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Un altro cibo è possibile

Un altro cibo è possibile Diritti a Sud 580x387

Fonte: SalentoKm0 - Diritti a Sud

di Virginia Meo

È venerdì pomeriggio e come ogni settimana lo spazio del centro culturale Manifatture Knos a Lecce inizia ad animarsi: è l’appuntamento del mercato contadino di OltreMercatoSalento, un esempio di piccola distribuzione organizzata in un ambiente urbano.

Sui tavoli trovi i prodotti della terra, frutto di pratiche di agricoltura sostenibile: permacultura, orti sinergici, agricoltura biodinamica, rigenerativa, organica, naturale, persino biologica; dietro ai tavoli ci sono i sorrisi di giovani contadini, uomini e donne che hanno deciso di “tornare alla terra”, recuperando una biodiversità che era stata abbandonata o coltivando terreni abbandonati; un patto  e un sistema di garanzia partecipata suggella la collaborazione tra produttori e cittadini. Non è un mercato di solo scambio: negli anni intorno ad esso si è costruita una rete che è piccola comunità, in cui cittadini e  piccoli produttori e trasformatori locali possono confrontarsi, incontrarsi, scambiarsi saperi.

Nel Salento non sono poche le esperienze di altre-economie che stanno cercando di decostruire un modello di sviluppo che vuole il Sud terra di conquista o parco giochi per turisti;  luogo di esportazione di merci e migrazione; centro di malaffare e di assistenzialismo. C’è una nuova generazione di giovani, che hanno studiato nelle città del Nord ma hanno scelto di tornare; e hanno saputo guardare al territorio dei loro genitori e dei loro nonni con sguardi nuovi, riconoscendo il valore di avere una paesaggio, fatto di uomini e donne, di biodiversità, di relazioni di prossimità, su cui voler costruire un futuro.

Iniziando dalla terra.

Il recupero dei terreni agricoli incolti ed abbandonati è stato il punto di partenza di Casa delle AgricUlture di “Tullia e Gino” di Castiglione d’Otranto: presi in possesso tramite comodati d’uso gratuito e restituiti alla produzione contadina con semine collettive di grano senatore cappelli e del miscuglio di Ceccarelli, questi terreni, trasformati da proprietà privata in beni collettivi, sono stati la base per l’avvio di un vivaio di comunità; di un gruppo di acquisto proletario; di un forno collettivo; e del più recente progetto di un molino di comunità, per sopperire alla assenza di un molino nel Salento. Le difficoltà non mancano, ovviamente. L’associazione si basa ancora molto sul volontariato. Il progetto del mulino sta prendendo lentamente forma ma ha dovuto superare molti ostacoli, soprattutto nell’accesso al credito (etico o meno!).

Questa consapevolezza del territorio come risorsa per uno sviluppo locale differente, che si rivolge principalmente a chi abita un luogo e vuole costruire filiere sostenibili e integrate tra loro, trova un suo spazio di incontro nella rete di SalentoKm0. Nata intorno ad un progetto editoriale sulle aziende biologiche e naturali del Salento, è attualmente abitata da produttori, associazioni, trasformatori uniti da un manifesto collettivo e da progettazioni comuni di mercati itineranti tra i piccoli paesini del Salento. La rete è anche occasione di scambio di saperi, di mezzi, di prodotti tra i contadini e i piccoli agricoltori, una rinnovata esperienza – ai suoi primi passi – di quel mutualismo e reciproco supporto delle comunità agricole prima che l’agribusiness e la finanza trasformasse l’atto agricolo in mero profitto.

La costruzione di un immaginario collettivo basato sulle relazioni di prossimità è naturalmente inclusiva. Diritti a Sud è una associazione che ha fatto della dignità del lavoro dei cittadini stranieri in agricoltura la sua bandiera, contro ogni forma di sfruttamento e caporalato. La loro salsa di pomodori, prodotta a Nardò (la cittadina della rivolta dei migranti contro i caporali) è un prodotto buono, giusto ed etico, dove il lavoro è pagato giustamente.

Sono solo alcuni esempi di esperienze di economie altre che stanno iniziando a fare sistema, nella consapevolezza che solo stando insieme ce la si può fare.

Eppure questa vivacità di un territorio che sta scommettendo su se stesso si scontra con la miopia e l’indifferenza di chi invece ha il potere di definire le linee di sviluppo. La scelta del Governo nazionale di considerare prioritarie grandi opere come la Trans Adriatic Pipeline (TAP) o le autorizzazioni per la ricerca di idrocarburi nei mari davanti alle coste salentine e pugliesi; o la lunga questione della cd “emergenza xylella”, entrano fortemente in conflitto con i bisogni e le aspettative di un territorio che vuole recuperare una propria identità e salvaguardare il benessere di chi lo abita e l’integrità del suo paesaggio. E così i movimenti sociali che si oppongono alla TAP o alle trivelle diventano i portavoce di questa richiesta di sovranità di un territorio nel poter scegliere un modello di sviluppo sostenibile e partecipato.

La cattiva gestione del fenomeno del disseccamento rapido dell’ulivo e l’adozione di misure emergenziali  fortemente invasive volute dal Governo con il supporto e il sostegno di alcune Accademie (dal taglio degli ulivi al diserbo massiccio alla gassificazione di insetti impollinatori ed esseri umani tramite insetticidi) è a tutt’oggi una ferita aperta nel Salento. Ma ugualmente forte è la resistenza di chi da decenni ormai sta costruendo una narrazione differente alla cultura dell’emergenza e delle soluzioni fatte di chimica e sostituzione di un prodotto con un altro: ed è una resistenza non solo di conflitto ma costruttiva, fatta di ricerche scientifiche, di opposizioni in aule di tribunali, di collette per sostenere cause legali, etc.Il Salento, da questo punto di vista, è un esempio italiano di quegli stessi conflitti che hanno/stanno attraversando altri luoghi nel mondo, dall’India di Vandana Shiva alle popolazioni indigene del Sudamerica.  Sono due modelli di sviluppo che in questa parte del Sud si stanno confrontando, talvolta anche duramente: e bisogna decidere con chiarezza da che parte stare.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 33 di Marzo - Aprile 2018: "Fuori dal mercato"

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