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Finanza nemica del clima

06 finanza nemica del climadi Andrea Baranes

La finanza dovrebbe essere uno strumento al servizio dell’economia: in qualche modo, il “mercato dei soldi” per fare incontrare domanda e offerta di denaro. Gran parte del sistema finanziario si è invece trasformato da strumento in fine in sé stesso, per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile, perdendo così di vista il proprio scopo sociale.

Non solo oggi la finanza esaspera l’instabilità e crea continue crisi, non solo ha un costante bisogno di capitali pubblici – attraverso i piani di salvataggio – per non collassare, ma al culmine del paradosso non riesce nemmeno a fare ciò che dovrebbe fare.

 

Da un lato, è possibile scommettere sul prezzo delle materie prime e del cibo; dall’altro, milioni di contadini sono esclusi dall’accesso al credito. Da un lato, Stati e banche centrali continuano a fornire liquidità a banche private e finanza; dall’altro, investimenti che sarebbero tanto essenziali quanto urgenti non trovano i capitali necessari.

Un fallimento sin troppo evidente pensando ai problemi ambientali e ai cambiamenti climatici. Servirebbero investimenti per una riconversione ecologica dell’economia, per la mobilità sostenibile, per l’efficienza energetica, per la ricerca e la formazione.

Questi investimenti però hanno un ritorno che si misura in anni, ed avrebbero quindi bisogno di “capitali pazienti”. Chi potrebbe fornirli? Difficile pensare alla finanza pubblica, se austerità e tagli sono l’unica strada imposta. Altrettanto difficile pensare a una finanza privata che ragiona in millesimi di secondo e che ha mostrato di essere assolutamente incapace di operare nell’interesse generale.

Enormi finanziamenti sono destinati ai combustibili fossili, al settore estrattivo e minerario, all’agricoltura intensiva, alle grandi dighe e ad altri progetti con impatti estremamente negativi sull’ambiente. Sono, se possibile, ancora più dannosi l’approccio generale e il modello economico. La cosiddetta finanziarizzazione dell’economia spinge alla continua ricerca del massimo profitto nel minore tempo possibile in ogni attività, piegando le regole e i tempi dell’economia. Se l’unico obiettivo delle imprese diventa quello di massimizzare il valore delle proprie azioni nel brevissimo termine, non c’è spazio per considerazioni ambientali che diventano delle “esternalità”.

Ma c’è anche di peggio. Sempre più scienziati insistono sul fatto che sia necessario tenere all’interno della crosta terrestre buona parte delle riserve di combustibili fossili già scoperte. Semplicemente, non possiamo permetterci la combustione di tutto il gas, il petrolio e il carbone esistenti. Se vogliamo avere una possibilità di mantenere il riscaldamento globale entro il limite dei 2°C, una quantità delle riserve note e teoricamente disponibili compresa tra il 60 e l’80% del totale non deve essere bruciata.

C’è però un problema: la finanza. La quotazione in Borsa delle aziende che producono combustibili a partire da risorse fossili è legata al livello delle loro scorte: l’impresa segnala al mercato che controlla una data scorta di barili di petrolio, quindi che potrà assicurare l’estrazione e la commercializzazione per un determinato periodo. Se tali scorte non fossero estratte ma dovessero rimanere nel terreno, rischierebbe di crollare la quotazione di Borsa delle imprese. In inglese si parla di stranded assets, “attivi non recuperabili”. A cascata gli impatti ricadrebbero su fondi pensione, fondi di investimento e altri risparmiatori che hanno investito in queste società. Le perdite potenziali sono stimate nell’ordine dei 20.000 miliardi di dollari, una cifra pari alla capitalizzazione della più grande Borsa del mondo, quella di New York.

Sul clima, nel silenzio dei media, si sta giocando una partita delle dimensioni di Wall Street. Non a caso alcune delle più grandi compagnie petrolifere del pianeta hanno proposto una loro “soluzione” in vista della COP21 di Parigi: introdurre un sistema di prezzi per il carbonio. Un certo quantitativo di emissioni corrisponderebbe così a un determinato costo, il che costituirebbe un incentivo a emettere meno. Spingendo al parossismo l’ideologia secondo la quale qualsiasi attività, bene o servizio deve essere valutata unicamente in termini di prezzo, ci sarà una domanda e un’offerta di CO2, e la mano invisibile del mercato farà il resto.

Dal principio secondo il quale chi inquina paga, si passa a quello per cui chi paga può inquinare. Si pretende di sostituire – se non svendere – alla finanza persino una responsabilità politica e istituzionale e la gestione di un bene pubblico globale quale il clima. La questione è se siano più importanti le quotazioni di Borsa o la nostra stessa esistenza sulla Terra. O la borsa o la vita. La strada da seguire deve essere diametralmente opposta, tanto per la finanza pubblica quanto per quella privata.

Riguardo alla finanza pubblica, non è vero che “i soldi non ci sono”. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia i combustibili fossili ricevono oltre 500 miliardi di dollari l’anno in sussidi. E parliamo unicamente di quelli diretti. Uno studio del FMI che applica criteri meno restrittivi e include sia i sussidi indiretti sia i costi ambientali, segnala che i combustibili fossili presentano un conto di 5.300 miliardi di dollari l’anno alle finanze pubbliche. Cosa si potrebbe realizzare per una transizione ecologica del sistema economico se tali risorse fossero indirizzate verso efficienza energetica, rinnovabili e ricerca?

Riguardo alla finanza privata, occorre riportarne i tempi a quelli della natura e della società; occorre reindirizzare gli sterminati capitali oggi impiegati in attività speculative o nocive verso progetti con ricadute positive sull’ambiente e il clima.

Realizzare tale spostamento significa agire lungo diverse direttrici. La prima è l’introduzione di regole e controlli per chiudere l’attuale casinò. Le misure da adottare sono note da tempo, non è una questione di difficoltà tecnica ma di volontà politica: una tassa sulle transazioni finanziarie, la separazione tra banche commerciali e banche di investimento, limiti all’utilizzo dei derivati e altro ancora.

Accanto a interventi normativi “dall’alto”, è però forse ancora più importante agire “dal basso”, con una riflessione sull’uso che viene fatto del nostro denaro. Questo, una volta depositato in banca o affidato a un intermediario, va a finanziare l’economia del territorio e progetti che creano lavoro e tutelano l’ambiente, o finisce negli ingranaggi della speculazione e in attività con impatti devastanti?

Il denaro non è neutro, ma una volta inserito nei circuiti finanziari contribuisce a sostenere un modello economico o un altro. Possiamo lasciare a casa l’automobile e comprare prodotti locali al negozio biologico, ma se i nostri risparmi vengono investiti in azioni di imprese il cui valore dipende da quanto carbone e petrolio verranno bruciati nei prossimi anni, qual è il nostro impatto sul clima? Quanto, più in generale, oltre che vittime di questo sistema finanziario ne diventiamo complici inconsapevoli? I maggiori attori finanziari sono banche, fondi pensione e di investimento, assicurazioni. Si alimentano dei nostri soldi, ma sulle loro decisioni solitamente sappiamo poco o nulla. Orientando i nostri risparmi, da un lato possiamo sottrarli alle logiche speculative e a progetti nocivi, dall’altro affidarli invece a chi opera in piena trasparenza, valutando le ricadute non economiche dell’agire economico e finanziando progetti con ricadute positive sull’ambiente e la società.

Sono ormai 27 le istituzioni finanziarie che in Europa (in Italia, Banca Etica), Asia, Africa, Australia, America Latina e America del Nord danno vita alla Global Alliance for Banking on Value (GABV), una rete che coinvolge 20 milioni di clienti, 100 miliardi di dollari gestiti e circa 30.000 lavoratori. Numeri ancora piccoli se paragonati a quelli della finanza “tradizionale”, ma in rapida crescita in tutto il mondo. Numeri che mostrano come le banche sostenibili funzionino meglio non solo dal punto di vista ambientale e sociale, ma anche da quello economico e finanziario. Una ricerca della GABV mette a confronto le banche “too big to fail” con quelle sostenibili, mostrando come queste ultime, a parità di capitale, prestino circa il doppio dei gruppi di maggiori dimensioni, per i quali le operazioni puramente finanziarie – se non speculative – sono spesso preponderanti rispetto all’erogazione di crediti a imprese e famiglie. Ancora, tra il 2009 e il 2014, i 25 più grandi gruppi bancari al mondo hanno fornito 931 miliardi di dollari alle imprese del settore fossile, a fronte di soli 98 miliardi prestati alle rinnovabili [1].

Per arrestare il cambiamento climatico diventa dunque necessario mettere in campo un modello radicalmente differente da quello dominante, per far tornare la finanza al ruolo di strumento e non più di fine, per farla divenire parte di una nuova soluzione e non più il principale problema.

[1] da "Undermining our future" A Fair Finance Guide International Case Study [.pdf, 7MB]

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 22 di Novembre-Dicembre 2015 "System Change NOT Climate Change", scaricabile qui. 

 

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