Guai a voi che dell’acqua fate mercato!

acquabenecomune

 di Roberto Melone – Coordinatore Ligure dei Movimenti per l’Acqua

Altri parleranno dei concetti di Acqua Bene Comune, monopolio naturale, diritto umano. Io voglio partire da un’altra questione senza la quale tutto diventa possibile e cioè che, comunque la si pensi, in questo paese c’è stato un referendum nel quale 27 milioni di italiane e di italiani hanno detto chiaramente che l’acqua deve essere gestita in forma pubblica e partecipativa e che, nella sua gestione, non si devono fare profitti. L’esito referendario e, soprattutto, le sue conseguenze sono state sancite anche dalla Corte Costituzionale.

Ora, come dicevo prima, anche chi pensa che il mercato sia l’unico regolatore e che tutto il resto sono chiacchiere di “anime belle” non può disattendere quel risultato del 2011.

Esattamente ciò che è successo in tutti questi anni: uno strappo alla democrazia sostanziale e, con tutta evidenza, uno strappo, com’è ormai del tutto evidente, tra partiti, istituzioni e cittadini.

L’espressione democratica delle italiane e degli italiani non va “interpretata”, come disse qualcuno all’indomani dell’11 giugno 2011, va attuata e rispettata.  

Oggi in Commissione Ambiente della Camera dei Deputati è in discussione una legge che riprende quella di iniziativa popolare sulla quale il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua raccolse nel 2007 oltre 400.000 firme.

Anche in questo caso l’atteggiamento dei “soliti noti”, Lega, Forza Italia e PD, sta ritardando la discussione ed è evidente il tentativo, esercitato attraverso la presentazione di decine di emendamenti, di stravolgere e vanificare il senso stesso di quella legge.

Dalla loro parte sono ovviamente schierati i gestori che in queste settimane hanno raccontato sui più importanti (almeno come tiratura) giornali italiani costi di questa legge assurdi, immotivati e assolutamente fantasiosi.

Il Forum Italiano ha presentato un corposo documento di analisi, studio e proposta nel quale si evince che l’approvazione della nostra legge risolverebbe, di fatto, molti se non tutti i problemi del Servizio idrico in Italia ed avrebbe un costo limitato al quale andrebbero sottratti gli “indebiti” profitti dei gestori.

Nel corso degli anni, almeno dall’approvazione della Legge Galli, in Liguria si è registrato un moltiplicarsi delle gestioni, una frammentazione incredibile alla quale si devono sommare campanilismi senza senso e una popolazione ridotta rispetto ad altri territori e in continuo calo. Tutto ciò ha reso l’acqua e i servizi ad essa collegati, poco appetibili, almeno nella parte di ponente della Regione, da parte delle grandi multiutility (IREN in primis).

La situazione attuale vede:

– Il savonese con due ATO nei quali i sindaci hanno deciso per una gestione tramite Spa in house e dove il tutto è caratterizzato da ritardi nelle decisioni spaventosi, scelte “tecniche” sbagliate (rispetto alle quali ci saranno sicuramente i ricorsi di Iren e di altri gestori privati) e, dove la gestione è avviata, da incapacità (voluta?) gestionale evidente e che mette a rischio le scelte fatte;

– Situazione analoga nell’imperiese dove i sindaci hanno optato per una Spa in house, Rivieracque, e dove, incapacità gestionale, resistenze di alcuni sindaci, come quello di Imperia, Scajola (si, proprio quello dell’appartamento a “sua insaputa”!) che ritardano nell’approvare le delibere di affidamento e il conferimento dei propri impianti, oltre ad una indisponibilità degli istituti di credito ad elargire finanziamenti. Il tutto ha portato la società in house all’istanza di fallimento. A tutto questo vanno aggiunte le vicende giudiziarie che hanno coinvolto il Direttore Generale di Rivieracqua, Gabriele Saldo, per presunti concorsi truccati.

– l’area genovese “sottomessa” alla gestione di IREN (Mediterranea delle Acque);

– l’area spezzina dove nel gennaio 2018 i sindaci hanno, con miopia, incompetenza e incapacita’ politica e tradendo il democratico voto referendario, approvato l’aggregazione Acam – Iren. Qui come a Genova Iren lavora alacremente non per migliorare il servizio ma per raggiungere il suo vero obiettivo cioè una remunerazione degli azionisti dall’attuale 5,5% all’8% entro il 2021

Giace, inoltre, da mesi in Regione una Legge di Iniziativa Popolare sulla quale furono raccolte nel 2015 circa 10.000 firme e che l’attuale maggioranza di centro destra si guarda bene dal portare in aula.

In questa situazione, fermo restando l’impegno dei vari comitati liguri nel proprio territorio, credo che due possano essere le attività unificanti e in grado di dare uno “scossone” alla situazione (e non solo in Liguria):

  1. un’azione forte e concreta per sostenere la Legge in discussione alla Camera, sostenuta dal sopra citato documento che smonta il tema dei costi e dimostra come la gestione pubblica e partecipativa attraverso Aziende Speciali, sia la vera ed unica soluzione verso un modello innovativo, democratico, efficace, efficiente, industriale, rispettoso dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori;
  2. un lavoro nei territori cercando di costruire “Conferenze di Produzione”, come proposto dal Comitato Acqua di Torino ed in particolare da Mariangela Rosolen, utile ed autorevole proprio per smontare l’idea che la ripubblicizzazione costi e che, invece, è vero l’esatto contrario.

Mi permetto, in conclusione, di suggerire che tutto questo lavoro dovrebbe, a mio modesto avviso, essere calato in un ragionamento più ampio e complessivo che riguarda la ripresa da parte dell’intero movimento per l’Acqua della sua originaria narrazione sui Beni Comuni, sul diritto umano e sui diritti fondamentali, ovviamente aggiornata dall’esperienza, dal lavoro e dalle pratiche di questi anni.

Oggi come non mai la questione dei Beni Comuni, e dell’Acqua come primario Bene Comune, ritengo sia necessaria ed indispensabile nella nostra comune lotta contro il liberismo e un modello di società che sta trascinando l’umanità verso il baratro.

 Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 39 di Marzo – Aprile 2019. “Si scrive acqua, si legge democrazia