardi in cinque anni, mentre altre fonti (l’economista Roberto Perrotti) valutano tale impatto pari a 56 miliardi.

Fanfaronesche le promesse, omertose le coperture finanziarie: anche l’Osservatorio sul debito pubblico, attivato presso l’università Cattolica dall’economista Carlo Cottarelli – ex direttore esecutivo presso il Fondo monetario internazionale ed ex commissario alla Revisione per la spesa pubblica nel governo Letta poi “silurato” da Renzi – ha avuto grandi difficoltà a stimare l’impatto complessivo degli oltre 300 miliardi di promesse sulla spesa pubblica.

Un’unica certezza: tutti i programmi, se realizzati produrrebbero un netto aumento del rapporto Debito/PIL. Che a fine legislatura passerebbe dal 131,6% di fine 2017 al 135,8% in caso di realizzazione del programma di centrodestra, al 134,8% se fosse messo in pratica quello del Pd e addirittura al 138,4% con le misure volute dall’M5S. Il contrario esatto rispetto all’intenzione, dichiarata dai leader, di ridurre l’attuale debito pubblico. 

L’impressione, secondo Cottarelli, è che “i programmi depositati al ministero dell’Interno non costituiscano piani concreti e coerenti di quello che i partiti intendano effettivamente fare una volta al governi. Mi sembra – prosegue Cottarelli - che questa volta si sia andati oltre non solo quello che è tollerato in altri paesi, ma anche alla tradizione elettorale italiana”. Tanto che, ammette “verrebbe voglia di non andare a votare”.

Ma perché tutta questa voglia di nuova spesa?

Non vivevamo già molto al di sopra delle nostre possibilità?

La realtà dei fatti va in tutt’altra direzione di quella che cercano di inculcarci.

L’avanzo primario è il differenziale, depurato dalla quota di interessi, tra entrate e uscite. Entrate maggiori delle uscite, avanzo primario, uscite maggiori delle entrate, disavanzo. Dal 1990 ad oggi, l'Italia ha chiuso il bilancio in avanzo primario ben 26 volte su 28 (disavanzo nel 2009 -0,9% e in pareggio nel 2010). Quindi, non solo non si è speso in eccesso, ma addirittura ben al di sotto delle magre entrate. Questo significa che, nel medesimo periodo, gli italiani che hanno pagato le tasse hanno dato allo Stato 750 miliardi in più di quello che hanno ricevuto in termini di servizi loro erogati. La spesa pubblica nel nostro Paese è passata dal 42,1% del PIL nel 1984 al 42.9% nel 1994, mentre nello stesso periodo la media europea vedeva un aumento dal 45,5% al 46,6% e quella dell'eurozona dal 46,7% al 47,7%.

Come si vede, la spesa pubblica italiana, si è costantemente posizionata a livelli inferiori rispetto al resto dell'Ue e dell'eurozona. L’idea per cui gli italiani abbiano vissuto al di sopra delle loro possibilità non trova alcun riscontro nella realtà. E allora, come si spiega il costante lievitare della spesa per interessi, diventati oramai la terza voce del bilancio nazionale, dopo previdenza e sanità e ammontanti dal 1980 ad oggi ad oltre 3440 miliardi? Perché vengono costantemente tagliati i trasferimenti agli Enti Locali (le strutture concepite per erogare i servizi di prossimità), se gli oltre 8000 comuni italiani incidono solo per l’1,8 sul debito pubblico nazionale?

Negli articoli pubblicati su questo numero del Granello di Sabbia, trovate le puntuali risposte a queste domande emerse dal Convegno di Pescara e figlie del lavoro certosino che, prima come Forum Nuova Finanza Pubblica e Sociale poi come CADTM Italia, abbiamo nel tempo dettagliatamente ricostruito.

Dal Convegno di Pescara risulta che è maturo il tempo per lanciare una Commissione Nazionale, popolare ed indipendente, per la verità sul debito pubblico italiano.

Abbiamo strutturato rapporti con le altre realtà, europee ed internazionali, che si sono occupate di auditoria, la rete nazionale degli audit locali è sempre più ampia ed attiva e si è dotata di una comune Carta di intenti, abbiamo predisposto un dettagliato kit degli strumenti necessari per produrre un’efficace e semplice indagine dei debiti locali. Abbiamo riscontrato un reale e concreto interesse nel mondo cattolico per lavorare sinergicamente all’indagine sul Debito pubblico italiano, unico approccio valido per superare il costante incremento delle diseguaglianze economiche e sociali.

Il fronte laico e dei movimenti è ancora un po’ sopito sul tema, spesso ancora illuso che le battaglie sociali si possano incanalare nel terreno della rappresentanza, ma siamo anche le stesse realtà che hanno spinto nel 2011 ben 27 milioni di cittadini a votare compatti  per l’Acqua Pubblica, nel 2017 a respingere a stragrande maggioranza l’attacco alla Carta Costituzionale, le stesse realtà che hanno saputo stoppare, per ora, il dirompente effetto dei trattati commerciali (TTIP, CETA).

Non siamo per nulla “rincoglioniti”, anzi non siamo mai stati così motivati e determinati a riprendere direttamente il controllo sul nostro futuro.

Sei tavoli per indagare a fondo sul debito pubblico nazionale:

- Debito da interessi e speculazione finanziaria,

- Debito da sistema fiscale (evasione, elusione),

- Debito da politiche verso Banche, Derivati,ruolo Cassa depositi e Prestiti,

- Debito e privatizzazioni,

- Debito e spese militari,

- Debito e Grandi Opere.

Questo è il percorso che vi proponiamo per risollevare un Paese dalle sabbie mobili generate dalla falsa narrazione liberista. “La realtà è più importante dell’Idea” ci rammenta il Papa rivoluzionario: solo analizzando in modo veritiero i i numeri della realtà possiamo dare le gambe ad un percorso di svolta, teso all’equità sociale e alla riconversione ecologica della società, percorso che i “rincoglioniti” che ci governano, forti delle loro fanfaronate, ci negano oramai da troppo tempo.

In marcia.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 32 di Gennaio-Febbraio 2018: "Debito globale: come uscirne?"