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Cambiare il cibo

07 cambiare il cibo

di Antonio Lupo
(Comitato Amigos Sem Terra Italia)

Qualche anno fa i movimenti dell’America Latina, dicevano Salviamoci con il Pianeta. Era un’analisi precisa: il Pianeta si salverà in ogni caso, chi rischia fortemente di non farcela è l’umanità, che, per Leonardo Boff, è nel difficile passaggio “dal Tecnozoico all’Ecozoico”.

A Parigi, al COP 21, i Governi concluderanno poco o niente, pur declamando lo slogan falso Salviamo il Pianeta. Sarà una ulteriore conferma della loro ipocrisia, che prima fa la guerra alla natura e poi, di fronte alla sua reazione, si propone di salvarla, definendo il clima “impazzito”.

La nostra analisi deve essere chiara e di facile comprensione: ad esempio, sappiamo che non dobbiamo più dire “cambiamento climatico”, ma “sconvolgimento climatico da riscaldamento globale”, una definizione chiara dell’abisso che sta di fronte all’umanità . Il recentissimo diluvio nel deserto del Sahara, che ha colpito la perseguitata popolazione Saharawi, ce lo testimonia inequivocabilmente.

È sempre più condivisa l’idea che l’origine di questo sconvolgimento dipende dall’uomo, ma ricordiamoci e denunciamo che l’aumento progressivo dei gas serra fino agli attuali 400 ppm (con un aumento di 100 ppm negli ultimi 120 anni!) è figlio della rivoluzione industriale, quella nata oltre 200 anni fa e finanziata, come ha scritto magistralmente Eduardo Galeano in Le vene aperte dell’America Latina, dalla rapina delle materie prime e dal genocidio di decine di milioni di indigeni e schiavi africani in America latina.

I paesi sviluppati, protagonisti di questa rivoluzione industriale basata sull’uso dei carbonfossili, hanno emesso circa il 70 % degli attuali gas serra. Sono quindi i responsabili dello sconvolgimento del clima, dato l’effetto cumulativo dell’anidride carbonica, che resta in atmosfera per circa 200 anni, e devono pagare questo debito ecologico, come chiede l’80% della popolazione mondiale, che ne sta già subendo pesanti conseguenze.

A partire dagli anni ’60, un ulteriore grande contributo alle emissioni di gas serra è arrivato dalla Rivoluzione Verde in agricoltura, dal modello dell’agrobusiness, cioè da quella “agricoltura petrolifera senza contadini” che ha già distrutto gran parte dell’agricoltura contadina tradizionale. Quest’ultima, seppur bisognosa di una riconversione ecologica, è la più vicina al modello dell’agroecologia, che esclude OGM, pesticidi e irrigazione intensiva. La vera economia circolare, quella rilanciata dal Manifesto Terra Viva di Vandana Shiva, è l’agricoltura contadina agroecologica, non il riciclo dei rifiuti, divenuto invece la bandiera e la soluzione per i sostenitori della green economy e del capitalismo verde.

Questi sono i risultati di 60 anni di agrobusiness a livello mondiale:

a) il 70% di tutta l’acqua dolce (che è solo il 3% dell’acqua totale) viene utilizzato in agricoltura, con avvelenamento delle acque per l’uso massiccio di pesticidi, con eutrofizzazione delle acque da fertilizzanti, e con gli inquinamenti per gli scarichi tossici degli allevamenti intensivi, ormai considerati rifiuti speciali.

b) la produzione di cibo industriale (che è solo il 30% di tutto il cibo prodotto) emette il 44-57% di tutti i gas serra, ripartiti tra l’agricoltura (11-15%), la deforestazione ad uso agricolo (15-18%), i trasporti (5-6%), la lavorazione e imballaggio (8-10%), il congelamento e dettaglio (2-4%) ed i rifiuti (3-4%). Sono dati di Grain (http://grain.org/e/5102 ) e di Via Campesina Internazionale, ma sono dati condivisi in massima parte anche dalla FAO e da altre Organizzazioni dell’ONU. Per nascondere questo 44-57%, e non far capire all’opinione pubblica che l’agrobusiness criminale è il principale responsabile dello sconvolgimento climatico si usa un trucco, finora vincente, quello di mantenere separati i dati delle singole componenti, allo scopo di oscurare lo slogan dei piccoli contadini: “L’agricoltura contadina, può sfamare tutta la popolazione mondiale e raffreddare il pianeta”.

c) la Rivoluzione Verde ha provocato una riduzione di centinaia di milioni di posti di lavoro (in Europa si è passati dal 50% al 2-3% di contadini), con l’espulsione di milioni di contadini dalle campagne verso le città, le megalopoli e le bidonville, con enormi sofferenze, migrazioni e morti. Nel 2050 è previsto che il 70% della popolazione mondiale vivrà in città: un disastro incommensurabile, che farà aumentare i consumatori, ma diminuire quelli che curano la terra. In Cina hanno già programmato il trasferimento di 300 milioni di contadini in varie città.

C’è un ulteriore aspetto centrale, molto poco conosciuto, ovvero il rapporto clima-mare e le conseguenze dell’attuale enorme riscaldamento del mare. Sappiamo che il mare, ed in particolare gli oceani profondi, determinano il clima. Il ciclo idrico inizia normalmente con l’evaporazione del mare che libera acqua dolce, fenomeno ora fortemente accelerato dal riscaldamento globale e del mare. Restano immutate le fasi del ciclo idrico, ma sono cambiate le velocità e la permanenza dell’acqua nei vari comparti: aumenta la quantità d’acqua che evapora dal mare, aumenta la densità delle piogge, diminuisce l’acqua trattenuta nei ghiacciai, diminuisce la quantità d’acqua che viene trattenuta nel suolo, di conseguenza le acque dolci ritornano al mare molto più velocemente di un tempo, con una minor disponibilità di acqua dolce.

Spesso (e con paura) sentiamo parlare di innalzamento del mare, ma finora i problemi preminenti sono il suo riscaldamento, che avviene quando esso perde la capacità di tamponare gli effetti dei gas serra in atmosfera, e gli effetti causati dalla sinergia tra riscaldamento e acidificazione del mare.

Il mare può assorbire grandi quantità di CO2 e metabolizzarle tramite il fitoplancton, ma solo fino a un certo punto. Quando aumenta la temperatura e c’è troppa CO2, aumentano l’acidità e i fenomeni di ipossia, che danneggiano il fitoplancton e il suo grande contributo come foresta acquatica. Questo avviene soprattutto nei mari meno profondi o semichiusi come il Mediterraneo ed è una delle tante ragioni per le quali non solo dobbiamo tenere i combustibili fossili sotto la terra, ma anche sotto il mare, fermando la follia delle nuove trivellazioni.

Servono nuovi attori e nuove forze in difesa del futuro dell’umanità e dobbiamo andare oltre il bellissimo slogan del movimento per l’acqua Si scrive acqua, si legge democrazia per dire Si scrive acqua, si legge vita; è urgente che i movimenti di Terra, Acqua e Salute, confrontino le proprie analisi e valorizzino i punti in comune per arrivare a proposte e lotte unitarie.

Non è più tempo di no global: l’idro-agrobusiness e la finanza si concentrano e rafforzano sempre più, per combatterli bisogna costruire grandi movimenti popolari mondiali su terra e cibo, acqua e sole. Per globalizzare la lotta e la speranza.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 22 di Novembre-Dicembre 2015 "System Change NOT Climate Change", scaricabile qui. 

 

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