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Attacco frontale a Internet, nel nome del mercato e del sovranismo

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di Marco Schiaffino

A leggere i commenti sulla vicenda della direttiva sul copyright, bloccata dal parlamento europeo lo scorso 5 luglio, è piuttosto difficile farsi un’opinione in merito. La narrazione più frequente è quella di una normativa che dovrebbe proteggere gli editori (e in genere chi crea i contenuti) dallo strapotere dei colossi del Web. Quando però si scopre che a protestare contro quella direttiva non sono solo Google e Amazon, ma anche Wikipedia, qualche dubbio sulla correttezza dell’interpretazione emerge e qualche approfondimento è d’obbligo.

Di cosa stiamo parlando esattamente? Gli articoli che suscitano maggiore opposizione (e che vale la pena di capire bene) sono l’11 e il 13. Il primo è quello conosciuto come “Link Tax”, che contiene la previsione di un compenso agli editori da parte di chi fa “aggregazione” degli articoli. Per capirci, stiamo parlando di tutti i servizi che raccolgono le news e ne mostrano un elenco con una breve anteprima (in gergo si chiama Snippet e il motivo per cui è importante si capisce dopo) su cui poi i lettori possono fare clic per andare sul sito originale e leggere l’intero articolo.

La tesi degli editori è che questi aggregatori provocherebbero un danno ai siti di news, per due motivi. Il primo è che i lettori arriverebbero agli articoli saltando l’homepage del sito (su cui ci sono pubblicità che a ogni visualizzazione fanno incassare qualche centesimo o frazione di centesimo al sito), il secondo è che i lettori si limiterebbero a leggere le notizie sull’aggregatore, che quindi genererebbe traffico sfruttando i contenuti altrui.

Tutto vero? Beh, per quanto riguarda il passaggio dall’homepage forse sì. Bisognerebbe capire, però, quanti sono i lettori che davvero passerebbero dall’homepage. All’alba del 2018, è lecito pensare che la maggior parte dei visitatori di una pagina ci finiscano sopra dirottati da link pubblicati sui social network e (guarda un po’) dagli aggregatori di news. E a pensarci bene, se si entra in questa logica non si dovrebbe forse riconoscere un contributo a social network e aggregatori per aver favorito un incremento di traffico sul sito?

La questione del mancato traffico dovuto alla visualizzazione dello Snippet, invece, rasenta il surreale. Il famoso “riassuntino” è composto da 230 caratteri (spazi inclusi) e viene visualizzato dal motore di ricerca o dall’aggregatore. Non è generato automaticamente ma scritto dall’autore dell’articolo o da chi lo pubblica. In sintesi: se chi pubblica l’articolo pensa che un lettore possa accontentarsi di leggere lo Snippet, significa che ritiene di non ci sia nulla di più interessante nel resto dell’articolo. In questo caso, sarebbe il caso si facesse qualche domanda sul valore del suo lavoro.

Veniamo all’articolo 13. In questo caso la direttiva parla di un obbligo di controllo preventivo sui contenuti pubblicati per bloccare quelli che violano il copyright. Qui, come si capisce facilmente, arriviamo direttamente alla fantascienza. Esclusa l’ipotesi di assoldare qualche migliaio di poveri sfigati che valutino caso per caso quando un contenuto sia un’effettiva violazione del diritto d’autore e non una citazione, una modifica creativa o un uso a finalità didattiche (tutti casi in cui l’uso di un contenuto protetto da copyright è lecito) è probabile che la direttiva obbligherebbe i cosiddetti “colossi del Web” a usare sistemi di intelligenza artificiale per fare questo lavoro.

I problemi qui sono due. Primo: nonostante il nome faccia pensare al contrario, l’intelligenza artificiale è ancora piuttosto stupida. L’idea di affidarsi alla sua “capacità di giudizio” è semplicemente ridicola. Secondo: il semplice fatto di mettere in campo un sistema di controllo automatico apre all’ipotesi di utilizzarlo come un formidabile strumento di censura. Di più: rappresenterebbe un colpo mortale a Internet.

Il Web, infatti, è nato e si è sviluppato su binari ben diversi rispetto a quelle dei talebani del mercato. Chi navigava e comunicava in Rete nei primi anni duemila si trovava a relazionarsi con persone che si comportavano in maniera diversa da quella a cui eravamo abituati nel mondo reale. Condivisione, aiuto disinteressato, libertà di espressione erano elementi “normali” di quel mondo, costruito proprio sull’idea che collegare, mettere a disposizione degli altri e offrire spazi accessibili a tutti rappresentassero una ricchezza e l’elemento fondante di Internet.

Buona parte delle tecnologie che oggi vengono considerate “assets” fondamentali dell’economia digitale sono nati proprio per aggirare, frantumare e contrastare le regole di mercato, che hanno la loro massima espressione nel copyright. Basti pensare alle tecnologie peer-to-peer (oggi usate per effettuare telefonate su protocollo VoIP e per mille altri scopi) che in origine servivano a scambiare musica, film e libri in barba ai negozi online. O alla blockchain (su cui oggi gli istituti finanziari investono milioni di dollari) inventata per gestire i Bitcoin.

Detto tutto ciò, che senso ha la nuova direttiva sul copyright? Per capirlo forse è meglio ricorrere al classico “cui prodest?” che in molti casi permette di mettere in prospettiva situazioni apparentemente ingarbugliate. La risposta più immediata è che una riforma del genere conviene sicuramente a chi vorrebbe vedere Internet trasformarsi in un semplice strumento di business, limitando l’accesso agli strumenti di comunicazione ai soggetti “non economici”. Se guardiamo alla collocazione geografica dei soggetti coinvolti, però, emerge anche un secondo piano di lettura. La scelta della UE puzza lontano un chilometro di ritorsione nei confronti dell’economia digitale USA (al pari della multa di 4,3 miliardi di euro ai danni di Google per abuso di posizione dominante) e di risposta alle politiche sovraniste di Trump. Nella guerriglia economica, però, le vittime sono sempre le solite: siamo noi.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 35 di Luglio - Agosto 2018: "Fuori dalla crisi, riprendiamoci la Cassa!  -  Cassa Depositi e Prestiti, una ricchezza collettiva"

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