Che cos’è davvero il Green New Deal?

di Giulio Calella

Se da una parte troviamo la sempre folta schiera di negazionisti climatici capitanati dal presidente Usa Donald Trump, sempre più spesso si sente parlare di Green New Deal come fosse una politica condivisa da governi di colori diversi, fino all’appena insediato Governo Pd-M5S. Ma a guardar bene si nota il trucco: si usa le stesse parole per parlare di cose che tra loro non c’entrano nulla provando così a piegarle a un altro significato.

La proposta presentata col nome di Green New Deal, divenuta tema di discussione in tutto il mondo, è quella depositata al Congresso Usa nel febbraio scorso dalla deputata eletta nelle fila del Partito democratico, e appartenente ai Democratic socialist of America (Dsa), Alexandria Ocasio-Cortez. Fin dal nome il richiamo evidente è al New Deal di Franklin Delano Roosvelt, che all’indomani della crisi economica del ‘29 propose un cambiamento radicale di politica economica, per superare la tradizione liberista basata sul minimo intervento della politica in economia e abbracciare le tesi di John Maynard Keynes che proponevano un forte intervento pubblico per correggere gli effetti socialmente più iniqui del libero mercato. Quasi novant’anni dopo, la più giovane parlamentare della storia del Congresso Usa fa leva su quello stesso immaginario per uscire contemporaneamente dalla crisi economica iniziata nel 2007 e da quella climatica in cui siamo immersi.

Una delle critiche avanzate alla proposta di Ocasio-Cortez è che non si tratta di una semplice misura per il clima ma di una lunga «lista dei desideri», prevedendo oltre alle misure per ridurre le emissioni e ai finanziamenti per le energie rinnovabili e per l’efficientamento energetico, un vasto elenco di obiettivi sociali. Ma è questa in realtà la sua principale forza, rifiutandosi di isolare le crisi che il sistema produce e proponendo una visione complessiva della trasformazione sociale necessaria.

«Attualmente gli Stati Uniti – si legge nel preambolo della risoluzione – stanno vivendo diverse crisi correlate tra loro […]. Una tendenza decennale alla stagnazione economica, alla deindustrializzazione e a politiche contro il lavoro hanno portato a paghe orarie complessivamente stagnanti dagli anni Settanta nonostante l’aumento della produttività dei lavoratori; al terzo peggior livello di mobilità socioeconomica nei paesi sviluppati prima della Grande Recessione; all’erosione del potere di contrattazione del salario dei lavoratori; a risorse inadeguate per i lavoratori del settore pubblico per affrontare le sfide dei cambiamenti climatici a livello locale, statale e federale; alla più grande diseguaglianza dagli anni Venti, con l’1% più alto dei percettori di reddito che ha ottenuto il 91% della ricchezza nei primi anni di ripresa economica dopo la Grande Recessione; a un’enorme sperequazione razziale della ricchezza che equivale a una differenza di 20 volte tra una famiglia Bianca di età media e una famiglia Nera di pari età; a un divario di retribuzione tra i sessi che si traduce in donne che guadagnano in media circa l’80% di quello che guadagnano gli uomini. I cambiamenti climatici, l’inquinamento e la distruzione dell’ambiente hanno esacerbato le ingiustizie razziali, sociali, ambientali ed economiche». L’idea di fondo è che non possa esserci giustizia climatica senza giustizia sociale, e che l’emergenza ambientale possa essere affrontata solo se si trasforma in un’occasione di cambiamento radicale della politica economica.

Basta leggere questa risoluzione per capire che qualsiasi proposta definita «green» in continuità con le politiche liberiste degli ultimi decenni non ha nulla a che fare con la quella portata avanti dai socialisti americani. Che su questo sono chiari: «Austerity significa Estinzione».

Il «Decreto Clima» partorito dal governo Conte è stato definito da Luigi Di Maio «un primo passo verso il Green New deal» ma è in realtà un provvedimento poco più che insignificante: la risibile cifra di 450 milioni di euro finanzia solamente qualche incentivo per i commercianti che vendono prodotti sfusi, un piccolo buono mobilità per chi rottama l’automobile o il motorino, e un fondo per finanziare il potenziamento delle corsie preferenziali per il trasporto pubblico. Nemmeno il solletico rispetto ai problemi e all’urgenza di risolverli che abbiamo di fronte. Ma sono in realtà poca cosa anche i 54 miliardi di euro per i prossimi quattro anni previsti dal governo Merkel in Germania. Per avere un termine di paragone, Bernie Sanders, in occasione della campagna per le primarie, ha fatto sapere di prevedere per il Green New Deal un investimento complessivo di 16.300 miliardi di dollari, di cui 2.400 miliardi per le energie rinnovabili e il resto per i settori del trasporto, della ricerca, del lavoro e per i vari comparti interessati alla decarbonizzazione. Un obiettivo economico imponente da finanziare eliminando tutti i sussidi alle industrie dei combustibili fossili, riducendo del 25% la spesa militare, tassando fino al 75% i super ricchi e introducendo la tassa sulle transazioni finanziarie, e infine incassando le entrate fiscali generate dai 20 milioni di nuovi posti di lavoro generati dalla riconversione ecologica. In Germania invece la cifra stanziata non mette mai in discussione l’attuale deficit di bilancio, non prevede alcuna redistribuzione della ricchezza e si basa unicamente sul principio mercatista secondo cui «chi inquina paga». Delegando alla legge della domanda e dell’offerta ogni speranza di salvare il pianeta.

Un reale Green New Deal deve andare oltre la generica affermazione secondo cui l’inquinamento è dovuto all’attività umana e riconoscere che gli uomini vi hanno contribuito in modo profondamente diseguale: basti pensare che il 71% delle emissioni industriali è prodotto da sole 100 aziende ed enti statali in tutto il mondo. Come scrive Naomi Klein nel suo ultimo libro, Il mondo in fiamme, il Green New Deal «non può essere win-win, cioè favorevole per tutti. Perché funzioni le major dei combustibili fossili, che hanno ricavato osceni profitti per decenni, dovranno iniziare a rimetterci. E perdere qualcosa di più di semplici facilitazioni fiscali e dei sussidi a cui sono abituate. Dovranno perdere anche le concessioni minerarie e per trivellare che agognano, dopodiché andrebbero loro negati i permessi per gli oleodotti e per i terminal per l’esportazione che vorrebbero tanto costruire. Dovranno lasciare sottoterra l’equivalente di miliardi in verificati giacimenti di combustibili fossili. Potrebbero perfino essere costrette a risarcire con i profitti superstiti il guaio che hanno creato scientemente».

Per andare in questa direzione e far pagare la crisi climatica a chi l’ha creata, i socialisti statunitensi propongono un programma con un radicale intento redistributivo, con un’impostazione neokeynesiana che sconta senza dubbio tutte le difficoltà dell’attuale contesto di ipercompetizione globale per ricette economiche che tradizionalmente hanno funzionato in ambiti economici nazionali chiusi. E che di per sé non mettono in discussione il modello di produzione capitalistico che, come direbbe Marx, tende a «esaurire le uniche due fonti di tutta la ricchezza: la terra e il lavoratore». Se intesa però come proposta di lotta più che di governo è utile per sfidare le attuali élite politiche e a fornire una piattaforma immediatamente spendibile con cui possano fare sponda sia i movimenti ambientalisti che quelli sindacali. Del resto nessun Governo potrebbe riuscire a ottenere un cambiamento di tale profondità senza un conflitto dispiegato e permanente dei movimenti sociali. E a guardar bene fu proprio il livello di conflittualità sociale negli Stati Uniti degli anni Trenta, insieme alla minaccia rivoluzionaria proveniente dalla Russia, a costringere Roosevelt al primo New Deal.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 42 di Novembre – Dicembre 2019. “Il Sol dell’avvenire e l’avvenire del Sole