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La COP21 fa acqua da tutte le parti

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di Paolo Carsetti (Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua)

Le politiche nazionali e internazionali dovrebbero garantire la disponibilità e l’accesso individuale e collettivo all’acqua potabile in quanto diritti inalienabili ed inviolabili della persona. Ciò a partire dalla consapevolezza che l’acqua è un bene finito, indispensabile all’esistenza di tutti gli esseri viventi, oltre ad essere una risorsa che va salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà. Qualsiasi uso delle acque deve essere effettuato salvaguardando le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale. 

Da un certo punto di vista l’acqua è come la ricchezza mondiale: in termini globali, infatti, la quantità è più che sufficiente a soddisfare le necessità della vita umana e degli ecosistemi, il vero problema è che gran parte di ciò che passa per carenza è la conseguenza di una cattiva gestione delle risorse idriche indotta proprio dalle politiche adottate. Infatti, é possibile affermare che la concomitanza di diversi fattori - il riscaldamento globale, la caratteristica intrinseca dell’acqua di essere risorsa vitale ripartita in modo ineguale sul nostro pianeta, la rapida crescita demografica mondiale, l'incremento dei consumi, i pericolosi nazionalismi, l’essere diventato fattore economico determinante - ha fatto sì che l’acqua sia e sarà sempre più scarsa e quindi obiettivo strategico mondiale. 

E' altresì evidente come la crisi idrica globale sia il risultato del matrimonio tra il ciclo dell’acqua e il ciclo economico. Cosa accade quando vengono violati i limiti dell’uso sostenibile? Una risposta un po' semplificata è che l’integrità degli ecosistemi che sostengono i flussi idrici, e in ultima analisi la vita umana, è compromessa.

Il riscaldamento globale risulta essere una delle principali cause del superamento di tali limiti. Nel XX secolo l’attività umana ha portato ad un aumento della presenza nell’atmosfera dei gas a effetto serra. L'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) afferma che, se l'umanità continua con l’attuale tasso di emissioni senza prendere misure per ridurlo, la temperatura media globale aumenterà entro il 2100 tra 3,7° C e 4,8° gradi rispetto al livello pre-industriale. Anche se tutte le emissioni cessassero domani, le temperature continuerebbero ad aumentare in conseguenza dell’effetto ritardato delle emissioni passate. La comunità scientifica ha fissato in 2° C l’aumento di temperatura massimo sostenibile. Tutto ciò produrrà e sta già producendo grandi cambiamenti in termini di evaporazione e precipitazioni, ai quali va aggiunta una minore prevedibilità del ciclo idrogeologico. L’innalzamento delle temperature dell’aria, infatti, provocherà un incremento dell’evaporazione degli oceani e dell’acqua sulla terraferma, intensificando il ciclo dell’acqua e determinando una riduzione della quantità di acqua piovana che raggiunge i fiumi. Tali cambiamenti saranno accompagnati da nuovi regimi pluviometrici e da eventi meteorologici più estremi, fra cui alluvioni e siccità.

Il cambiamento climatico rappresenta oggi una minaccia senza uguali per lo sviluppo umano. Come effetto complessivo si avrà un acuirsi del rischio e della vulnerabilità, che metterà a repentaglio i mezzi di sostentamento, la salute e la sicurezza di milioni di persone. Gli studi scientifici convergono sul fatto che le zone aride diventeranno più aride e quelle umide diventeranno più umide, con importanti conseguenze per la distribuzione della produzione agricola.

Per una gran parte delle persone che vivono nei paesi del Sud del mondo, le proiezioni relative al cambiamento del clima indicano una minore sicurezza dei mezzi di sussistenza, una maggiore vulnerabilità alla fame e alla povertà, un peggioramento delle disuguaglianze sociali e un maggiore degrado ambientale con conseguente intensificarsi dei processi migratori. I cambiamenti climatici minacciano non una catastrofe unica, bensì un disastro che va lentamente dispiegandosi a livello del pianeta.

Un esito plausibile, formulato in base agli scenari di sviluppo elaborati dall’IPCC, è quello fotografato nelle previsioni relative alla disponibilità idrica nell’anno 2050. Tali previsioni indicano un calo delle acque di scorrimento superficiali uguale o maggiore al 30% a causa dei diversi regimi pluviometrici per vaste aree del nostro pianeta, fra le quali i paesi dell’Africa meridionale, una lunga striscia di territorio che si estende dal Senegal e dalla Mauritania a gran parte del Nord Africa e del Medio Oriente, gran parte del Brasile, comprese le regioni semi-aride del Nordest, nonché alcune parti del Venezuela e della Colombia.

D'altra parte non si può non evidenziare come il sistema alimentare globale imposto dalle multinazionali, il cosiddetto “agrobusiness”, sia una delle principali cause della crisi climatica. Un sistema alimentare dipendente dai combustibili fossili e responsabile del 44-57% di tutte le emissioni globali di gas serra.
La produzione di cibo industriale pratica un uso intensivo della terra e dell'acqua, incluso il massiccio utilizzo di input chimici e pesticidi che avvelenano l'acqua e aridificano il suolo; di conseguenza il suolo non è più in grado di trattenere e metabolizzare l'enorme quantità di gas serra che contiene, così come non riesce a trattenere l'acqua. Agrobusiness e idrobusiness sono, quindi, i grandi nemici della natura e dell'umanità, ormai grandi alleati nell'accaparramento di terra e acqua, il water-land grabbing, soprattutto delle terre ricche di risorse di Africa, America Latina e Asia.

Il tema dei cambiamenti climatici e dei suoi impatti è un tema globale ma con ricadute drammatiche a livello locale. E’ proprio nel momento in cui l’acqua esce dalla sua dimensione naturale e diviene “scarsa” che ancor di più si concentrano su di essa gli interessi e le attenzioni del mercato, per cui molte delle guerre di questo secolo non si faranno solo per motivi politici o per il petrolio, ma anche per l’accaparramento di questo bene. In questi conflitti l’acqua viene utilizzata come strumento bellico, di pressione-oppressione e di potere. Di fronte a tale quadro cosa si accingono a fare i governanti riuniti dal 29 novembre al 12 dicembre nella ventunesima Conferenza della Parti sul clima di Parigi o COP21? Purtroppo, poco o nulla.

Eppure a partire dal 2020 il protocollo di Kyoto sarà scaduto e visti gli scenari ipotizzati dovrebbe essere sostituito da un nuovo meccanismo ben più drastico e cogente. Ma la COP21 si avvia a ratificare un trattato non più giuridicamente vincolante che, concordando su un aumento della temperatura di 2°C, sulla base del nuovo approccio di “pledge and review” (impegno e revisione) certifichi che ogni singolo paese attuerà volontariamente impegni di riduzione di emissioni di gas serra con possibilità di rivederli ogni 5 anni. Inoltre non si pensa minimamente a mettere in discussione strumenti come il mercato del carbonio, a istituire delle sanzioni per quegli stati inadempienti, a ripensare alla radice le politiche energetiche (vedasi in Italia il rilancio della ricerca di combustibili fossili tramite le trivellazioni previsto dal decreto Sblocca Italia). Eppure la comunità scientifica ci dice che per invertire la tendenza sarebbe necessario non estrarre l'80% delle attuali riserve fossili.

Nello specifico sull'acqua, sarebbe decisivo assumere quanto previsto dalla Dichiarazione della Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e la Difesa della Vita svoltasi a Tiquipaya in Bolivia dal 10 al 12 ottobre 2015:

  • esigere che gli stati garantiscano l'effettiva attuazione del diritto umano all'acqua riconosciuto dall'ONU;
  • esigere politiche di gestione dell'acqua volte a riconoscerla come un bene comune e un diritto umano, promovendo l'aggiornamento da parte degli Stati dei bilanci idrici in funzione degli scenari di cambiamento climatico, progetti di raccolta e uso efficiente e sostenibile delle acque;
  • esigere che gli Stati promuovano analisi quali-quantitative delle acque sotterranee e l'attuazione di misure di controllo, tassazione e prevenzione dell'inquinamento finalizzate a limitare lo sfruttamento delle acque sotterranee per il valore corrispondente al periodo di ricarica delle falde acquifere;
  • promuovere strategie di confronto tra diversi saperi per rafforzare l'accesso, l'utilizzo e la gestione integrata delle acque nelle comunità;
  • dichiarare aree protette le zone di ricarica delle acque sotterranee per preservare il ciclo naturale dell'acqua.

Diviene in sostanza irrinunciabile e urgente un cambiamento del sistema economico, produttivo e sociale passando dalla pianificazione dell’offerta, alla pianificazione e gestione della domanda, rimettendo al centro la tutela e gestione partecipativa dei beni comuni.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 22 di Novembre-Dicembre 2015 "System Change NOT Climate Change", scaricabile qui. 

 

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