attac italia

  • PAESE SULL'ORLO DI UN PRECIPIZIO: TAP E TAV PER FARE UN PASSO AVANTI

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    di: Marco Bersani

    “Si farà solo dopo un'analisi costi-benefici” è diventato il mantra del ministro Toninelli, ogni volta che si parla di una grande opera. Andrebbe innanzitutto ricordato al ministro come una vera analisi costi-benefici vada fatta prima di avviare un'opera, altrimenti viene falsata dai costi già sostenuti, permettendo al governo, come difatti accade, di continuare ad opporsi a parole, dando il via libera nei fatti.

    In secondo luogo, l'analisi costi-benefici non dovrebbe essere limitata alla singola opera, ma inserita nel contesto più ampio della situazione dell'intero Paese.

  • Parigi, giusto un accordo o un accordo giusto?

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    di Francesco Martone

    We do not want just an accord, we want a just accord” IBON, 7 dicembre 2015

     E’ da poco iniziata la seconda settimana di negoziato della COP21 nella quale saranno i Ministri che entro l´11 dicembre dovrebbero approvare l’accordo che definirà le politiche climatiche nell'era post-Kyoto. Tre sono gli elementi chiave per valutare la portata dell'accordo che si sta profilando, attraverso una prospettiva di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, di “restituzione ” del debito ecologico e di regolamentazione delle emissioni a carattere vincolante e non volontario. Il  primo, l'impegno per contenere l'aumento della temperatura globale entro 1,5 gradi centigradi.

  • Parigi. Clima e Lavoro: che siano i diritti a segnare la svolta?

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    di Marica Di Pierri

    Salvare il clima non vuol dire sacrificare posti di lavoro, ma crearne. Questa la riflessione centrale portata a Parigi dai sindacati riuniti nel network Trade Unions for Energy Democracy: pensare a come ridurre le emissioni non può prescindere da una riflessione, urgente, sul lavoro e i diritti del lavoro.

  • PATTO DI STABILITA’ KILLER

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    di Marco Bersani

    La natura fa il suo corso. Amichevole, se le attività umane si relazionano alla stessa rispettandone le leggi fondamentali; devastante, se le attività umane la considerano variabile dipendente dai profitti.

    Genova, Parma, Alessandria, Maremma, Trieste sono le nuove stazioni del calvario autunnale, che induce a modificare il vecchio detto popolare “Piove, governo ladro” nel più attuale “Piove, governo ladro e si salvi chi può”.

  • Per un agro capace di futuro. Quali pratiche per l'ambiente e lo sviluppo tra disoccupazione, precarietà e diritti negati nel nostro territorio

    intervento di Alex Zanotelli

    Martedi 15 giugno 2004 Nocera Inferiore (SA). Atti dell' incontro pubblico

  • Per una riconversione ecologica dell’economia - n.16, novembre dicembre 2014

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    di Mario Agostinelli

    Il concetto di conversione richiama la categoria del comportamento e le convinzioni essenziali a cui si ispira la coscienza individuale e/o sociale. E’ parola a dimensione prevalentemente etica, che riguarda innanzitutto la sfera personale e indica, anche metaforicamente, il percorso cosciente di un cammino altro da quello compiuto precedentemente.

    Quando invece parliamo di riconversionee la associamo, come in genere accade, alla produzione di merci o servizi, indichiamo per lo più una decisione presa nella sfera economica – e talvolta politica – per destinare a nuove finalità delle attività ritenute in qualche modo esaurite, non più “convenienti” o, addirittura, non più compatibili con l’evoluzione della situazione di cui hanno fatto parte. Raramente introduciamo la “cifra” della crisi, la più profonda e più complessa che la modernità abbia fin qui affrontato, che riguarda la dimensione sociale, i limiti climatici e ambientali, la proprietà dei beni non economici che garantiscono uguaglianza rispetto al diritto ad una vita dignitosa.

    Davanti alla minaccia di sopravvivenza della biosfera , alla crisi di civiltà e alla incapacità di alimentare il meccanismo di crescita ormai portato al parossismo dalla dittatura di un potere finanziario avversario della democrazia, conversione e riconversione ecologica avvicinano i loro campi di azione. Nel dibattito in corso, tutti e tutte convengono che non è possibile un'efficace alternativa economica e politica al meccanismo economico distruttivo in atto senza una profonda revisione dei comportamenti, del rapporto uomo-natura, della finalità sociale, “extra-economica”, del lavoro. La riconversione produttiva, cioè, non può più prescindere dalla sua “desiderabilità” sociale e ambientale.

    Lungo questo percorso, è stato soprattutto Wolfgang Sachs negli anni ’90 a chiarire che giustizia sociale e giustizia ambientale devono inevitabilmente ricongiungersi. A dieci anni da Porto Alegre e da Genova, i movimenti possono ormai far propria una lettura organica delle ragioni della crisi in corso e della sua irreversibilità. Sono ragioni che riguardano una serie di rotture e conflitti, oltre quello tradizionale- pur sempre determinante – tra capitale e lavoro, e che hanno ormai conquistato fortunatamente le avanguardie delle organizzazioni dei lavoratori. Mai però come in questi ultimi anni il potere politico economico finanziario - dell’Occidente in particolare – si è opposto, tanto a livello locale e nazionale quanto a livello continentale e planetario, a riportare il sistema produttivo entro un quadro di sostenibilità imposto dai limiti fisici e biologici del pianeta in cui viviamo, salvaguardando, potenziando e qualificando l’occupazione e valorizzando la dotazione di tecnologia, di impianti e di conoscenze dell’apparato industriale e produttivo esistente.

    La via allora è quella di una riconversione, votata sì alla discontinuità, ma gestita democraticamente, come risultato di una lotta per un potere non più esercitato solo sul terreno redistributivo. Ciò aprirebbe nel nostro Paese un dibattito sulla mancanza di una politica industriale e sul declino del nostro sistema produttivo, che riproduce condizioni di lavoro dequalificate, perde posizioni nella competitività internazionale, è fonte primaria di una precarizzazione che investe l’intera esistenza e alimenta un sistema di consumi e uno spreco di risorse naturali che pregiudicano la salute e le possibilità di vita delle prossime generazioni. Altro che Patto del Nazareno!

    Per quanto mi riguarda, non c’è ipotesi dirigista che possa condurre alla riconversione ecologica dell’economia. La marginalità del lavoro nella società odierna e la riduzione del debito finanziario come pietra angolare del comportamento intergovernativo a cui la cittadinanza si deve piegare a discapito dei suoi diritti, fa sì che sia ormai introiettata nella dimensione sociale la rinuncia al potere istituzionaledi tutto quanto si organizza fuori dalle élites industriali, economiche e finanziarie. Perciò, anche puntando alla modifica del sistema rappresentativo-istituzionale, occorre strappare e riconsegnare strumenti di potere “dal basso” a chi fa esperienze territoriali, lavorative, di relazioni sociali, attraverso le quali constata l’inadeguatezza di una “crescita” che non redistribuisce ricchezza e spreca lavoro e natura. Se la politica, aderendo in blocco all’ideologia neoliberista, non riconosce più centralità alle organizzazioni sociali - e questo è il nodo imprescindibile del conservatorismo reazionario di Renzi - bisogna allora aver fiducia nel riconnettere individui, lavoratrici e lavoratori, produzione, riproduzione, valorizzazione e organizzazione del territorio in forme di democrazia sociale ancora da strutturare ma già oggi capaci di formulare teoria e di praticare percorsi di lotta all’altezza di una nuova organizzazione del modo di vivere, lavorare, produrre e consumare nel territorio.

    Una proposta in tal senso può trovare un punto di iniziale agglutinazione intorno all’obiettivo della riconversione dell’apparato produttivo e del consumo, a partire dalle punte energivore più esposte: a livello sia locale – nei punti di maggior crisi occupazionale – che regionale, nazionale e planetario:agire localmente, ma pensare globalmente.

    Decisiva è l’azione, ma inserita in un contesto politico-culturale che ha già fatto un balzo in avanti spesso sottostimato. Una cultura capace di articolare e applicare categorie omogenee di interpretazione per settori interdisciplinari (i beni comuni naturali, innanzitutto: acqua, energia, aria, terra), per territori non omologabili all’arena del mercato (con le conoscenze specifiche che ogni gruppo si è fatto rispetto a dove vive e lavora), per individuazione di strumenti di politica economica e fiscale che inibiscano la deriva delle privatizzazioni (anche quando, come nel caso della Cassa Depositi e Prestiti si camuffano da cavallo ruffiano).

    Se si riflette sulla molteplicità di lotte in corso, saperi tecnico scientifici, conoscenze del territorio e buone pratiche sono già il punto di forza delle esperienze di auto-organizzazione più rilevanti degli ultimi anni, nel campo dell’energia, dell’acqua, del trasporto, dell’agricoltura, alimentazione, urbanistica, educazione, gestione rifiuti, mobilità, salute. Ormai non è più questione solo di idee con cui affrontare la svolta, ma di pratiche da cui cominciare senza compromessi. Sulla valorizzazione di saperi, conoscenze e buone pratiche e sull’innesco diretto con le rivendicazioni territoriali e del mondo del lavoro, si può, a mio avviso, definire una nostra organizzazione non più a comparti tematici separati,in grado di costruire convergenze quando i problemi sono pluri-settoriali. Ci sono le urgenze del mondo del lavoro – le fabbriche che chiudono o che chiedono di sopravvivere sussidiando produzioni insostenibili, lo stesso mondo dell’impresa e del terzo settore, ma anche il mondo agricolo e della piccola distribuzione – e le amministrazioni locali. Dovremmo però “metterci insieme”, fare di cento conflitti e vertenze un unico programma politico. Non ci sono più orizzonti catartici a portata di mano ed una coerenza programmatica sui nodi essenziali citati è più che esaustiva. Dobbiamo, banalmente, lavorare insieme.

    La questione energetica, dentro questo ragionamento, assume nella mia esperienza un’importanza cruciale, proprio per la trasversalità con cui questa lente traguarda il futuro. E non tanto per ragioni tecnologiche, quanto di organizzazione sociale. Un passaggio necessario da sistemi centralizzati ed extraterritoriali, propri dell’era fossile, a sistemi decentrati, alimentati da fonti rinnovabili e integrati e programmati   nel complesso delle risorse territoriali, produce visibilissimi riflessi sullo sviluppo dell’occupazione, oltre che sulla salubrità della produzione e sulla riduzione del consumo. Vengono così portate in primo piano le ragioni di un modello che prende ad esempio e imita la natura, che si riappropria del tempo, che applica la parola tagli agli sprechi anziché ai bisogni e ai diritti, e che punta a riarmonizzare lavoro e natura.

    Se dovessi, in sintesi, indicare una linea di percorso per la riconversione economica dell’economia, sosterrei – a fronte di una crisi di civiltà – che il territorio è il luogo da cui ripartire; la riappropriazione del lavoro e i diritti dei lavoratori sono il passaggio cruciale per sostenere il conflitto per un mondo diverso; l’abbandono del concetto di “crescita” costituisce la direzione univoca verso cui procedere; l’accumulazione pubblica traduce la richiesta democratica di ridurre il potere privato; la ricostruzione della rappresentanza sociale, prima ancora che politica, raffigura l’urgenza da risolvere. Questo, nella convinzione che la riconversione-conversione deve essere un fattore che porta alla condivisione di orientamenti, al collegamento operativo e al coinvolgimento diretto degli attori dei conflitti sociali, dei promotori di buone pratiche, dei soggetti delle forme di resistenza oggi ancora frammentate ma da riunificare se si vuole capovolgere il dominio attuale.

    Tratto dal Granello di Sabbia di Novembre - Dicembre 2014: "Riconversione ecologica", scaricabileQUI

  • Perù e TLC, gli indigeni difendono l'Amazzonia

    di Gennaro Carotenuto

     

  • Piattaforma Manifestazione No Ponte 19 dicembre

     

     

  • Posicionamiento Político de organizaciones sociales de América Latina y el Caribe hacia la COP 21

    18 Posicionamiento

    Noviembre 2015a
    Los abajo firmantes, organizaciones y movimientos sociales de América Latina y el Caribe:

    CONSIDERAMOS
    Que la crisis actual no se trata únicamente del calentamiento global. Es también una crisis socio-económica, política, alimentaria, energética y ecológica. En suma, una crisis sistémica cuyas afectaciones son visibles a nivel global. Esta crisis tiene origen en el sistema capitalista que a su vez se sustenta en un modelo de producción y consumo extractivista, depredador de los bienes comunes y de la fuerza de trabajo, creado en función de favorecer los intereses de las grandes corporaciones transnacionales.

  • Riappropriamoci di ciò che è nostro lavoro, diritti, ambiente, beni comuni

     

    Attac Torino verso lo sciopero del 28 gennaio

  • Riconversione ecologica. Una risposta possibile per tre crisi diverse: ecologica, occupazionale, sociale - n.16, novembre dicembre 2014

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    di Marica Di Pierri (Associazione A Sud)

    Sentiamo parlare quotidianamente di crescita, di rilancio dell'economia e della necessità di rafforzare le imprese italiane sui mercati internazionali. Ne parlano politici, associazioni di categoria, imprese, banche e istituzioni europee, sottolineando che è irrinunciabile garantire competitività alle aziende, non importa se a costo dei diritti dei lavoratori e di impatti ambientali affatto trascurabili.

  • Siamo avviluppati da un'angoscia invisibile

    Yoko Akimoto, ATTAC Japan

    Nucleare

  • Solo uniti potremo incidere sulle questioni climatiche

    03 Alex Zanotelli

    di Alex Zanotelli

    Il pronunciamento della Pontificia Accademia delle Scienze, a conclusione del seminario ”Proteggere la Terra, mobilitare l’umanità” tenutosi in Vaticano il 28 aprile scorso alla presenza del segretario generale dell’ONU, Ban Ki Moon è stato molto chiaro.

    “Il mondo deve prendere atto che il Vertice sul clima di Parigi del prossimo dicembre (COP21) potrebbe essere l’ultima vera opportunità per giungere a un accordo che mantenga il riscaldamento globale di origine antropica al di sotto dei 2 gradi centigradi, a fronte di una traiettoria attuale che porterebbe a un aumento devastante di 4 o più gradi centigradi.

    Gli scienziati dell’Accademia hanno affermato categoricamente che “il cambiamento climatico di origine antropica è una realtà scientifica e la sua decisiva mitigazione è un imperativo morale e religioso.

  • System Change NOT Climate Change

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    Per scaricare il pdf, cliccare sull'immagine qui sopra

    Indice
    EDITORIALE:
    Se l’accordo Cop 21 è un successo, allora siamo proprio fritti! 

    di Vittorio Lovera | Attac Italia

    Parigi, giusto un accordo o un accordo giusto?
    di Francesco Martone

    Solo uniti potremo incidere sulle questioni climatiche
    di Alex Zanotelli

    PARIGI clima e lavoro: che siano i diritti a segnare la svolta?
    di Marica Di Pierri

    Energia e clima.
    Una mutazione strutturale per la pace
    di Mario Agostinelli

    Finanza nemica del clima
    di Andrea Baranes

    Cambiare il cibo
    di Antonio Lupo

    La Cop 21 fa acqua da tutte le parti
    di Paolo Carsetti

    Le responsabilità sul clima
    di Alberto (Abo) Di Monte

    L’ago dell’acqua e la bilancia climatica
    di Francesca Caprini (Yaku)

    Le vittime del cambiamento climatico
    di Chiara Marchetti

    Interconnessioni tra Cop 21 e TTIP
    di Alberto Zoratti

    Ho perso il lavoro e trovato un’occupazione
    di Liam Barrington-Bush

    Reportage dalla repubblica di Lugansk
    intervista a Giacomo | City Strike

    rubriche
    democrazia partecipativa
    La democrazia partecipativa può abolire la guerra?
    di Pino Cosentino

    il fatto del mese
    Cose turche
    di Marco Schiaffino

    auditoria del debito
    La verità sul debito greco
    di Eric Toussaint

    Posicionamiento Político de organizaciones sociales de América Latina y el Caribe hacia la COP 21

  • Testimonianza dalla Val di Susa

    7b Varco del 27-06-11

     di Doriana, attivista No Tav

    Oggi, 18 ottobre 2015, abbiamo fatto una passeggiata nella "zona rossa" o nel cantiere-fortino.
    Essendo "proprietari", ci siamo presentati - io e Mario - al varco della Centrale di Chiomonte.
    Di guardia tre Carabinieri. L'ufficiale ci dice che ci vuole un "permesso speciale" per accedere.

  • Un nuovo movimento contro il cambiamento climatico? - n.15 ottobre 2014

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    di Phil Rushton

    Il 21 settembre 2014 si è svolta a New York la “People’s Climate March”, che è stata, secondo i suoi organizzatori, la più grande mobilitazione della storia sulla questione del cambiamento climatico. Contemporaneamente, sotto la stessa sigla, si sono svolte mobilitazioni in 162 paesi, per un totale di 2646 eventi nel mondo.

  • Una grande vittoria

    di Silvio Messinetti e Francesco Perri

    Movimento NO Europaradiso

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