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La Cassa Depositi e Prestiti all’assalto dei Comuni

cdp

di Marco Bersani

Si può passare da ente di sostegno agli enti locali ad accaparratore seriale dei beni comuni in mano degli stessi? È quello che è successo negli ultimi dieci anni alla Cassa Depositi e Prestiti, grazie alla privatizzazione decisa dall’allora Ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

La Cassa Depositi e Prestiti è un ente pubblico che, per oltre 150 anni, si è occupato di convogliare il risparmio postale dei cittadini nel finanziamento a tasso agevolato degli investimenti degli enti locali. Nel 2003 viene trasformata in Società per Azioni e al suo interno entrano le fondazioni bancarie, ovvero i principali azionisti delle banche, sino a qualche anno prima totalmente escluse per legge da ogni relazione con gli enti locali.

Dieci anni dopo, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: divenuta S.p.A., la Cassa Depositi e Prestiti ha smesso di fare prestiti agevolati agli enti locali, divenendo per loro un soggetto finanziario di mercato, allo stesso modo delle banche; queste ultime a loro volta sono potute entrare in una nuova grande fetta di mercato. Molte delle situazioni di indebitamento che attanagliano i Comuni italiani hanno origine da questi due fattori.

La Cassa Depositi e Prestiti è divenuta, grazie ai 250 miliardi di raccolta del risparmio postale di quasi 20 milioni di cittadini, una sorta di fondo sovrano che agisce su tutta l’economia nazionale. Al tempo stesso però non ha dimenticato l’antica relazione che la legava agli enti locali, trasformandola in funzione dei grandi interessi immobiliari e finanziari che devono, in tempi di crisi, accaparrarsi mercati sicuri e redditizi, quali quelli rappresentanti dai beni comuni.

Oggi gli enti locali sono uno dei luoghi di precipitazione della crisi, perché posseggono ancora una incommensurabile ricchezza, composta dal territorio, dal patrimonio pubblico e dai servizi pubblici locali.

La valorizzazione finanziaria di questa enorme ricchezza – secondo dati della Deutsche Bank, pari a 571 miliardi d euro – comporta la progressiva consegna della stessa dagli abitanti dei territori agli interessi delle lobby finanziarie.

È così che il territorio viene utilizzato per estrarvi valore attraverso grandi opere e grandi eventi, che il patrimonio pubblico viene messo sul mercato per fare cassa, e che i servizi pubblici locali subiscono costanti processi di progressiva privatizzazione.

Per poter agevolmente fare tutto ciò, è stato necessario strangolare gli enti locali con il patto di stabilità interno, ovvero con norme finanziarie che ne riducessero drasticamente l’occupazione (anni 1999-2005), la capacità d’investimento (anni 2005-2011) e la capacità di spesa corrente (ultimo triennio), ottenendo contemporaneamente il risultato del collasso degli enti locali e una percezione diffusa di inefficienza, intorno alla quale impostare una campagna mediatica contro il “pubblico” e a favore della privatizzazione.

In questo, il ruolo drasticamente mutato di Cassa Depositi e Prestiti è stato un fattore decisivo: Cdp può oggi presentarsi come punto di riferimento per gli enti locali, indirizzato non più al sostegno dei loro investimenti, bensì per aiutarli a dismettere e privatizzare tutti i beni in loro possesso.

Cassa Depositi e Prestiti è oggi la leva finanziaria su cui poggiano gran parte delle grandi opere autostradali (35 nuovi progetti sono sui tavoli del Governo!) ed è il soggetto che si propone ai Comuni per favorire la dismissione del patrimonio pubblico (40 immobili di pregio sono stati “valorizzati” nel 2014, una lista di altri 27 è pronta per il 2015), trasformando beni, che potrebbero favorire processi importantissimi di rigenerazione urbana in senso sociale, culturale e ambientale, in merci per l’accumulazione di nuovi profitti finanziari.

Infine, per quanto riguarda i servizi pubblici locali, in linea con i progetti governativi messi in campo con il decreto “Sblocca Italia” e con la Legge di Stabilità, la Cassa Depositi e Prestiti si pone come leva finanziaria per favorire la progressiva fusione delle società di servizi territoriali, allo scopo di arrivare a 4/5 grandi “player” nazionali che abbiano in mano la gestione dell’acqua, dei rifiuti e dell’energia in tutto il Paese. Player naturalmente già esistenti, quotati in Borsa e con una divisione monopolistica del territorio: A2A SpA per Lombardia, Trentino e parte del Veneto; IREN SpA per Piemonte, Liguria e parte dell’Emilia Romagna; HERA SpA per Emilia Romagna, Veneto Friuli e Marche; ACEA SpA per Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise e Campania. Con il sud del paese per il momento in attesa, in quanto il player ci sarebbe – Acquedotto Pugliese – ma ha un solo difetto: pur essendo una S.p.A., non ha ancora privati all’interno del capitale sociale e non è quotato in Borsa.

Con la trasformazione del ruolo della Cassa Depositi e Prestiti, la cifra primaria che da sempre contraddistingue il modello liberista, ovvero il trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto della società, raggiunge la sua apoteosi: si è infatti passati dal risparmio postale dei cittadini al servizio degli investimenti d’interesse generale degli enti locali (molto dello “stato sociale” di cui anche l’Italia ha usufruito nel secondo dopoguerra è stato dovuto a questo semplice meccanismo) al risparmio postale dei cittadini al servizio dell’espropriazione dei beni comuni delle comunità locali.

Un meccanismo perverso: con i nostri soldi partecipiamo alla nostra progressiva sottrazione di beni.

Per questo, un altro modello sociale non può prescindere da un dato di fondo: in un paese che è riuscito a passare dal 74,5% nel 1992 del controllo pubblico sulle banche allo zero odierno, la rivendicazione di una nuova finanza pubblica e sociale diviene dirimente. E all’interno di questa, la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti è senz’altro un primo, decisivo passo per rimettere il mondo con i piedi per terra e lo sguardo rivolto all’orizzonte.

 

Articolo tratto dal granello di sabbia di gennaio/febbraio "Enti locali: cronaca di una morte annunciata", scaricabile qui

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