Il popolo non è una “massa”

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di Pino Cosentino

La difficoltà di porre dei limiti al potere della ricchezza fa capire

che è la ricchezza stessa a dover essere limitata.

Quando il denaro parla, tutti sono costretti ad ascoltare.

Per questo una società democratica

non può permettere un’accumulazione illimitata.

(CRISTOPHER LASCH, La ribellione delle élite, 1995)

E’ realistico aspettarsi che chi è ossessionato dalla massimizzazione dei profitti

si fermi a pensare agli effetti ambientali che lascerà alle prossime generazioni?

(Lettera Enciclica “Laudato si’” di papa Francesco Sulla cura della casa comune)

L’onda d’urto dell’esplosione, anche nei santuari della democrazia liberale, del populismo che si credeva confinato in terre pittoresche di gauchos e sombreri, ha investito anche il variegato, quanto stagionato, mondo alternativo, incrinando, o addirittura capovolgendo, certezze che si credevano granitiche. El Pueblo, unido, jamas serà vencido….Porto Alegre… bilancio partecipativo… Non sono più quei tempi, allora il popolo non si presentava con il volto feroce della marmaglia leghista, continuazione peggiorativa della mitica casalinga di Voghera. Ora su tale scia si sviluppa e si radica come senso comune un altro mito, quello di un popolo fanatizzato dal razzismo, dal culto del capo, un popolo masochisticamente antidemocratico, bestia selvatica, irrazionale, pronta a seguire il pifferaio di turno.

La sentenza sull’inemendabile eterna pericolosità del popolo, che ha i suoi cantori anche nella nostra sinistra (termine che oggi ha senso solo se inteso come posizione dei partiti negli emicicli di Camera e Senato) ha un obiettivo preciso: affermare la “naturale”, intrinseca e perciò eterna superiorità del singolo sul collettivo. Nell’immaginario, “popolo” è autentico nome collettivo, quando esso entra in scena le singole individualità scompaiono, emerge una psicologia della folla che travolge le barriere di ragionevolezza, buon senso, normale educazione, e induce a comportamenti che le stesse persone condannerebbero recisamente nella loro vita ordinaria. Come dire che l’individualismo coltivato dalle élites (nome ritenuto collettivo solo dalla grammatica) è l’unica riserva di razionalità su cui l’umanità possa contare. Saggezza, cultura, moderazione, equilibrio, buone maniere, estese e solide competenze, compensano abbondantemente le manchevolezze, quali egoismo, narcisismo, eccentricità o all’opposto rigido disumano conformismo. Qualora ciò – la prevalenza delle virtù sui vizi – non avvenga, nessun rimedio esiste per lo sventurato popolo. Nulla frena le sue sregolate passioni, nessuna mano sicura lo mantiene sulla retta via. Non manca nemmeno chi arriva ad attribuire ai popoli italiano e tedesco l’affermazione di fascismo e nazismo, ignorando le precise e determinanti responsabilità delle cosiddette élites (vertice e apparato statale, padronato) in entrambi i paesi, nonché la violenta repressione (in Germania sterminio fisico) degli oppositori.

Con il populismo il vento elitista ha ripreso forza, per impulso sia dei sostenitori sia degli oppositori del populismo. O forse sarebbe meglio dire che sono cadute delle maschere, e oggi le istituzioni più significative, da quelle rappresentative ai media, esibiscono senza remore (quando abbiano almeno un’infarinatura in materia, cosa che spesso non è) una concezione puramente strumentale della partecipazione, in un ventaglio di opzioni che vanno dallo sfruttamento del lavoro volontario (i patti della cosiddetta Amministrazione condivisa), fino all’utilizzo di strumenti deliberativi per attingere informazioni e creare consenso (fra cui anche l’uso di sedicenti bilanci partecipativi in funzione clientelare).  Siamo una società che nelle sue strutture portanti ha sempre ribadito il valore supremo della competizione e del successo personale come carattere distintivo della personalità eccezionale, meta che renderebbe la vita degna di essere vissuta.

Tuttavia registriamo anche segnali opposti. Accanto a movimenti di lunga durata, come i no TAV della Val di Susa, nuovi movimenti nascono e si estendono, come Fridays for Future, che all’inizio di ottobre ha tenuto a Napoli la sua seconda assemblea nazionale. Luoghi dove giovani e giovanissimi incominciano a sperimentare e comprendere i meccanismi, i riti, i complessi retroscena della vita sociale. Sono movimenti veri, non sette.

Non hanno paura del popolo, perché sono popolo.

Non c’è in loro la minima remora a mettere “al centro il processo democratico e partecipativo ribaltando le logiche di potere che caratterizzano il nostro sistema” (Report finale della seconda assemblea nazionale di Fridays for Future Italia, pubblicato sul Granello di Sabbia n. 41 ). Le istanze decisionali del movimento sono le assemblee locali e l’assemblea nazionale: “Crediamo infatti che la forma assembleare garantisca un modello decisionale partecipativo, aperto e orizzontale” (Report ecc. citato)[1].

Proprio il caso di Fridays for Future dimostra come la partecipazione e il suo necessario esito, l’idea di un governo del popolo (quella che chiamiamo democrazia partecipativa) sia inseparabile dalla comprensione della natura della nostra società. La folle, cieca corsa dell’umanità verso la catastrofe ambientale non è frutto, semplicemente, di cecità intellettuale, ma di un sistema “patriarcale, sessista, razzista, colonialista, machista e basato sulla logica dell’accumulazione e del profitto…Dobbiamo essere in grado di ripensare il sistema nella sua totalità”. Di qui lo slogan “Cambiamo il sistema, non il clima”, che non è una frase ad effetto, ma la sintesi di un’analisi e di una convinzione articolata e ragionata.

Al di là dei movimenti, i gruppi politici alternativi, anticapitalisti, hanno ragione di temere il popolo? Forse sì, se si chiudono nell’autoreferenzialità. Il popolo, ogni volta che lo si ascolti, ci sorprende.

Queste sono le risposte a un sondaggio quantitativo effettuato da SWG nell’aprile di quest’anno.

Dimostrano che l’approccio degli attivisti è sbagliato, perché il terreno, come già dimostrato dal referendum del 2011, e poi da quello costituzionale del 2016, ci sarebbe.

In Italia ben un terzo degli intervistati vorrebbe un modello economico totalmente diverso, mentre solo il 7% sostiene il sistema capitalistico.

Approfondiremo questo tema in un prossimo articolo.

[1] Su tutt’altra scala, viene qui da osservare che subito, all’inizio delle trattative per la formazione del governo M5S-PD l’agosto scorso, il Pd pose 5 condizioni, una delle quali era “Difesa della democrazia rappresentativa”. Pretendeva  la rinuncia alla legge sull’iniziativa popolare e il referendum propositivo, che aveva già superato le prime due letture di Camera e Senato, richiesta prontamente accolta dai 5 Stelle. Anche il ministero dei rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta, passato a Federico D’Incà, ha perso “la democrazia diretta”.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 42 di Novembre – Dicembre 2019. “Il Sol dell’avvenire e l’avvenire del Sole