Il ponte di Genova: il passato che divora il futuro

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di Antonio De Lellis

La sproporzione evidente tra i piloni del ponte Morandi di Genova e le abitazioni sottostanti è l’immagine che più di altre mi ha colpito. Un “Godzilla” imperioso, apparentemente fisso, il cui crollo è costato finora 43 vite umane e sofferenze indicibili ad una città tanto amata quanto ferita e ad un paese incredulo e sbigottito. Un pezzo del nostro paese si è svegliato dal torpore e ha preso atto della pericolosità di ciò che conosceva, ma di cui non era consapevole: il ponte così come quasi tutto il nostro sistema autostradale è di fatto privatizzato e svenduto con un contratto in parte segreto.


Il governo si è affrettato a dare in pasto al popolo il capro espiatorio: la società concessionaria Autostrade. Come una belva inferocita la folla ha bisogno di “carne fresca”, cose roboanti e immediate o comunque una via d’uscita o utopia, nel senso di illusione. Sconvolge l’acclamazione di alcuni leader politici all’ingresso del grande capannone ove si tenevano i funerali di Stato. Mi ha ricordato il racconto dell’ingresso dei gladiatori nelle arene dove si celebrava la morte. Questi gladiatori sino ad ora hanno combattuto contro i leoni africani, forti nella loro fierezza, ma schiavi e sacrificati per la gloria dei lottatori, vedi politiche disumane contro i migranti. Ora hanno apparentemente toccato poteri forti, società potenti arricchitesi sottraendo quella che un tempo era ricchezza collettiva. Hanno davvero questa intenzione o piuttosto depistare l’opinione pubblica allontanandola dalla realtà di una corresponsabilità dello Stato?
Il ponte è crollato e quasi ha squarciato all’improvviso la grande ipocrisia che “privato è bello”, “privato è meglio di pubblico”, “privato è ineluttabile”. Il pubblico avrebbe quanto meno reinvestito gli utili nelle manutenzioni e nella sicurezza reale, il privato lo ha distribuito ovvero se lo è intascato. Il pubblico avrebbe quanto meno realizzato il monitoraggio costante richiesto dalle analisi autorevoli, il privato lo ha inserito in una gara pubblica scaricandola sulla società aggiudicatrice dell’appalto futuro. Ma ha atteso troppo tempo ed è arrivato in ritardo mortale! Godzilla non ce l’ha fatta! Il ponte Morandi è la metafora della insostenibilità del nostro sistema di sviluppo incoerente, contradditorio che “Gronda” sangue. La privatizzazione del sistema autostrade alla concessionaria incriminata ha generato, negli ultimi 4 anni, oltre 4 miliardi di euro di dividendi e restituzione di finanziamenti per altri 4,5 miliardi fatti dalla controllante. Cosa poteva essere fatto con 8,5 miliardi di euro? Tanto e sicuramente avrebbe migliorato la sicurezza e contribuito a prevenire questa strage di Stato. Sì, perché si tratta di una strage di Stato. Lo Stato ha deciso la privatizzazione e sempre lo Stato avrebbe dovuto vigilare.
I “signori delle autostrade” e le tante “strade senza uscita” che alimentano la corruzione e indebitano enormemente un paese, hanno scaricato sul popolo sempre tutti i lavori di sistemazione ed efficientamento che hanno realizzato, e non certo tutto quello che avrebbero dovuto fare; sicché non vi preoccupate perchè abbiamo sempre pagato noi con i super pedaggi e le soste costosissime negli autogrill.
Ora i gladiatori hanno però apparentemente e mediaticamente lanciato la sfida contro un vero potere, fuori dall’arena tradizionale, scelta in questi mesi, ovvero contro i poveri, i diversi, gli ultimi e non sarà facile spuntarla, ammesso che facciano sul serio, ma soprattutto non sarà facile avere dalla propria parte l’opinione pubblica sempre anche quando i clamori e le emozioni si saranno placate.
Questa è per noi, cittadini del mondo consapevoli, una battaglia vera! Che si fa a con azioni giudiziarie senza il dilettantismo, senza la semplicioneria e la pericolosità cieca che ha contraddistinto finora questo governo. Ma c’è anche da chiedersi: battaglia vera o depistaggio abile da parte dell’esecutivo? Un fronte enorme per un governo fragile che ha come azionista di maggioranza un partito che prima o poi verrà dilaniato dalla contraddizione interna e mal celata tra la Lega Nord e la Lega Nazionale e che già frena sulla revoca delle concessioni, o che alzerà polveroni salvo poi trovare accordi in nome dei conti pubblici e della difesa dei lavoratori. Il governo ha dimostrato finora solo di avere una idea alternativa di paese sposando politiche xenofobe e razziste in nome di un nazionalismo pericoloso. Ha solo utilizzato il tema della sicurezza contro i deboli e non ha maturato nessuna reale ripublicizzazione dei servizi essenziali e dei beni comuni.
Questa battaglia giusta contro le tante privatizzazioni (e magari anche per la Sanità, Acqua, altri servizi essenziali, banche, Cassa Depositi e Prestiti ecc.) non si può combattere senza una strategia, una tattica, senza un popolo consapevole ed informato come quello che portò alla storica vittoria del referendum per l’acqua pubblica. Quel popolo o alleanza che dai centri sociali alle parrocchie aveva contrastato con efficacia la privatizzazione del bene comune per eccellenza e che ora frammentato prova a rialzarsi sarà disposto a fare sconti ad un governo che in più parti del paese lo ha sgomberato e si è messo contro il Vangelo autentico dell’accoglienza dei migranti? Saranno disposti i movimenti sociali a fare da stampella ad un governo che non mette in discussione il sistema nel suo complesso, ma mira solo a tener buona “la belva” che essa stessa in qualche misura ha contribuito ad alimentare e sicuramente a strumentalizzare, costituita da un ceto sociale ampio che vive nella società del rancore?
Nello “smottamento” che la società italiana ha vissuto c’è un forte vissuto di deprivazione relativa così come in quel ponte crollato c’è molto del processo di accelerazione di benessere che pensavamo non avesse mai fine e che invece ora ci presenta un conto drammatico che non vorremmo pagare.
La nuova fase ci obbliga tutti ad organizzarci, superando le tifoserie e le trappole di un governo nazionalista che fino ad ora ci sta portando in giro senza una meta precisa per poi tornare al punto di partenza.
Se il cambiamento è mettere al centro le persone, allora perché contrastare in maniera criminale il fenomeno epocale delle migrazioni forzate? Perché fare accordi con i governi libici e autoritari in nome solo degli affari?
Cambiamento non è costruire il nuovo recuperando un passato che però non divori il futuro?