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Un piano B per cambiare

sintagma

 

di Marco Bertorello

Inutile girarci intorno, la vicenda greca consegna una cocente sconfitta, a tutti. E costituisce un giro di boa, poiché implica novità rilevanti a partire dalla registrazione dell'intransigenza dell'eurozona a dominanza tedesca. Per la prima volta un governo prima e un popolo poco dopo esplicitamente provano a mettere sul banco degli imputati le politiche del debito e dell'austerità e trovano un muro invalicabile. Gli altri paesi periferici, preoccupati per la loro ripresina, non contribuiscono ad aprire una breccia e si arriva alla capitolazione.

Responsabilità di tanti, forze politiche e movimenti, italiani compresi. La sconfitta è tale che però non possiamo consolarci col fatto che in Grecia ha resistito un governo di sinistra o, peggio, che là non si è realizzata la volontà di Schauble, cioè la messa alla porta del paese ellenico. Il problema è stato che solo la Germania aveva un piano B nella trattativa e su questo ha fatto leva per far digerire un ulteriore approfondimento delle politiche di rigore. Queste sono al centro del Terzo aiuto, in totale continuità con quelli precedenti, come se gli ultimi cinque anni non fossero neppure trascorsi. Ogni politica economica che Tsipras vorrà mettere in campo sarà necessariamente stretta dalle scelte assunte a monte sulla perpetuazione dell'austerità e sul macigno del debito sovrano. La stessa rimodulazione degli interessi sul debito, si badi non la modificazione del suo valore nominale, nella migliore delle ipotesi sarà in funzione dei maledettissimi compiti a casa che la Grecia dovrà fare. Cioè austerità per rendere il paese nuovamente appetibile per gli investimenti, rilancio dell'economia, nuove entrate fiscali, riduzione del debito. I calcoli fatti da Luigi Zingales dicono che nel periodo 2010-2012 gli aiuti alla Grecia sono stati utilizzati in gran parte per sanare il rapporto con i creditori e che solo l'11.5% è andato al governo per politiche a favore della popolazione. I nuovi aiuti cambiano un poco le proporzioni, ma non meno del 58% andrà a creditori e banche. Considerando che questo Terzo aiuto è inferiore alla somma dei due precedenti si può concludere che in passato sono arrivati 27 mld di euro per investimenti, mentre oggi ne arriveranno 35. Possono questi 8 mld in più fare la differenza tra il recente disastro e il rilancio dell'economia greca? Mentre immediatamente dopo la vittoria elettorale il governo dichiarava di non aver bisogno neppure dell'ultima tranche di aiuti prevista di 7 mld ora scopriamo che il paese necessita di ben 86 mld! Indubbiamente esistevano problemi di scarsa liquidità, fuga di capitali, sistema bancario all'ultimo stadio, ma dopo il gran rifiuto popolare al referendum era necessario un piano B rispetto alla conclamata irriformabilità dell'Europa. Da ora non è pensabile un cambiamento reale senza mettere in conto un'uscita dalla moneta unica e senza attrezzarsi di conseguenza. Non perché l'uscita rappresenti una soluzione: i problemi globali con cui localmente ogni paese è costretto a misurarsi non si risolvono con espedienti monetari e neppure di geopolitica (la Russia di Putin non fa beneficenza). Ma perché l'irriformabilità continentale impedisce di perseguire il benché minimo cambiamento. Con tutte le difficoltà che si possono e non si possono prevedere si tratta di doversi cimentare con delle sperimentazioni alternative, a partire dalla rottura del vincolo debitorio, passando per parziali socializzazioni del sistema del credito e, perché no, almeno in maniera provvisoria, con la circolazione di una moneta parallela all'euro, ad uso nazionale, per far ripartire un'economia domestica meno competitiva e più collaborativa. Il clamoroso risultato di Oxi che disinnescava la minaccia di un allungamento delle code ai bancomat ci ha parlato di un popolo che era disposto a provarci. Difficile senz'altro, ma qual è l'alternativa?

 

Tratto da Il Manifesto del 25 luglio 2015, rubrica Nuova Finanza Pubblica

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