L’anno che verrà

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di Marco Bersani. (Articolo pubblicato sul manifesto del 6 aprile 2019)

“Sarà un anno bellissimo” aveva annunciato ad inizio febbraio il Presidente del Consiglio Conte.Sarà perchè 'nemo propheta in patria', ma i conti di Conte sembrano tutt'altro che intenzionati a tornare.

Le previsioni di un Pil al +1,5% nel 2019 fanno ormai parte delle favole che si raccontano nelle sere d'inverno ai nipotini, mentre la vorticosa discesa verso la recessione (Pil negativo) sembra imboccata con determinazione.

Intanto, il debito pubblico, rispettando il vero copione della dottrina neoliberale, aumenta con passo costante, e la gabbia per la popolazione italiana, riverniciata di giallo-verde, è di nuovo chiusa con doppio mandato.

Strano esito per un governo che aveva annunciato fuoco e fiamme contro i parametri finanziari dell'Unione Europea, e che, guardandosi bene dal toccarne alcuno, secondo la narrazione grillina ha già abolito la precarietà, la povertà e la corruzione.

Mentre con molto più realismo, l'uomo delle felpe -gli manca quella dei finanzieri, forse per una vecchia questione di 49 milioni- sa che, se non si mettono in discussione i vincoli, l'unica possibilità  è quella di dar sfogo alla frustrazione, distribuendo armi agli italiani e invitandoli a sparare, meglio se contro i migranti o i bambini rom.

Tuttavia, pur sapendo che non si cava il sangue dalle rape, il governo potrebbe fare da subito qualcosa. Per esempio, ponendo con forza un quesito all'Unione Europea: perché per determinare lo stato di salute finanziaria di un Paese, si ricorre al solo parametro del debito pubblico?

La fragilità economica di un Paese è certamente legata anche al livello del suo indebitamento, ma occorrerebbe fare riferimento al debito complessivo di tutti gli attori che operano nel sistema economico: oltre allo Stato, le famiglie, le imprese e le banche.

Se lo si facesse, si scoprirebbero dati sorprendenti: secondo uno studio del McKinsey Global Institute, sulla base dei dati della Banca dei regolamenti internazionali, riferiti al 2017, l'Italia, con il suo indebitamento complessivo pari al 265% del Pil, è uno dei Paesi più virtuosi, con valori appena superiori a quelli della Germania, e decisamente migliori di Francia (304%) e Gran Bretagna (281%).

Porre questo quesito renderebbe manifesto il fatto che si utilizza il solo debito pubblico, come parametro, perché l'obiettivo dell'oligarchia europea non è la stabilità finanziaria dei paesi, bensì impedire agli stessi di adottare politiche di spesa che contrastino l'ideologia dell'austerità, e imbrigliarne le scelte per favorire la deregolamentazione del lavoro, la mercificazione dei beni comuni, la privatizzazione dei servizi pubblici e l'espropriazione di democrazia.

D'altronde, dopo aver costruito per anni la narrazione del debito secondo la doppia metafora della catastrofe naturale che colpisce tutti, e che tutti devono assumere su di sé, da una parte, e, dall'altra, della grave malattia, la cura della quale va affidata agli esperti, diventa molto difficile rendere il re nudo e dire chiaramente come la trappola del debito sia funzionale alla nuova accumulazione finanziaria che investe la società, la natura e la vita stessa delle persone.

Meglio cantarsela e suonarsela, con il sorriso di Di Maio stampato sulla faccia, nell'illusione di stare producendo un cambiamento epocale, o urlare a destra e a manca, con il ghigno di Salvini, mentre si pone l'occhio sul mirino.

E, mentre le cosiddette opposizioni vestono i panni del rigore eurocentrico, una domanda investe ciascuno di noi: è questa la società in cui vogliamo vivere? Possiamo lasciare soli gli studenti di Global Strike for Future o il quindicenne che a Torre Maura ha sfidato gli orchi?