Crisi climatica. Basta la crescita? Basta la decrescita?

Climate Change

di Marco Bersani

La crisi climatica in atto costringe tutte e tutti a modificare le lenti attraverso le quali si era sinora osservata la realtà. E a farlo in tempi molto brevi, data la necessità di repentini cambiamenti di rotta.

Un recente articolo pubblicato sul Sole 24ore[1] rende evidente l’inquietudine con cui le élite economico-finanziarie affrontano questa fase: il terrore è che i movimenti scesi in campo sul tema della crisi climatica approdino in breve tempo all’anticapitalismo.

L’autore, mettendo a confronto proposte compatibiliste e proposte radicali sulla crisi climatica, ad un certo punto osserva: “ (..) Se le persone capiscono che possiamo risolvere il problema con misure molto più semplici e popolari, come abbiamo fatto in passato per le piogge acide o per il buco dell’ozono, e che passare a un modello di sviluppo diverso è una loro libera scelta e non un’inderogabile necessità, i sogni degli anticapitalisti vanno in frantumi. E quindi riuscire a sfruttare a pieno il potenziale terrorifico del cambiamento climatico diventa una questione di vita o di morte per una cultura politica altrimenti in via di estinzione”.

Dentro questa riflessione, si intravede già il primo precipizio che si affaccia sul partito del Pil e sui seguaci della religione della crescita: riconoscere che c’è un problema strategico costituisce, infatti, una contraddizione con quanto sinora professato, perché il Pil, essendo una misura quantitativa passionalmente indifferente, non si era sinora mai posto il problema della direzione della crescita, bensì solo del proprio aumento o diminuzione.

Le inondazioni, gli uragani e, più in generale, i disastri sono sempre stati motori del Pil al pari della costruzione di scuole e di ospedali: poiché ogni attività umana con risvolti economici ha sempre fatto crescere il Pil, il crollo di un palazzo o l’edificazione di un asilo nido erano parimenti benvenuti nel paradiso della contabilità.

Così come una religione, quando è costretta a prendere atto della realtà, deve fare i conti con la relatività, ovvero iniziare a considerarsi come un’opzione fra le altre, anche l’idolatria del Pil, se prende atto della crisi climatica come problema, precipita dall’Olimpo degli dei sulla terra delle donne e degli uomini, e deve prendere atto di non essere più l’unico scenario oggettivo e possibile, bensì un’ideologia socialmente e storicamente determinata.

D’altronde, come ha ben osservato Luca Ricolfi[2], siamo da oltre mezzo secolo in uno scenario di riduzione del Pil, che ad ogni decennio perde un punto percentuale, e l’insieme delle previsioni economiche è ormai diventato un ridicolo gioco di società fra élite politiche e finanziarie che si trastullano per oscillazioni del Pil di non più di un paio di decimali. Al punto che c’è chi teorizza l’entrata dell’economia planetaria nella fase della stagnazione secolare.

Ma la crescita continua a persistere come divinità, anche se, diversamente dalle religioni che collegano scelte comportamentali attuali alla promessa di ricompense future, non è più collegata ad alcun beneficio. É per questo che si parla sempre più di “crescita senza occupazione”, quasi che non serva più domandarsi “perché e per chi” l’economia debba crescere.

É qui che interviene, con la propria dirompente radicalità, la crisi climatica: la necessaria inversione di rotta e i tempi strettissimi con cui attuarla costringono il Pil ad entrare nel mondo delle passioni, delle scelte, delle finalità: ‘come, cosa, dove e per chi produrre’ un qualsiasi bene, materiale o immateriale, diventa l’unico criterio di scelta possibile, che può essere fatta solo a patto che sia guidata dall’interesse generale e non da quello particolare e privatistico.

Già con queste semplici argomentazioni, con buona pace dell’autore dell’articolo del Sole 24ore, siamo fuori dall’orizzonte del capitalismo, sistema che si sostanzia nel principio del profitto e dell’accumulazione e nell’organizzazione individualista e competitiva delle relazioni umane.

D’altronde, rispetto alla crisi climatica, cosa c’è di più irriducibile tra ciò che è necessario, ovvero “stabilizzare il clima al massimo che è ancora possibile, mobilitando tutti i mezzi che si conoscono, indipendentemente dal costo” e ciò che per l’attuale modello è compatibile, ovvero “cercare di salvare il clima nella misura in cui questo non costi niente, o non troppo, e nella misura in cui questo consenta alle imprese di ricavare profitti”?[3]

Fuoriuscire dall’ideologia della crescita diventa quindi un prerequisito per poter affrontare adeguatamente la crisi climatica. Elemento che mette in contraddizione il modello capitalistico, ma che, al contempo, obbliga la cultura storica della sinistra a fare i conti con alcuni propri retaggi, a partire dal produttivismo e dall’estrattivismo, che hanno messo in crisi profonda – fino alla sconfitta – l’insieme di esperienze progressiste realizzatesi in quasi tutta l’America latina, a partire dal nuovo millennio. Non serve un mondo pauperistico, ma neppure l’estensione generalizzata dell’abbondanza -spesso indotta e ridondante- di merci attuale.

Se superare l’ideologia della crescita è necessario, non sembra sufficiente allo scopo approdare alla teoria della decrescita, così come espressa con una ricca produzione saggistica da Serge Latouche[4], che ha avuto l’indubbio pregio di innescare la riflessione critica sui parametri culturali del capitalismo, considerati indiscutibili -dal Pil alla crescita, per l’appunto – ma che resta ancorata a una riflessione, parziale e fuorviante, sulla contraddizione ecologica e sulla crisi climatica.

Come larga parte del mondo ambientalista, la decrescita sembra, infatti, attardarsi su concezioni ‘antropiche’, ovvero legate all’idea che il riscaldamento globale sia dovuto all’attività umana, quasi una conseguenza deterministica della presenza della specie umana sul pianeta. È vero che Latouche va oltre, attribuendo allo “sviluppo occidentale” la causa delle contraddizioni in corso, ma anche questa definizione non giunge al cuore del problema.

Perché le crisi ecologiche si sono puntualmente presentate nella storia dell’umanità, ma va colta l’assoluta novità dell’attuale innesco del cambiamento climatico: se tutte le crisi precedenti erano dettate da una tendenza alla sottoproduzione e alla penuria, questa è la prima crisi dettata dalla sovrapproduzione e dal sovraconsumo, ovvero è figlia senz’altro dell’attività umana, ma dentro un’epoca storicamente e socialmente determinata, il modello capitalistico e l’economia di mercato.

Non affrontando lo strettissimo legame tra il sovraconsumo e la sovrapproduzione, e focalizzandosi quasi esclusivamente sul consumo, la teoria della decrescita rischia di approdare, consapevolmente o meno, alla pedagogia delle catastrofi (‘ben vengano, così impariamo a modificare gli stili di vita’) o al dispotismo ecologico.

In realtà, contro l’ideologia della crescita e molto oltre l’approdo della decrescita, dobbiamo partire da ciò che diceva Andrè Gorz: “É impossibile evitare una catastrofe climatica senza rompere radicalmente con i metodi e la logica economica che sono condotti da centocinquant’anni”[5] e mantenere come bussola la regola prima che utilizzava  Einstein nei suoi studi “Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo” .

La necessaria inversione di rotta deve partire da un presupposto: ‘come, cosa, dove e per chi produrre’ non può essere più lasciato ai liberi spostamenti dei capitali finanziari sul pianeta alla ricerca delle migliori condizioni per la valorizzazione degli investimenti, relegando il protagonismo dei cittadini consapevoli alla sola scelta ‘a valle’ del processo, decidendo cosa consumare.

Occorre, al contrario, ridefinire la ricchezza sociale e decidere collettivamente di quali beni e servizi abbiamo bisogno, in quale ambiente vogliamo vivere, cosa e in quali quantità vogliamo produrre, come ci redistribuiamo il lavoro necessario, la ricchezza prodotta, i tempi di vita e di relazione sociale, nonché la preservazione dei beni per le generazioni future.

Ovvero approdare ad un’alternativa di società che forse dobbiamo ancora declinare – ecosocialismo? -, ma che sicuramente  non dovrà più avere nulla a che fare con il capitalismo e con il pensiero unico del mercato.

[1] E. Mariutti, Clima, ambientalismo e anticapitalismo uniti nella lotta… agli alberi?, Il Sole24ore, 9 ottobre 2019

[2] L. Ricolfi, L’enigma della crescita, Mondadori, Milano 2014

[3] D. Tanuro, L’impossibile capitalismo verde, Edizioni Alegre, Roma 2011

[4] S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2007

[5] A. Gorz, Capitalismo, socialismo, ecologia, Manifestolibri, Roma 1992

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 42 di Novembre – Dicembre 2019. “Il Sol dell’avvenire e l’avvenire del Sole