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Il senso della Grecia per l’Europa

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di Alfonso Gianni

Il primo step della difficilissima trattativa che vede protagonisti la Grecia e la Ue si è concluso con un compromesso che dà via libera alla sostanza delle richieste greche. Il confronto è del tutto asimmetrico, per questo molto arduo per la Grecia. La Germania può contare sul sostegno aperto, in qualche caso più realista del re, di diversi paesi. La Spagna e il Portogallo, e finanche l’Irlanda, preoccupati che una vittoria negoziale della Grecia spiani la strada all’affermazione elettorale delle sinistre nei loro paesi afflitti dalla cura dimagrante impostagli. La corona dei paesi nordici, poiché fanno parte del sistema produttivo allargato tedesco. I paesi dell’ex blocco sovietico, spaventati che le riforme greche – come l’aumento del salario minimo - creino un effetto di traino per  analoghe rivendicazioni al loro interno. Altri, come l’Italia – che pure Tsipras ha ringraziato come deve fare un buon negoziatore - hanno dispensato sorrisi ma giocato per i tedeschi, mentre la Francia si è mossa troppo tardi lungo una linea timidamente mediatrice.


Ma il fronte dell’austerity non è compatto né invincibile, anche se ancora largamente prevalente.  In Germania si è aperta una frattura. La Spd ha preso le distanze almeno dal ministro Schauble. Probabilmente ha pesato su questo atteggiamento l’esito elettorale di Amburgo, negativo per la Merkel, e le pressioni dei sindacati tedeschi, dei quali la Spd deve pure tenere un qualche conto. Contemporaneamente oltreoceano giungono messaggi assai diversi. Obama ha preso con maggiore nettezza la distanza verso le politiche pro-austerity che si conducono in Europa, in coerenza con misure di interesse sociale e contro gli eccessi di ricchezza  assunte nel proprio paese.
E’ chiaro che la mossa di Obama va anche letta in chiave elettorale interna. Dopo la sconfitta nelle elezioni di medio termine ha deciso di spingere sull’acceleratore e sta preparando la strada al nuovo o alla nuova candidata democratica alle prossime presidenziali. Ancora più forte è probabilmente per il Presidente Usa la preoccupazione geopolitica. La stessa che lo spinge ad essere estremamente aggressivo sul fronte della questione ucraina, con frizioni con la Germania. Lo preoccupa la crescita di forza e di attrazione della Russia. Non gli sfugge la possibilità che un pericolo molto ravvicinato di default della Grecia o addirittura l’uscita dall’Euro e dalla Ue di quest’ultima, potrebbe spingerla direttamente nelle braccia di Putin.
Come si vede - anche se qui non c’è lo spazio necessario per poterne parlare nel modo dovuto - la vicenda greca e quella ucraina sono molto più legate tra loro di quanto non si creda, pur essendo diversissime tra loro. Entrambi i paesi occupano posizioni geopolitiche ai confini fra occidente e oriente, politicamente più che geograficamente intesi. Si trovano in una posizione di faglia entro quel processo epocale di transizione egemonica tra ovest ed est, che viene accelerato – ma non causato – da questa lunga crisi economica dell’occidente capitalistico, ma che covava da tempo nel contemporaneo decadere del primato economico mondiale degli Usa e nella crescita dei cosiddetti Brics. I primi cercano ovviamente di resistere al loro declino, i secondi spingono con decisione, anche se con tempistiche differenziate. Guerre commerciali  e monetarie, accordi vessatori (si pensi al TTIP), guerre civili etero dirette, minacce di estensioni di queste ultime alla dimensione di una vera e propria guerra totale, ne sono la conseguenza più evidente.
L’Europa, a causa delle politiche in essa dominanti, dove grandi sono le responsabilità tedesche, gioca un ruolo negativo in questo quadro, mentre avrebbe ben altre potenzialità. Se torniamo al caso greco, la cosa risulta evidente.
Nella trattativa in corso il governo greco ha guadagnato tempo e ossigeno finanziario, seppure ridotto a quattro mesi. Era questo il principale e più urgente obiettivo per evitare il default e la fuga dei capitali dalle banche greche. La lista di riforme inviata a Bruxelles non contiene tutto il programma di Syriza, ma non lo contraddice e avanza diversi suoi contenuti, specialmente in campo sociale. Lo si vede sui temi dei buoni pasto, dell’energia elettrica e della sanità per i poveri. Nello stesso tempo si parla di estendere il sistema pilota del salario minimo e di progressiva introduzione della contrattazione collettiva. Basta ricordare l’email giunta a dicembre dalla Ue, che conteneva ulteriori tagli alle pensioni e stipendi pubblici, nonché l’abolizione di ogni diritto sindacale, per vedere l’enorme differenza fra il programma della Troika e quanto l’Eurogruppo, non senza scetticismi al proprio interno, ha accettato martedì 24 febbraio.
Tutto bene quindi? No, è solo l’inizio di un lungo braccio di ferro. La Grecia dovrà intanto ottenere quei risultati in termini di lotta al contrabbando di combustibile, alla corruzione e soprattutto alla enorme evasione fiscale, da cui si attende 7 miliardi di euro di entrate, per riaprire il fronte dei prestiti da parte europea che può permettere l’avvio di un nuovo programma economico antiausterity.
E’ evidente che i margini di autonomia decisionale dentro questa Europa sono molto stretti. La crepa aperta dalla Grecia deve perciò allargarsi. E’ quello che le élites neoliberiste europee temono. Sta qui la ragione di tanto accanimento contro un paese il cui debito non supera il 3% di quello dell’eurozona. Una bazzecola quindi. Ma se la linea della Grecia dovesse prevalere si dimostrerebbe che un'altra via è possibile per affrontare il tema del debito. Il fiscal compact e il sistema di governance della Ue crollerebbero miseramente. Non solo. Ma si dimostrerebbe che la Unione europea non può sopravvivere senza darsi degli organismi realmente democratici ed effettivamente decisionali, attraverso i quali la volontà popolare può farsi valere. Se avvenisse sarebbe la sconfitta storica del neoliberismo in Europa. Per questo lo scontro è tanto duro  e ci riguarda in prima persona.
La Grecia ha fatto molto, ma non può vincere da sola. E’ indispensabile la coesione interna e la connessione sentimentale fra quel popolo e il suo nuovo governo. Ma altrettanto decisiva è la crescita della solidarietà internazionale,  la affermazione dei movimenti e  delle sinistre anche in altri Paesi. A cominciare dalla Spagna nel prossimo autunno.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia "Fermate il mondo: voglio scendere!" di marzo/aprile 2015, scaricabile qui.

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