Emilia paranoica

di Marco Schiaffino

Non era il 2012 profetizzato (su Internet) dai Maya come la fine del mondo, ma il 26 gennaio 2020 aveva assunto, negli ultimi mesi, una carica da vero e proprio “giudizio universale”. Il giorno dopo la grande sconfitta di Matteo Salvini, parte la gara all’analisi di ciò che è accaduto e accadrà a livello locale e nazionale. Resistere alla tentazione è impossibile, quindi tanto vale cedere. Visto che fare un discorso organico è impossibile, vale la pena provare a farlo per titoli. Più comodo ancora, farlo per protagonisti.

Matteo Salvini e i suoi amici

Lo “sconfitto” si gioca tutte le sue carte con l’abituale astuzia. Dopo aver trasformato le elezioni in Emilia Romagna in un evento mediatico ancor prima che politico, ne esce con brillantezza, presentandosi davanti ai microfoni prima che i risultati siano chiari e garantendosi così la possibilità di parlare a reti unificate nel ruolo del possibile vincitore e non dello sconfitto. Il bilancio della sua galoppata rimane impressionante: una candidata leghista in grado di prendere il 43,6% in Emilia sarebbe stato impensabile fino a poco tempo fa. Ma il vero effetto è quello di aver modificato geneticamente la destra in Italia, che oggi è qualcosa di molto diverso rispetto a quello a cui eravamo abituati. Una destra dichiaratamente razzista e “alternativa”, contornata da gruppetti filo-fascisti, apertamente violenta (anche solo al citofono) e autoritaria. Se si pensa che Lega e Fratelli d’Italia, insieme, sono arrivati al 40% in una delle “regioni rosse”, vengono i brividi.

Bonaccini e i suoi amici

I “vincitori” delle elezioni regionali, all’indomani dello showdown, sproloquiano di “progetti di governo” premiati dagli elettori, nuove stagioni politiche e fantomatici “riscatti” della linea progressista alternativa alle destre. Peccato che le liste a sostegno del candidato Bonaccini comprendessero, più che altro, forze politiche e aggregazioni che rappresentavano e rappresentano in maniera plastica i gruppi di potere (economico ancora prima che sociale) interessati a mantenere uno status quo che nulla ha a che fare con qualsivoglia “progresso”. Il premio onestà intellettuale (o ingenuità politica) va al segretario del PD Nicola Zingaretti, che come prima cosa ha ringraziato le Sardine. Senza di loro, lo schieramento di centro-centro-centro-sinistra avrebbe preso una scoppola storica. Lui lo sa benissimo e non ha capito che sarebbe stato meglio non dirlo.

Le Sardine

Il vero vincitore in tutta la vicenda, secondo la maggior parte dei commentatori, sono loro. Quindi, possiamo dire che non c’è nessun vincitore. Malgrado gli sforzi dei media e degli esponenti del PD che ne stanno tessendo le lodi da settimane, il movimento delle Sardine rimane un non-soggetto politico che, al massimo, può essere definito un (blando) movimento d’opinione. Al di là del tema dell’antifascismo (che dovrebbe essere minimo comune denominatore in un paese che lo ha scritto in Costituzione) il magma ittico che si è mosso lungo il Paese ha portato come unico contenuto l’anti-salvinismo, trascinando un po’ più di gente alle urne. Bene, ma non benissimo. Anche con uno sforzo di fantasia, pensare che ne possa uscire qualcosa di più è davvero difficile. Quando provano a dire qualcosa a livello tematico, come sui decreti sicurezza, inciampano tra cancellazione e modifica. Insomma: l’impressione è che abbiano rappresentato una reazione al rischio del “colpo di mano” salviniano ma che la cosa sia destinata a finire lì.

Il Movimento 5 Stelle

Indicati come i veri sconfitti della competizione, hanno incassato un risultato sconsolante. Vero che alle amministrative non sono mai andati bene. Vero anche che, in questa occasione, hanno fatto la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro. Le prime analisi dei flussi, infatti, indicano che il 70% degli elettori del Movimento (sigh) ha scelto la convergenza su Bonaccini, rivestendo quindi un ruolo fondamentale nella vittoria del governatore dell’Emilia-Romagna. Il “sacrificio” rischia però di costargli caro. Gli sbocchi, per il futuro, sono due: farsi assorbire dal PD in quella che viene già definita come una “alleanza fisiologica” o rimanere stritolati in quella nuova vocazione bipolare che sembra delinearsi (e le Sardine in questo qualcosa c’entrano) nella nuova narrazione del panorama politico.

La paranoia

Vera protagonista del weekend, è riuscita nell’impresa di portare a votare una percentuale quasi doppia di elettori rispetto alla tornata precedente e di trasformare le amministrative emiliano-romagnole in un evento che ha fatto impallidire la notte degli Oscar. L’ansia da “scontro finale”, pompato all’estremo da giornali e TV, ha tirato voti in entrambe le direzioni polarizzando le posizioni come non si vedeva da tempo. Il vero dubbio è se saprà ripetersi in Toscana, Campania e Puglia (prossime tappe del tour) o se assisteremo alla replica di quanto andato in scena in Calabria, dove senza troppo rumore si è affermata la cara vecchia destra di Silvio Berlusconi (con la Lega che non sfonda e raccatta solo il 10%) che ha promesso di “rimuovere il malaffare”. Quando li lasci senza paranoia, di solito funziona così.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 43 di Gennaio- Febbraio 2020. “La diseguaglianza e le rivolte