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Società in crisi

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di Michele Cangiani

Il compito della nostra epoca è di “portare a maturità la democrazia” allargando la conoscenza e la responsabilità a tutti i cittadini/e, che solo per questa via possono realizzare la propria libertà e, nello stesso tempo, organizzare al meglio la società. Così scriveva Karl Polanyi poco prima che Hitler prendesse il potere. Karl Mannheim sosteneva a sua volta, nel tempo della grande crisi e del fascismo, che nella società industriale, complessa e di massa, occorre diffondere al massimo la “razionalità sostanziale”, cioè la capacità di agire intelligentemente in situazioni date (L’uomo e la società in un’età di ricostruzione, 1940). Il cittadino, per essere davvero tale, dovrebbe conoscere la realtà sociale e partecipare alle scelte socialmente rilevanti.

Nell’epoca di sviluppo seguita alla guerra qualche speranza tornò a germogliare. Nell’Inghilterra delle riforme laburiste Thomas Marshall in un saggio del 1950 (Cittadinanza e classe sociale, 2002) distingue, anche per esaminarne il rapporto reciproco, tre tipi di “diritti di cittadinanza”: civili, politici, sociali. Dopo i diritti civili, riguardanti essenzialmente la libertà personale, nel XIX e nel XX secolo si è trattato dei diritti politici, cioè della generalizzazione dell’elettorato attivo e passivo, e dei diritti sociali, cioè delle condizioni che consentono effettivamente, a ogni individuo, la piena, attiva partecipazione alla vita sociale. Occorrono, a questo fine, la sicurezza economica in primo luogo, ma anche istituzioni che garantiscano a tutti la possibilità di conoscere la realtà sociale e di agire politicamente.

Le politiche neo-liberiste hanno implicato, da questo punto di vista, una colossale regressione. Vi siamo tuttora immersi, con l’aggravante che le forze politiche che avevano sostenuto le lotte di classe per i diritti di cittadinanza, da quelli politici a quelli economici e sociali, sono diventate inconsistenti o sono state assimilate dall’ideologia dominante.

Il neo-liberismo è stato il tentativo di risolvere in modo illiberale la crisi dell’accumulazione capitalistica degli anni Settanta del secolo scorso. Veniva ancora prospettata, in quegli anni, un’alternativa: da una parte, l’ampliamento dell’intervento pubblico in “una prospettiva socialista che si sforzi di ridefinire i bisogni in termini collettivi”; dall’altra, una cooperazione-collusione crescente della politica con il settore monopolistico dell’economia, a spese del settore concorrenziale, delle classi lavoratrici e delle risorse naturali (James O’Connor, La crisi fiscale dello stato, Einaudi 1979 [1973], p. 291). L’epoca di sviluppo dopo la guerra finiva con l’inasprirsi del conflitto fra le classi e la vittoria di quella dominante.

Le politiche neo-liberiste sono state promosse da Margaret Thatcher nel Regno Unito dal 1979 e da Ronald Reagan negli Stati Uniti dal 1980. Non mancavano, tuttavia, precedenti, per esempio Augusto Pinochet in Cile dal 1973. Le misure messe in campo da tutti questi governi, e non solo da essi, venivano prospettate nel Rapporto alla Commissione Trilaterale (1975): demolire il potere sindacale, diminuire le imposte per i redditi alti e le imprese, ridurre l’attività governativa e deregolamentare (la finanza e il mercato del lavoro anzitutto). Troppa democrazia, veniva poi sottolineato, fa male. È significativo che in seguito, con la crisi, non ci sia bisogno del velo di una Commissione, ma sia direttamente una grande società finanziaria ad auspicare non solo governi più forti per attuare riforme che riducano “la protezione dei diritti dei lavoratori”, ma perfino la modifica delle Costituzioni che “mostrano forti influenze socialiste” (JPMorgan, Europe Economic Research, 2013).

Il modello neo-liberale di accumulazione si basa sulla diminuzione del costo della forza lavoro, mediante la pressione sul mercato del lavoro esercitata dal decentramento, dalla esternalizzazione e dalla delocalizzazione della produzione, oltre che dall’applicazione labor saving dell’informatica. La libertà di circolazione dei capitali in un mondo in cui il mercato del lavoro è invece tutt’altro che unificato ha agito nella stessa direzione, così come la cosiddetta “rivoluzione delle piattaforme”, per cui imprese come Airbnb, Uber, Deliveroo ecc. traggono cospicui e sicuri guadagni semplicemente predisponendo sistemi di interazione fra soggetti a loro esterni, che si auto-sfruttano. Il rovescio della medaglia della cosiddetta “sharing economy” (economia della condivisione) è la “gig economy” (economia dei lavoretti). Spesso il lavoro risulta in tal modo quanto mai frammentato, precario, sottopagato, privo di diritti e sicurezza. (Cfr. p. es. Evgeny Morozov, I signori del silicio, 2016; Riccardo Staglianò, Lavoretti, 2018).

Le imprese hanno potuto giovarsi inoltre della riduzione delle imposte e della possibilità di eluderle grazie alla libertà di circolazione dei capitali e ai paradisi fiscali. Nonostante la crisi, fra il 2008 e il 2014 la ricchezza trasferita nei paradisi fiscali è aumentata del 25%. Apple nel 2014 pagava in Irlanda lo 0,005% sui propri profitti (cioè un euro su 20.000 di profitto); nel 2016 aveva 216 miliardi di dollari di riserve, di cui il 92,8% offshore. In complesso, nei paradisi fiscali la tassazione arriva al massimo al 5%. Si calcola che i paesi dell’Unione Europea perdano in tal modo circa il 20% delle imposte sulle società.

Nessuna meraviglia, a questo punto, che il rapporto fra i compensi dei top managers e il salario medio sia passato da 30/1 nel 1978 a 296/1 nel 2013, e che la quota di PIL spettante ai lavoratori dipendenti (manager compresi) si sia ridotta in media del 10% fra la seconda metà degli anni Settanta e il 2007 (p. es. Stati Uniti dal 70 al 63%, Francia dal 76 al 65%, Italia dal 68 al 53%). In generale, la disuguaglianza ha continuato ad aumentare con il diffondersi del neo-liberismo, a partire dal 1980. La progressività dell’imposizione fiscale, che dovrebbe attenuare la disuguaglianza, è stata fortemente ridotta; inoltre, essa riguarda ovviamente solo l’imposta sul reddito, non le imposte indirette (p. es. l’IVA) né, in genere, le tasse (pagate su determinati servizi pubblici). Si è cercato, invano, di contrastare la “crisi fiscale dello stato”, non con la redistribuzione del reddito, ma con privatizzazioni e tagli della spesa, che pesano soprattutto su servizi e investimenti pubblici. L’erosione del welfare ha ulteriormente aumentato la disuguaglianza. In Italia, nel 2016, mentre le spese per armamenti crescono, la spesa privata per la sanità sale a 37,3 miliardi; 12,2 milioni di persone rinunciano a prestazioni sanitarie o le rinviano.

Le politiche neo-liberali hanno avuto due effetti interdipendenti e contraddittori: l’aumento del saggio del profitto, almeno per il capitale oligopolistico e globale, e una domanda non sufficiente a motivare l’investimento di tutto il capitale disponibile. L’impossibilità di un’accumulazione adeguatamente allargata, dunque, non ha eliminato la tendenza alla depressione. Varie bolle e l’indebitamento pubblico e privato hanno, con alterno successo, procrastinato la crisi, scoppiata infine dieci anni fa. Essa è il risultato del circolo vizioso delle politiche neo-liberiste, che da essa traggono, paradossalmente, più forza.

I capitali non investiti nella produzione hanno cercato e preteso altri campi: la finanza in primo luogo, merci e servizi per il cosiddetto tempo libero, la proprietà immobiliare, l’accaparramento di grandi territori agricoli e minerari, i beni comuni, le cure mediche, l’istruzione, i servizi sociali e la ricerca scientifica. Quest’orientamento dell’accumulazione implica l’intervento dello stato, che cede o concede attività orientate spesso alla rendita piuttosto che al profitto, e in generale garantisce un congruo quadro istituzionale, ideologico e disciplinare. Si tratta in questo caso, scrive David Harvey (Breve storia del neoliberismo, 2007), di “ridistribuire, piuttosto che generare, ricchezza e reddito”: una “accumulazione mediante espropriazione”. Si svela così l’apparente paradosso di un’ideologia del libero mercato che, secondo James K. Galbraith (The Predator State, 2008), reclama i servizi dello stato per favorire la “predazione” a vantaggio di un’élite dominata dall’alta finanza internazionale.

La democrazia decade, fra questa “privatizzazione della politica” e l’esclusione da essa della massa dei cittadini, isolati e disorientati; alcuni preoccupati di perdere il benessere rimanente, molti con l’affanno di arrivare alla fine del mese. Nel vuoto della politica si espande la demagogia. 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 36 di Settembre - Ottobre 2018: "Crisi: 10 anni bastano"

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