Don’t cry for me Argentina

di Marco Bersani. (Articolo pubblicato sul manifesto del 11/01/2020)

Il debito sociale è il grande debito degli argentini, non è solo un problema economico o statistico. Dietro le statistiche ci sono volti e storie di sofferenza e di lotta per sopravvivere. Gli obblighi emergenti dalle situazioni create dal debito estero non possono e non devono evitare la visione etica degli impegni con i debiti sociali che derivano, appunto, da un ordine economico che ha privilegiato la speculazione finanziaria sulla produzione e sul lavoro dignitoso“.

Quanto sopra riportato è il nucleo del primo messaggio dell’anno prodotto dalla Commissione episcopale della Pastorale sociale argentina, che ha chiesto al governo di Buenos Aires e alle forze del Paese di dare priorità ai debiti sociali e alla “protezione dei più vulnerabili”, come passo precedente a quello di “onorare gli impegni sul debito estero”.

Un messaggio inoltrato nell’imminenza del negoziato tra il nuovo governo argentino e il Fondo Monetario Internazionale, che, a settembre 2019, era intervenuto con un prestito monstre di 57 miliardi di dollari, determinando le re-immissione dell’Argentina nella trappola del debito e nelle conseguenti politiche di austerità.

Il messaggio dei Vescovi argentini è perfettamente in linea con la risoluzione Onu del Consiglio dei diritti dell’uomo del 23 aprile 1999, che afferma come “l’esercizio dei diritti fondamentali della popolazione dei paesi debitori all’alimentazione, all’abitazione, al lavoro, all’educazione, ai servizi sanitari e a un ambiente salubre non possano essere subordinati all’applicazione di politiche di aggiustamento strutturale e di riforme economiche legate al debito”.

Cosa dovrebbe fare il nuovo governo è stato ben spiegato in un documento prodotto da Cadtm e Attac Argentina, che contiene sei proposte, così sintetizzabili:

a) sospendere il pagamento degli interessi, come strumento per modificare i rapporti di forza nella trattativa con il Fmi e le istituzioni finanziarie;

b) approvare subito una legge contro i “fondi avvoltoio”, ovvero quelli che hanno speculato sui titoli di stato argentini;

c) determinare e ripudiare il debito odioso, ovvero quello contratto contro gli interessi della popolazione;

d) approvare una legge che obblighi i detentori di titoli di stato a identificarsi presso le autorità pubbliche, al fine di tutelare i piccoli risparmiatori ed escludere i grandi speculatori;

e) avviare un’auditoria pubblica con la partecipazione dei cittadini e delle realtà sociali.

Si tratta di misure che darebbero attuazione concreta a quanto stabilito dal Consiglio dei diritti dell’uomo dell’Onu e che potrebbero contare sul forte sostegno popolare, che ha sonoramente bocciato alle recenti
elezioni il governo liberista di Macrì.

E’ questa d’altronde l’unica possibilità per il nuovo governo di liberare risorse per invertire la rotta economico-sociale del Paese, sperando che le mobilitazioni popolari impediscano questa volta di dirottare, come avvenuto con le precedenti esperienze “progressiste”, la destinazione delle risorse così liberate alla prosecuzione dei progetti estrattivisti di sfruttamento della natura.

Una considerazione finale: perché, quando si parla del sud del mondo, la trappola del debito risulta a tutti immediatamente chiara, mentre appena si attraversa l’Atlantico e si atterra in Europa tutto sembra
molto meno evidente? Ciò che vale per l’Argentina – i diritti fondamentali non possono essere conculcati dalla necessità di onorare i debiti – non vale forse anche per il nostro Paese?

E’ possibile, tra uno scontro social e l’altro sulla partecipazione di Rita Pavone al prossimo Festival di Sanremo, provare finalmente a discuterne?