Il lavoro nella societa’ che vogliamo

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di Marco Schiaffino (Attac Italia)

L’esercizio di immaginare una società differente, quando si parla di reddito e lavoro, richiede prima di tutto un “piccolo” sforzo: quello di abbandonare due vizi che sul tema delle rivendicazioni sembrano fin troppo interiorizzati. Il primo è quello di ragionare sempre ed esclusivamente sul breve (o brevissimo) periodo. Il tema del lavoro, declinato nella lotta alla precarietà, alla disoccupazione e al deterioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, finisce regolarmente per assumere caratteri emergenziali. Come conseguenza, le risposte si riducono alla ricerca di soluzioni-tampone e aprono la strada alla tentazione di individuare la “formula magica” o lo “strumento definitivo” che possa risolvere il rebus di un quadro terribilmente compromesso. L’esempio del reddito di cittadinanza varato dal governo giallo-bruno, che oltre a essere una truffa a livello semantico rappresenta un elemento di continuità nella logica di una visione di lavoro che resta identico a se stesso, ne è un esempio perfetto.

Il secondo vizio è quello di continuare a guardarsi indietro, pensando che gli unici progressi possano arrivare dal recupero dei diritti cancellati da 30 anni di politiche neoliberiste. Le (pur sacrosante) lotte per la resurrezione di sistemi di garanzia, come il ripristino dell’articolo 18, difettano di quello spunto di radicalità indispensabile per provare a immaginare un nuovo modo di lavorare che possa superare i limiti del sistema capitalista e neoliberista. Alla fine, questa prospettiva finisce per rappresentare una critica dell’esistente che non mette in discussione le regole del gioco, ma pretende solo un maggior fair-play da parte dei giocatori in campo. Eppure l’esigenza di cambiare le regole dovrebbe essere evidente. Non solo per garantire una migliore qualità della vita (o addirittura una vera speranza di vita) a tutte e tutti. Ma anche e soprattutto perché le regole del capitalismo sono vecchie, superate, inadeguate al mondo in cui viviamo. Per rimanere nella metafora, le regole vanno cambiate perché il campo da gioco è cambiato radicalmente. A modificarlo (ma il cambiamento è ancora in corso, a ritmi che aumentano a livello esponenziale) sono tre fattori: globalizzazione, innovazione tecnologica e crisi ambientale. Tre fenomeni che non permettono più di pensare di poter affidare la gestione di attività di produzione e riproduzione secondo le vecchie logiche della competizione e dell’ottimizzazione del profitto.

Il tema, infatti, non è tanto quello di come influiscano i cambiamenti sulle nostre vite, quanto come vengono interpretati. Nelle mani dei fan del libero mercato, le dinamiche del terzo millennio rischiano di trasformarsi in un incubo a occhi aperti. Lo abbiamo già visto succedere. Quella globalizzazione che avrebbe potuto trasformarsi in un’occasione di apertura culturale e maggiore facilità nella circolazione delle persone, filtrata attraverso la lente del “libero mercato”, ha regalato solo delocalizzazione delle produzioni, aumenti delle disuguaglianze e saccheggio delle risorse. Lo stesso copione rischia di andare in scena sia con la cosiddetta industria 4.0, sia con la promessa di una futuribile “green economy”.

Nello schema attuale, quello che possiamo aspettarci dall’innovazione tecnologica e dalla sostituzione uomo-macchina, per esempio, non è altro che l’accelerazione del processo di espulsione dal mondo del lavoro (già in atto) di milioni di persone e un inasprimento della concorrenza al ribasso per chi si trova costretto ad accettare condizioni di lavoro sempre più degradate pur di assicurarsi un reddito. Per quanto riguarda la questione ambientale, il mantenimento dei vincoli delle regole di mercato rappresenta, in pratica, una barriera insuperabile che rallenterà (o bloccherà del tutto) qualsiasi processo di transizione verso un sistema ecologico. Fino a quando il metro di valutazione per scegliere come produrre (ma anche cosa produrre) sarà basato solo sulle logiche di mercato, l’idea di una economia green rimane buona solo per riempire i comunicati stampa.

Rispetto al passato, la differenza è che non si può più pensare di “mitigare” in qualche modo questi processi. L’unica possibilità di riscrivere il copione arriva da un cambio di rotta radicale, in cui si abbandoni la logica stessa che ispira il nostro sistema economico, passando dalla logica della competizione a quella della collaborazione. È il ragionamento portato avanti da chi elabora le teorie legate al reddito di base, in cui le risorse necessarie per garantire la sussistenza (vogliamo esagerare e parlare direttamente di “benessere”?) non sono più legati a una logica di mercato in cui le persone sono costrette a “vendersi” per avere ciò che gli serve, ma ottengono ciò di cui necessitano per il semplice fatto di esistere. Un cambio di paradigma che aprirebbe orizzonti completamente diversi nell’interpretazione dei fenomeni con cui stiamo facendo i conti.

Ma è possibile immaginare una società in cui il reddito non sia collegato al lavoro? La risposta, in realtà, è più semplice di quanto si creda. Immaginarla e costruirla non è solo possibile, ma inevitabile. L’alternativa, come accennato qui sopra, è quella di rassegnarsi a una catastrofe sia sotto il profilo sociale, sia sotto quello ambientale. Il primo passo del cambiamento, quindi, serve adesso. Cominciando, per esempio, a ragionare sul fatto che un reddito di esistenza non è una semplice utopia, ma può rappresentare la giusta remunerazione per quelle che siamo abituati a considerare “attività di riproduzione”, come quella di cura. Cominciando a considerare (nuovamente) l’istruzione di una persona come un investimento che la collettività nell’ottica di una restituzione che non deve necessariamente essere tradotta in un salario o una rendita. Smettendo di considerare le diseguaglianze come un elemento di stimolo all’affermazione sociale per chi si colloca sulla cima della piramide e di stigma per chi si ritrova al fondo.

Nel mondo che vogliamo, deve essere normale che gli uomini e le donne che partecipano a una comunità (tenendo presente che facciamo parte di una comunità di 7 miliardi di persone) possano prestare il loro tempo e le loro competenze semplicemente perché “è giusto” e non perché ne hanno una contropartita economica. Un processo del genere, naturalmente, deve essere accompagnato da un ribaltamento delle logiche prima di tutto a livello culturale, che probabilmente richiederà qualche generazione per essere portato a termine, ma che può e deve cominciare adesso. Avendo il coraggio di cancellare le regole e riscriverle. Da zero.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 41 di Settembre – Ottobre 2019. “La società che vogliamo