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Come contenere il debito pubblico

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di Danilo Corradi

In questo breve articolo proverò a riassumere sinteticamente i contenuti proposti nella relazione che ho svolto durante il convegno internazionale di Pescara sul debito pubblico. Il contributo che propongo al dibattito parte dalla convinzione che, nella battaglia sul debito, possa essere di un qualche interesse ragionare allungando il nostro sguardo oltre la contemporaneità, cercando una prospettiva comparativa per cogliere, sul piano analitico, analogie, differenze, rotture. Provo di seguito a dar conto di alcuni dati e di qualche traccia di lavoro e di analisi che meritano di essere evidenziati e ulteriormente approfonditi.

Schematicamente:

1- Il nostro paese ha vissuto quattro rapide ascese del suo debito pubblico che si sono concluse con superamento della soglia del 100% in rapporto al PIL. Due sono avvenute in tempo di guerra e sono sostanzialmente paragonabili a quelle di altri paesi europei, le altre due invece si sono determinate, almeno a un primo sguardo, autonomamente dalle tendenze internazionali sul debito pubblico.

2- La prima “anomalia” è relativa al periodo 1861-1876 con un’appendice di crescita tra il 1886 e il 1898. A grandi linee questo incremento del debito può essere spiegato facendo riferimento alla dinamica di costruzione dello stato unitario e al completamento militare dell’Unità. Le spese di guerra e gli interessi sul debito accumulato condizioneranno non poco la vita del nuovo fragile stato. Non solo, la debolezza dello sviluppo economico del paese, inteso come livello di reddito pro-capite, accentuò le difficoltà di una compagine statale che andava definendosi seguendo i modelli delle nazioni già industrializzate e, conseguentemente, con risorse fiscali ben più cospicue. Interessante notare che anche la prima grande ascesa, come le successive due, sono determinate innanzitutto dalle spese militari e dalla notevole pressione degli interessi sul debito accumulato. Nel periodo crispino anche il “banchetto ferroviario” ebbe un ruolo importante.

3- Il terzo elemento che si può evidenziare è relativo alle discese. L’unico periodo della storia nazionale in cui il rapporto debito/PIL diminuisce per la crescita del denominatore è il periodo giolittiano, mentre la nostra storia è ricca di ristrutturazioni, prestiti forzosi, conversioni, interventi dello Stato ben oltre la dinamica di mercato. Ciò che oggi è considerato come impossibile per gli effetti economici che determinerebbe è in realtà già successo più volte: Il debito pubblico non è stato sempre onorato. Vediamo qualche esempio:

4- La prima discesa si realizza tra il 1898 e il 1912, come già indicato, grazie alla crescita del PIL, la seconda per intensità e durata della storia nazionale. Interessante notare che, nonostante questo contesto estremamente positivo, il III governo Giolitti non si fece sfuggire la possibilità di una parziale “ristrutturazione” del debito. Con la legge del 1° luglio 1906 si obbligava al rimborso immediato dei prestiti consolidati al 5% lordo e 4% netto o alla loro conversione, volontaria, in titoli al 3,75% netto e dopo il 1911 al 3,5% e non soggetti a conversione fino al 1920. Si sfruttarono condizioni di mercato favorevoli, ma intervenire sul costo del debito fu considerato naturale e il successo dell’operazione fu salutato con toni trionfalistici dall’area liberale di governo.

5- La seconda discesa fu determinata dalla grande inflazione dagli anni finali del conflitto al biennio rosso, che contenne la crescita del debito, e da quella successiva tra il 1921 e il 1925, che rese negativi i tassi d’interesse e fece lievitare il PIL nominale. Il colpo finale fu dato dalla doppia ristrutturazione del debito estero. Nel 1925 venne trovato l’accordo con gli Usa, gli interessi non pagati furono incorporati nel capitale e il rimborso fu dilazionato fino al 1986! I versamenti furono successivamente interrotti negli anni Trenta a seguito del blocco dei pagamenti del debito tedesco che per il 10% spettava all’Italia. Nel 1926 venne ristrutturato il debito con il Regno Unito. Qui oltre la dilazione si ottenne una riduzione di oltre il 50% del capitale da restituire. La ristrutturazione dei debiti non riguardò solo l’Italia ovviamente, e non riguardò solo il debito estero. Con RDL del 26 novembre 1926 il neonato regime fascista impose un “consolidamento forzoso” dei titoli a breve termine (5 e 7 anni) in un consolidato “Littorio” al 5%. Nel 1934 fu imposta una conversione obbligatoria (rimborso solo formalmente richiedibile) al 3,5% redimibile. L’operazione ebbe un esito fallimentare perché obbligò a un rialzo dei tassi negli anni successivi. Operazioni simili con procedure diverse si svolsero in Inghilterra e in Francia con esiti decisamente migliori. Infine con il DL del 5 ottobre 1936 fu varato un prestito forzoso per possessori di beni immobili nella misura del 5% del valore dei suddetti per 25 anni al 5% al fine di sostenere le crescenti spese militari.

6- La terza discesa fu determinata da alcuni anni di super inflazione dal 1943 al 1947, questo permise di portare il rapporto debito Pil al 40% e la spesa per gli interessi passò dal 17% della spesa effettiva al 4,3%. Dal 1940 al 1945 i prezzi al dettaglio passarono da 100 a 1963; dal 1945 al 1950 da 100 salirono a 264, nello stesso periodo il Pil nominale crebbe di 6 volte a fronte di una crescita di 2,8 volte delle passività statali. Da segnalare che, oltre la tassa da inflazione, Tra il 1945-50 la Cassa Depositi e Prestiti passò dal detenere il 10% al 33% del debito statale grazie all’incremento del risparmio postale e dei suoi interessi superiori a quelli bancari. Un deciso Intervento pubblico a fronte dei Decreti legislativi che tra dicembre del 1947 e maggio 1948 vietarono al Tesoro di ricorrere ad anticipazioni della Banca d’Italia in assenza di autorizzazioni specifiche al fine di contenere l’inflazione.

7- L’ultimo elemento storico che voglio qui sottolineare è relativo all’ultima grande ascesa iniziata tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Il debito pubblico crebbe per due decenni a un ritmo superiore rispetto a quello di altri paesi paragonabili. Ciò avvenne non in virtù di una spesa superiore ma a causa di entrate decisamente inferiori rispetto alla media europea. Soltanto nel 1988 la spesa pubblica italiana divenne superiore, ma a causa degli effetti del costo del debito accumulato, ovvero del pagamento degli interessi. La spesa per pensioni, scuola, sanità, dipendenti della pubblica amministrazione continuerà ad essere simile o inferiore alla media europea. L’Italia nel suo complesso non ha vissuto sopra le sue possibilità in termini di spesa, semmai il fisco leggero su rendite e profitti, unito all’evasione fiscale, ha permesso ad alcuni di accumulare ricchezza sulle spalle di molti. Basterebbe dare un’occhiata ai dati italiani e mondiali sulla crescita dei profitti, delle rendite e sull’andamento della distribuzione di reddito e ricchezza a partire dalla fine degli anni settanta per capire chi ha vissuto sopra le proprie possibilità avvantaggiandosi della crescita del debito. Da segnalare che in questo periodo ci fu prima una politica di espansione della base monetaria che contenne la crescita del debito rendendo i tassi d’interesse reali negativi a fronte di una notevole inflazione, mentre durante gli anni ’80 tale politica s’invertì. I motivi dei tassi d’interesse così alti meriterebbero un approfondimento specifico, ma vanno letti in relazione al cambiamento del quadro internazionale e all’affermazione politica del paradigma neoliberista e della centralità del capitale finanziario.

A partire da questi sette elementi analitici vorrei sviluppare una breve valutazione finale. Il dato che salta agli occhi è che l’intervento pubblico per contenere il debito non deve assolutamente considerarsi un’anomalia né nella storia economica del paese, né di quella internazionale. Gli stati hanno una notevole e variegata strumentazione per intervenire sul debito pubblico e non sempre una ristrutturazione ha generato sfiducia e il blocco dei flussi finanziari. Ovviamente questi interventi non vanno banalizzati nella loro problematicità e vanno relazionati ai contesti mutevoli dell’economia, ma asserire che un intervento di ristrutturazione selettiva del debito sia finanziariamente ingestibile è un’affermazione dal sapore propagandistico. Ci sembra invece di poter affermare che la riduzione di un debito superiore al 100% del PIL grazie alla sola crescita economica sia un evento piuttosto raro sul piano storico e decisamente improbabile se guardiamo all’attualità. 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 32 di Gennaio-Febbraio 2018: "Debito globale: come uscirne?"

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