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Dolore e rabbia a due giorni dal crollo del Ponte Morandi

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di: Pino Cosentino (Attac Genova)

In questo momento (venerdì 16 agosto) le vittime accertate sono quasi 40, ma restano ancora almeno 10 dispersi.

Ancora immersi nello choc per un evento sconvolgente in sé, ma tanto più per noi genovesi, per i quali il ponte Morandi rappresenta un elemento famigliare della nostra quotidianità, proviamo a non farci vincere dallo sconforto e dai sentimenti di dolore per l’irreparabile perdita di vite umane, verso cui proviamo inevitabilmente una coinvolgente, personale partecipazione.   Ognuno di noi sa che poteva trovarsi lì in quel momento terribile, con la propria famiglia, a sprofondare nell’orrido abisso. Penso anche ai lavoratori dell’isola ecologica, sepolti sotto le macerie del ponte, e a tutte le volte che come utente ho parlato con qualcuno di loro.

Fa parte della psicologia umana trasformare il dolore in rabbia. In generale è bene vincere questo meccanismo, fare i conti con sé stessi piuttosto che provocare altri danni. Ma non è questo il caso. In questo caso la rabbia, purtroppo, è più che giustificata.

Leggo l’intervista di Rixi, sottosegretario – viceministro alle Infrastrutture e Trasporti, molto vicino a Salvini, che dichiara su Huffington Post: “Se ricostruiscono il ponte e forniscono risorse per sfollati e famigliari delle vittime siamo pronti a sederci a un tavolo” (a mangiare, e vi vada di traverso, verrebbe da dire…). Alla fine della dichiarazione, spunta anche un accenno alla Gronda, che si doveva fare già negli anni Ottanta…

Al di là delle sue peculiari problematiche, messe abbondantemente in evidenza dai media, il caso del ponte Morandi riporta l’attenzione su una delle più vistose follie delle politiche neoliberiste.

A caldo la verità era venuta fuori, o meglio, era stata riesumata dal silenzio in cui era stata sepolta. Abbiamo letto e sentito, magari in forma esitante e confusa, che le autostrade, un bene pubblico in cui non è possibile nessuna forma di concorrenza, da decenni producono enormi e ingiustificati profitti a gestori che non sono sottoposti a nessun controllo. Le relazioni sulle manutenzioni e lo stato della rete sono in pratica autocertificate. I Benetton si trovano nella classifica di Forbes che elenca i duemila e rotti miliardari (in dollari) esistenti al mondo ormai grazie solo a Autostrade per l’Italia, che gestisce quasi metà dell’intera rete autostradale italiana, fra cui anche l’A10 (l’Autostrada dei Fiori), quella del ponte Morandi.

Perfino l’iperliberista Gran Bretagna, che aveva privatizzato tutta la rete ferroviaria (treni, binari e stazioni), dopo una serie impressionante di incidenti dovuti manifestamente a insufficiente manutenzione (visto che ogni centesimo speso è sottratto ai profitti, unico scopo del gestore privato), ha riportato, ormai nel lontano 2002, le ferrovie sotto il controllo pubblico.

La privatizzazione delle grandi reti infrastrutturali, che come le autostrade costituiscono un monopolio naturale, è una delle più grandi e manifeste follie delle politiche neoliberali. Che trova difensori non solo tra i partiti che tradizionalmente rappresentano interessi privati o privatistici (in primis PD e FI), ma anche nel “governo del cambiamento”, dove l’intervista di Rixi è un segnale molto chiaro delle intenzioni della Lega.

Certamente la statualizzazione dell’economia non è la soluzione. Bisogna cercare altre vie, ma nel caso delle autostrade riesportarle sotto il diretto controllo dell’ANAS, dopo aver trasformata la stessa ANAS da SpA in Azienda speciale, può essere un primo passo.

Vedremo a cosa porterà la dialettica in seno all’attuale governo. Come sempre, tuttavia, la saggezza (se e quando si manifesta) del popolo italiano è il fattore decisivo nel determinare gli eventi futuri.

La rabbia qui non è il superamento del dolore, che resta ed è irrimediabile. E’ piuttosto il sentimento che accompagna necessariamente la consapevolezza di quanto sta accadendo, e che ci spinge a porre con maggior forza e urgenza la necessità (e non solo il desiderio) di liquidare questo sistema socioeconomico, costruito per l’arricchimento dei pochissimi.

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