Editoriale: Garantiamo l’avvenire del Sole

 di Vittorio Lovera

Confusione alta nel cielo.

Poche le certezze e tutte negative: le diseguaglianze – economiche e sociali – sono in costante ed esponenziale crescita, le condizioni di salute del Pianeta che ci ospita sono quelle di un malato terminale, in buona parte del mondo libertà e democrazia vengono usurpate, generando reazioni – di matrice spesso opposte –  di rivolta.

Cile, Catalunya, Ecuador, Hong Kong, Bolivia, Albania, Iran sono gli ultimi avamposti del palesarsi di questo diffuso scontento popolare. E questo, senza mai rimuovere nelle nostre coscienze i continui eccidi delle le popolazioni palestinesi e curde (Rojava)

Avremo modo, nei prossimi numeri del Granello, di analizzare dettagliatamente le differenti condizioni sociali e geopolitiche che hanno generato questi diffusi stati di malcontento popolare.

Fino a meno di un anno fa le prime due situazioni, esponenziale crescita delle diseguaglianze e inarrestabilità dei mutamenti climatici, venivano sminuite quando non negate, nonostante dati e studi scientifici le palesassero, in maniera incontrovertibile, da ben oltre un ventennio.

Intanto i ghiacciai del Monte Bianco evaporano, il dissesto idro-geologico avanza ovunque, Venezia è sommersa dalle acque alte, i Sassi di Matera sono attraversati da fiumi incontrollabili di fango.

“Lo stato di calamità naturale” è più inflazionato e richiesto della cassa integrazione.

Nonostante il montare internazionale delle proteste di piazza, sui mutamenti climatici non si modificano affatto i comportamenti degli Stati: l’ultimo rapporto  annuale di  Brown to Green, pubblicato da Climate Trasparency in vista della COP 25 di dicembre a Madrid, dimostra come nessuno dei paesi membri del G20 abbia minimamente rispettato gli impegni dei già deludenti accordi di Parigi. Le emissioni dei paesi G20, responsabili dell’80% dei gas serra, sono aumentate addirittura dell’ 1,8 %. Male l’Italia: nei comparti legati ai trasporti ed all’edilizia il nostro paese ha superato la media di emissione degli altri G20, malissimo poi sull’uso dei combustibili fossili. Nessuna strategia di inversione: il 79 % del mix energetico italiano è sempre legato all’uso di combustibili fossili . Degli 11,5 miliardi di sussidi ricevuti il 98% è stato impegnato per il consumo e solo il 2% alla produzione.

La questione Arcelor-Mittal di Taranto esemplifica l’arretratezza italiana nella programmazione delle indispensabili tutele ambientali, l’assoluto scollamento tra politiche industriali, non più replicabili su un ciclo produttivo novecentesco, occupazione e la salvaguardia integrale dell’ambiente e della salute pubblica.

Una questione che veniva denunciata già negli anni ’70 (lo stabilimento Italsider viene inaugurato nel 1965), nientepocodimenoche dal Corriere della Sera: nel 1972, con i preveggenti articoli di Antonio Cederna “Taranto in balia dell’Italsider” e “Taranto strangolata dal boom” e, nel 1979, di Walter Tobagi (assassinato un anno dopo dalle Brigate Rosse) ne “Metalmezzadro”.

“La siderurgia è fondamentale per la ripresa del nostro sistema Paese” le dichiarazioni bipartisan e fotocopia, da Mattarella a Di Maio, da Salvini a Renzi e Calenda fino a Landini, trito e ritrito mantra già utilizzato, in altri comparti: per salvataggio di Alitalia (sempre di là a venire), per il Tav Torino-Lione, per la pedemontana lombarda e la Brebemi, per la gronda ligure, per il Mose, tutti lampanti esempi di incompatibilità ambientali e di ingentissimo spreco di risorse pubbliche.

Risorse che vanno pure a far lievitare pesantemente il debito pubblico che poi siamo chiamati annualmente a ripianare.

Gli oltre 5 miliardi del Mose, non terminato in 20 anni, commissariato a più riprese e con condanne per corruzione non sono forse l’esempio perfetto di debito pubblico illegittimo, mi chiedo e vi chiedo?

Un cane che si morde la coda: tagliamo welfare e servizi ai cittadini per dare loro nuove autostrade – invece di treni più efficienti e meno cari o la garanzia della manutenzione dei viadotti esistenti – assolutamente inutili e tutte in deficit!

La crisi mondiale della siderurgia (sovrapproduzione) rende “insostenibile” sia il piano di adeguamento ambientale degli impianti di Taranto che la loro la gestione produttiva, prova ne sia che il piano industriale di Arcelor-Mittal è risultato totalmente errato: l’unico motivo per cui la multinazionale franco-indiana chiede la rescissione del contratto, con la richiesta di licenziamento di oltre il 50% dell’attuale forza lavoro, 5300 esuberi sui 10.000 lavoratori occupati, è l’insostenibilità economica del suo stesso piano industriale, altro che scudo penale!

Il grave non detto di tutta la questione delle acciaierie di Taranto è proprio che oggi, nel mercato globalizzato, di acciaio ce n’è troppo.

I maggiori produttori mondiali, Cina e India, ne sfornavano già in quantità dominante, ma con i dazi Usa – fino a ieri grande importatore – questa quota di non venduto ha creato un eccesso di offerta. Così la Mittal cerca di scaricare il problema della sua “succursale” più scomoda, appunto l’Ilva di Taranto. Si è pure tentato (Matteo Renzi) di recuperare l’altra cordata che aveva partecipato al discusso bando europeo di assegnazione dell’ex Ilva.

Jindal, non naviga però in acque migliori: ferma la produzione nell’impianto di Battipaglia, a forte rischio quelli di Brindisi e Terni, gli unici loro impianti che paiono per ora funzionare in Italia sono quelli di Piombino.

Ogni assegnazione in Italia è una gran querelle di interessi finanziari contrapposti dei gruppi di potere dominanti: furono moltissime le polemiche legate a quel bando, predisposto dal governo Renzi e poi gestito da quello Gentiloni, con Carlo Calenda quale ambiguo trait-d’union, Sottosegretario allo Sviluppo con Renzi, poi Ministro con Gentiloni.

Fu lui, con un blitz a chiudere l’accordo con Arcelor-Mittal, dopo che il governo Gentiloni si era già dimesso, lasciando il cerino in mano a Di Maio e soci.

Mittal sbarca in Europa nel 2006 rilevando Arcelor, un coagulo di ex acciaierie statali in Francia, Spagna, Belgio e Lussemburgo, e si presenta nel 2017 al bando per Ilva, in cordata con il gruppo Marcegaglia.

L’altra cordata, Jindal, presentatasi come Acciai Italia, vedeva nel patto sociale Jindal al 35%, CdP al 27,5, Luxottica 27,5 e Gruppo Arvedi al 10.

L’ago della bilancia risultò ovviamente una Banca, Intesa San Paolo, detentrice di quasi tutto il debito dell’ex Ilva, ed inseguita da entrambe le cordate.  All’ultimo, si alleò con Arcelor-Mittal.

Tra i due piani industriali c’era un abisso: quello di Jindal molto incentrato su innovazione, sostenibilità e investimenti per i tarantini, l’altro – di miglior offerta economica – pompato nei numeri industriali che scavallavano nettamente le misure Antitrust della Commissione Europea. Concepiva la produzione di 8 milioni di tonnellate di bramme di acciaio ma già con 5 superava il tetto massimo del 40% di  produzione consentita in Europa al Gruppo. Cinque milioni di tonnellate di produzione non coprono invece neppure costi di produzione. E infatti…

Il piano Jindal prevedeva invece il progressivo passaggio, quale fonte di alimentazione degli impianti, dal carbone al gas metano, introducendo un nuovo tipo di prodotto, il preridotto, un semilavorato del ferro, che sarebbe poi stato trasformato in acciaio con passaggi in forni elettrici.

A regime la produzione prevista si sarebbe attestata sui 11 milioni di tonnellate .

Paradossale – almeno per noi – come a far data dal 13 Ottobre 2019, dopo il licenziamento in tronco dell’Ex Ad Matthieu Jehl,  la nuova Presidente e Amministratrice Delegata di Arcelor- Mittal Italia sia Lucia Morselli (detta “la tagliatrice di teste”). Nel 2016, ai tempi del bando europeo per l’assegnazione degli impianti di Taranto, la Dott.ssa Morselli era la capo cordata del progetto concorrente, quello Jindal.  Ma nel bussiness si sa, gli sportelli son sempre girevoli…., sconfitta nel 2016 ora è chiamata a liquidare il progetto che l’aveva battuta!!

L’Ex-Ilva non è più in grado di garantire occupazione e ha, nel tempo, reso Taranto la città più insalubre d’Europa (vedere dati epidemiologici del rione Tamburi): unica via percorribile – con buona pace di politici e sindacati – è proprio un piano di chiusura in sicurezza degli impianti, di seria bonifica dei siti e di riconversione produttiva ecologica, che garantisca la stabile occupazione per gli attuali occupanti e per quelli dell’indotto.

Tutte questioni che erano emerse con estrema chiarezza anche nel corso dell’Università primaverile di Attac Italia 2018  Fuori dal mercato, un’altra economia possibile, ed in particolare nella sessione “Dall’Ilva all’industria 4.0: il lavoro contro la vita?” tenuta proprio a pochi chilometri dagli ex insediamenti Italsider di Taranto, (Castellaneta Marina), in collaborazione con Tavolo Verde di Puglia e Basilicata e, per la sessione specifica, con “l’Associazione Cittadini Liberi e Pensanti di Taranto”

Non c’è, in Italia, volontà politica di voler svoltare verso una riconversione ecologica e sociale della Società: servirebbero solo 3 miliardi per bonificare e riconvertire il sito dell’ex Ilva, mentre ogni anno paghiamo 60 miliardi di interessi sul debito (cifra analoga a quella impegnata per salvare le banche, con oltre 23 miliardi di soldi pubblici garantiti direttamente dallo Stato). Per noi attacchini l’ennesima conferma che non si possono affrontare politiche alternative di svolta senza affrontare prima con determinazione i nodi della questione dei debiti ingiusti ed illegittimi.

La nostra attivazione sul tema prosegue certosina: nella seconda seduta della Consulta Audit del Comune di Napoli è stato ospite l’economista uruguaiano Ramiron Chimuris Sosa, già presidente, assieme ad Eric Toussaint, della Commissione Audit dell’Ecuador, primo stato che è riuscito nell’impresa di annullare costituzionalmente una parte del debito illegittimo della nazione.

Una delegazione di Massa Critica, Attac Napoli e della Consulta sarà ospite a Madrid (21-26 novembre) della settimana di discussione sull’auditoria, organizzata da la Plataforma auditoria ciudadana de la deuda.

Sempre in Spagna, a Barcellona, il 25-28 Giugno si terrà il Forum Sociale Mondiale delle Economie Trasformative, cui Attac Italia ha aderito da tempo.

Nel primo incontro preparatorio della delegazione italiana (Roma, Scup, 5 Novembre), oltre 100 partecipanti da 15 regioni in rappresentanza di 120 associazioni, sono state delineate le linee guida su cui incentrare le convergenze delle realtà italiane che si concentreranno sull’analisi di una serie di punti  ( Economie Trasformative, estrattivismo e crisi climatica; Economie Trasformative, democrazia economica e trappola del debito; Economie Trasformative  produzione, consumi e tecnologie,lavoro 4.0; Economie Trasformative e pianificazione territoriale; Economie Trasformative, patriarcato, modelli sociali e culturali) che verranno discussi pubblicamente nel corso di una carovana che attraverserà il paese da sud a nord, da Palermo a Trento e che si concluderà con un’Assemblea Pubblica prima di confluire a Barcellona. Sono in atto virtuosi percorsi per rivoluzionare l’approccio all’ambiente, per garantire l’avvenire del sole.

Anche quando sembra buio pesto, il senso di sopravvivenza popolare si attiva e traccia la rotta salvifica: solo il sol dell’avvenire può garantire l’avvenire del sole.

“La Società che vogliamo” si fonda sull’avvenire del sole, un’alternativa di società che per tutelare gli ecosistemi e la dignità delle nostre vite, non dovrà più spartire nulla con l’estrattivismo capitalista e con il pensiero unico del mercato.

Possibile?

Certo!

Non ci sono alternative!

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 42 di Novembre – Dicembre 2019. “Il Sol dell’avvenire e l’avvenire del Sole