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NAPOLI - L'ESPERIENZA DI MASSA CRITICA

Massa Critica è l’insieme di persone, collettivi, comitati, associazioni e reti sociali che hanno deciso di intraprendere un percorso politico aperto alla città, che aspira a costruire una grande agorà popolare, mettendo al centro il desiderio di discussione, partecipazione e decisione sul governo del territorio.

Il nostro obiettivo è incidere sul governo dei nostri territori,per continuare quel percorso di resistenza attiva che fa della città di Napoli un laboratorio eccezionale di autorganizzazione che talvolta è riuscita a dettare l’agenda politica anche alle amministrazioni comunali; per aprire i luoghi della discussione politica e generalizzarli; per ripensare forme, metodi, contenuti, modalità di relazione.

Ognuno di noi “lavora” sul proprio territorio oramai da anni e ha dimostrato di riuscire a focalizzare le proprie energie portando avanti vertenze ed esperienze spesso vincenti, ma nonostante questa incredibile ricchezza, la nostra capacità di incidere su questioni di più ampio respiro, si sono spesso rivelate inadeguate a causa di una dispersione di ragionamenti e di pratiche che non riescono a fare sintesi e per autocitarci non fanno massa critica.

Il primo risultato di questo processo è proprio l’organizzazione della manifestazione del 17-18 ottobre, che ha visto la collaborazione di tante e tanti che hanno lavorato insieme alla costruzione di un evento realmente inclusivo che arrivi a coinvolgere tutte le persone che credono in un modello di sviluppo diverso da quello fondato su povertà e sfruttamento che l’Europa ci ha imposto.

L’ambizione di Massa Critica è costruire un processo politico nuovo, in discontinuità con qualsiasi esperienza sviluppatasi in passato, fondato sul dialogo tra soggetti e prassi differenti

Sappiamo che questo progetto, nascendo a pochi mesi dalla tornata elettorale, sarà soggetto ad una enorme mole di pressioni, ma siamo altrettanto convinti che le esperienze partecipanti sapranno produrre una visione comune di città, capace di confrontarsi con forza ed autorevolezza con chiunque abbia intenzione di governare Napoli.

Ci sembra che occorra valutare se e come attraversare questa fase, per coinvolgere pezzi di città oggi esterni all’area di movimento in un progetto ambizioso che ne rilanci le prospettive: promuovere uno spazio pubblico di elaborazione e mobilitazione politica inclusivo, interessante ed efficace.

Un’agorà politica permanente, che lavori su temi concreti dandosi forme, tempi, scadenze e obiettivi: questo è il modo per provare a superare ghetti identitari ed aprirsi alla città con linguaggi, discorsi e pratiche di relazione innovative, per interrogarsi fattivamente sui nodi problematici del territorio metropolitano e tracciare percorsi condivisi per affrontarli.

Se è vero che la rappresentanza istituzionale non ci interessa, è altrettanto vero che, il governo della città è un terreno di lotta, un terreno su cui porre una rottura netta con quanti intendono speculare sulle vite e sulla salute di chi abita la metropoli. Riteniamo dunque cruciale interrogarsi sul tema di ‘chi’ e ‘come’ decide sulle nostre vite, senza tuttavia ridurci a schemi vecchi di rappresentazione delle istanze dal basso, delle lotte e dei movimenti sociali nell’arena elettorale. In altre parole: il grande capitale, la lobby degli inceneritoristi, i costruttori e chi specula sulla questione dell’abitare hanno sviluppato una grande capacità di rappresentare e far valere i loro interessi a scapito della maggioranza della popolazione.

Partiamo quindi dal presupposto che, in questa fase storica, dobbiamo riprendere parola sul futuro della nostra città: sul modello di sviluppo, sul rapporto con l’ambiente, su lavoro e precarietà, temi oramai abbandonati dai protagonisti della scena istituzionale. L’urgenza di questa necessità è sottolineata dal fatto che proprio in questi giorni si è chiuso il percorso attuativo del Jobs Act, con cui il governo Renzi intende disciplinare i lavoratori nell’attuale fase di crisi economica: un provvedimento contro il quale si è sviluppata in città una forte mobilitazione e che sarà uno dei centri della riflessione politica di questo percorso.

Siamo solo all’inizio di un processo che punta ad allargarsi ben oltre i confini che i movimenti sociali hanno avuto in questi anni; tenere insieme tante anime non significa renderle uniformi, come accade nei partiti, ma creare spazi di dialogo che rendano possibile un confronto libero e valorizzino l’eterogenità e l’intelligenza collettiva. Questo è lo spirito del nostro fare comune.

Sappiamo che un percorso di questo tipo richiede un grande sforzo collettivo, esige il contributo di ogni esperienza disponibile a mettersi in gioco per costruire qualcosa di nuovo. Per questo invitiamo tutte e tutti, movimenti, comitati, singoli, a contribuire a questo difficile ma indispensabile momento cittadino.

ulteriori informazioni: http://www.massacriticanapoli.org/istruzioni-per-luso/

TAVOLO DI LAVORO 1 - DEMOCRAZIA E AUTOGOVERNO

Non ci riuniamo per lamentare il deperimento degli spazi della democrazia: le sirene di allarme non fanno molti proseliti e non abbiamo eden perduti da riconquistare. Abbiamo però la matura consapevolezza che il suo destino ci riguardi tutti, a prescindere dal giudizio che ciascuno dà delle sue forme trascorse e dei suoi orizzonti venturi. Ha senso dunque interrogarsi sul suo nucleo irrinunciabile di diritti, partecipazione, eguaglianza ed emancipazione; chiedersi, soprattutto, cosa stia prendendo subdolamente il suo posto.

Abbiamo una certezza da cui partire. A perdere potere – decisionale, politico ed economico – sono le persone che vivono un quotidiano di impegni e sacrifici; la soglia di povertà si allarga, le politiche neoliberali rendono permanenti precarietà e incertezza, il sistema promette libertà e poteri che hanno un prezzo, che solo pochi possono permettersi. Questo modello fa sentire il suo peso soffocante nelle metropoli, tra tagli e spazi pubblici e privati condannati all’abbandono, alla svendita. Come negli schemi più classici dell’autoritarismo, il governo si preoccupa di cancellare i residui spazi di democrazia, divide e deporta lavoratori, commissaria le amministrazioni locali: le proteste e non la povertà sono il suo problema.

Abbiamo anche delle tracce da seguire. Delle coordinate teoriche certo, e poi tante forme di sperimentazioni di chi come noi, e meglio di noi, sta scrivendo una costellazione sperimentale di pratiche della convivenza e della decisione politica: dal Rojova al Chiapas, dalla Val Susa a Porto Alegre, da Barcellona alla Grecia. Al “tavolo autogoverno e democrazia” abbiamo deciso di cominciare prestando attentamente l’orecchio al suolo, per ascoltare quello che si muove nella nostra città metropolitana sul terreno dei movimenti sociali, delle lotte, ma anche oltre.

Abbiamo cominciato a “mappare” – interrogandole e coinvolgendole – le realtà che si pongono come noi il problema della democrazia, della riappropriazione di spazi pubblici e privati, dell’autogestione e della ricerca di nuovi modelli istituzionale radicalmente partecipativi. Vogliamo che queste pratiche migliorino contaminandosi, ma soprattutto che vadano oltre la sola cura ed uso degli spazi che abbiamo liberato.

Abbiamo coinvolto e vogliamo coinvolgere tutte quelle realtà territoriali, comitati di quartiere, associazioni, studiosi, singoli, gruppi che non si limitano a rivendicare un altro mondo, ma provano ad agirlo nel loro quotidiano; con loro vogliamo tessere insieme il mosaico di un laboratorio cittadino sull’autogoverno.
Intendiamo aprire degli scenari di possibilità per un nuovo governo del territorio, capace di elaborare forme permanenti e popolari per la raccolta e il coordinamento di istanze, bisogni e desideri.

Intendiamo promuovere seminari che interroghino queste pratiche, produrre contaminazioni tra le stesse, elaborare atti e strumenti amministrativi inediti che possano coinvolgere larghi pezzi di quei soggetti oggi sistematicamente esclusi ed elusi dai processi decisionali. A partire da tema del governo e della cura dei beni comuni e degli spazi pubblici, del controllo popolare delle bonifiche ambientali e del territorio, delle forme di relazione tra diversi soggetti fondati sull’orizzontalità.

La contaminazione non ci spaventa perché le nostre identità sono loro stesse in processo, declinate in un fare comune in cui possiamo solo ritrovarci.

ulteriori informazioni: http://www.massacriticanapoli.org/tavoli/democrazia-e-autogoverno/

TAVOLO DI LAVORO 2 - LAVORO, SERVIZI E FINANZA PUBBLICA

Lavoro

A Napoli dal 2007 ad oggi la disoccupazione è cresciuta del 12 %, il doppio rispetto alla media nazionale: è al 24,6%, il doppio rispetto alla media nazionale.
La disoccupazione giovanile in Italia è al 44 %. In Campania al 61%.
Il numero dei Neet (Not (engaged) in Education, Employment or Training, persone non impegnate nello studio, né nel lavoro e né nella formazione) cresce in Italia in maniera intensa dal 2007. Oggi è al 26%, mentre  in Campania  è al 36%.
Cosa fa il governo? Trucca i dati sul lavoro e regala soldi alle imprese: con Il jobsact ogni impresa che assume un lavoratore a “tempo indeterminato” riceve 24 mila euro in sgravi fiscali (soldi pubblici!). Ma con i nuovi contratti, per il lavoratore non esiste nessuna garanzia contro il licenziamento!
Cosa fanno le istituzioni locali? Assolutamente niente, eccetto tagli al welfare che peggiorano la qualità della vita e le spese per le famiglie.

Sanità

La disastrosa situazione della sanità campana:
– decreto commissariale 49/2010 (con successive modifiche).
Alcuni dati:
Complessivamente si riduce il numero di posti letto da 20.929 a 19. 480 (di 1449 unità, di cui 2.402 posti letto per acuti soppressi a fronte dell’incremento di 953 per riabilitazione e/o lungodegenza)
Si specifica nel documento quanti posti vengono sottratti provincia per provincia e in alcuni ospedali specifici (Santobono-Annunziata 442, Cotugno 274, Pascale 221, Maugeri 180, Totale 1.117). L’obiettivo è di portare il numero di posti letto da una percentuale di 3,6 per mille abitanti al 3,4 (di cui 0,7% per riabilitazione e/o lungodegenza). Poi si procederà a farlo scendere ulteriormente al 3,2. Si impone poi l’accorpamento,non ancora completato, di varie strutture sanitarie come:
Monaldi, Cotugno e CTO (A.O. di rilievo nazionale Monaldi-cotugno-cto)
Ascalesi, Loreto mare, San Gennaro e Incurabili (A.O. “Ospedale del Mare”)A.O. Santobono-
Pausillipon e P.O. Annunziata (A.O. Unità pediatrica della Regione Campania)
L’assurdità è che in attesa delle nuove aperture (come l’ormai mitico Ospedale del mare) intanto i presidi che hanno deciso di dismettere vengono già chiusi come nel caso del Pronto soccorso della Ascalesi

– blocco totale delle assunzioni di personale sanitario e forte carenza di personale: mancano circa 5mila tra infermieri e operatori socio sanitari  (Fonte: Cisal Università)

-Paghiamo uno tra i ticket più alti d’Italia: Es. ticket visita specialistica ambulatoriale: al costo fisso nazionale di 36,15 la Campania aggiunge il cosiddetto “superticket” che va da 0 a 10 euro in base al reddito

Finanza pubblica ed economia sociale territoriale

Un’alternativa antiliberista per il governo del territorio

Analisi:
Pensare ad un governo del territorio partendo dai bisogni e dalle esigenze delle classi subalterne significa ripensare la città  nella sua totalità costruendo un programma organico antiliberista partecipato e dal basso.
Il tema della finanza pubblica e dei servizi è cruciale in questo periodo storico in cui gli enti locali rappresentano il terreno di scontro sociale principale su cui il capitalismo neoliberista e austeritario cerca a tutti costi di mettere le mani. C’è ancora una larga fetta di settore pubblico che deve essere privatizzato per i profitti di pochi (e sempre gli stessi) a svantaggio dei diritti di tutti: patrimonio pubblico; servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, trasporti, energia), per non parlare di scuola e formazione, sanità, welfare (anche se non sono diretta competenza dei governi locali).
La spoliazione degli enti locali è stata avviata da più un decennio ed oltre alla mancanza di trasferimenti economici dei governi centrali e la privatizzazione della Cassa Depositi e Prestiti (principale erogatore di prestiti a tasso bassissimo per i Comuni1) vi hanno concorso anche fattori principali di politica economica finanziaria nazionale ed internazionale: il Patto di Stabilità e Crescita, la Spending Review, decreto “Sblocca Italia” Fiscal Compact.
Sotto attacco è la funzione sociale degli enti locali come luoghi di “democrazia di prossimità” degli abitanti di un territorio. I processi di aziendalizzazione, esternalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici oltre ad alterarne gravemente le finalità, comportano una progressiva riduzione della qualità delle condizioni lavorative e contrattuali rendendo più difficile il terreno su cui si può sviluppare una lotta di tipo rivendicativo dei lavoratori delle stesse.   L’obiettivo del capitalismo neoliberista è la progressiva riduzione degli “spazi di democrazia” e l’impossibilità di pensare e progettare una “nuova economia sociale territoriale” partendo dai bisogni di chi il territorio lo abita.

Percorso e Proposta:
Contro il mastodontico processo di spoliazione delle comunità locali e contro gli strumenti di valorizzazione finanziaria del territorio, si indicano qui dei punti che devono essere sviluppati, ampliati, approfonditi collettivamente.  Si propone un percorso di autoformazione collettiva che coinvolga non solo strutture di movimento e realtà organizzate ma che sia capace di coinvolgere gli abitanti attraverso momenti di condivisione, assemblee ed incontri,  che facciano possibilmente nascere dibattiti pubblici. Fondamentale il coinvolgimento dei lavoratori partendo da un ampliamento ed un arricchimento delle istanze già aperte. Sarà il caso di cercare una comunicazione semplice e diretta, un linguaggio chiaro per evitare che tali tematiche siano percepite come  complesse, tecniche, di nicchia e specifiche, su cui è impossibile intervenire.

Alcuni punti per un percorso condiviso:

  • Auditoria pubblica e partecipata del debito del Comune di Napoli e delle partecipate: bloccare il refrain “i soldi non ci sono” e mettere in discussione la legittimità della creazione del debito napoletano.
  • Servizi pubblici locali come “Istituzioni del Comune”: i disagi dei trasporti, il collasso del servizio dei rifiuti; l’impossibilità di un’energia non solo in mano al privato (una volta c’era la napoletanaGas);  il sistema del privato sociale nel welfare territoriale e assistenza sociale devono farci ragionare in un’ottica di RI-pubblicizzazione di questi settori anche finalizzata ad un nuovo modello occupazionale (maggiore e di qualità, contro il precariato).  L’esempio dell’Abc è indicativo dell’esperimento giuridico ma è assente ciò che comporta la vera ri-pubblicizzazione dell’acqua.
  • Settori produttivi strategici territoriali per una economia sociale urbana: ripensare ad un’altra economia del territorio significa ripensare complessivamente ed in modo organico alla destinazione d’uso di tutte quelle aree dismesse (Gianturco, Bagnoli, ad esempio) in un’idea per la città sostenibile ed eco-compatibile fuori da tutte le retoriche “green capitalistiche”; riprendere il tema dei settori importanti come Porto e Aeroporto in un’ottica pubblica.
  • Fiscalità e rapporto con l’Ente locale: il federalismo fiscale si è risolto in uno spostamento del carico fiscale dalle fasce più ricche a quelle più deboli della popolazione, mentre aumenta la concentrazione della ricchezza. Obiettivo di una politica antiliberista dal basso deve essere capace di ridefinire  :
    1. le politiche tariffarie (e delle esenzioni) per orientare i consumi di servizi pubblici e ampliando la solidarietà nei confronti delle fasce deboli;
    2. lo spostamento del carico fiscale dal lavoro alla rendita introducendo l’imposta sui grandi patrimoni immobiliari;
    3. lo spostamento del carico fiscale dai ceti popolari alle grandi ricchezze, attuando una seria progressività delle aliquote su tutte le imposte comunali (addizionale IRPEF, IMU, TASI, TARI.

Ulteriori informazioni: http://www.massacriticanapoli.org/tavoli/lavoro-servizi-finanza-pubblica/

TAVOLO DI LAVORO 3 - AMBIENTE, TERRITORIO E DIRITTO ALLA CITTA’

Il tavolo tematico ambiente, territorio e diritto alla città si è dato come obiettivo l’indagine del rapporto contraddittorio tra processo di urbanizzazione, assetti ambientali e bisogni sociali nell’area metropolitana di Napoli.

Nell’ultimo trentennio il territorio a nord di Napoli è stato invaso da una urbanizzazione a macchia d’olio, prevalentemente residenziale ed in gran parte non pianificata o abusiva; un fenomeno determinato da più cause, come gli interventi infrastrutturali e residenziali del dopoterremoto, la crescita dei valori immobiliari e la deindustrializzazione del capoluogo. Parte della popolazione residente a Napoli e nel litorale vesuviano è emigrata in questa periferia metropolitana ad alta densità abitativa, che si estende lungo i principali assi viari ed autostradali, da un lato verso Caserta ed il Giuglianese, dall’altro verso il Nolano. Questa redistribuzione insediativa si è tradotta nella formazione di un’area metropolitana disequilibrata, con nuclei abitati che mancano di un disegno urbano riconoscibile, di adeguati servizi ed attrezzature alla scala locale e metropolitana; la conurbazione napoletana appare come una gigantesca periferia, dove le emergenze sociali legate ai bisogni abitativi ed occupazionali insoddisfatti sono esasperate da seri problemi ambientali: crescente consumo di suolo, diffusa instabilità idrogeologica, vaste aree inquinate da discariche fuori norma e sversamenti illegali di rifiuti industriali ed urbani, due zone vulcaniche ad alto rischio (Campi Flegrei e Vesuvio) che stringono da est e d ovest il tessuto urbano. A tutto ciò si aggiunge il negativo peso politico, sociale, urbanistico ed ambientale dei numerosi insediamenti militari USA e NATO e le pressioni sociali legate all’evolversi dei fenomeni migratori.

Le politiche pubbliche che dovrebbero governare queste dinamiche si dimostrano spesso inadeguate, malgrado le ingenti risorse pubbliche disponibili (come i fondi europei). Il patrimonio di edilizia residenziale pubblica non viene adeguatamente manutenuto ed utilizzato, né tantomeno incrementato, mentre avanzano gli sfratti e la privatizzazione di immobili pubblici che potrebbero essere utilizzati per abitazioni popolari e servizi alla residenza. La gestione del rischio vulcanico, fondata unicamente su complessi piani di evacuazione, non prevede seri programmi di decongestione residenziale delle zone rosse. La gestione dei rifiuti, sia nella scelta di soluzioni altamente inquinanti come inceneritori ed impianti per il recupero di energia, che in quelle a minore impatto come per il compostaggio ed il recupero di materia, collegati alla raccolta differenziata e alle politiche di riduzione/riuso, prevede modalità di decisione dall’alto che non cercano il dialogo e la condivisione delle scelte con le popolazioni che abitano i territori.

In questo scenario i piani di bonifica sono ampiamente in ritardo, di dubbia efficacia e legati a portatori di interessi quasi mai chiari (basti pensare a Bagnoli, Napoli est e Pianura).

D’altra parte, in questi anni si sono sviluppati vasti movimenti e numerose esperienze di cittadini autorganizzati in difesa dell’ambiente, per un altro piano rifiuti, la riappropriazione dei beni pubblici e del patrimonio residenziale per finalità sociali e collettive.

Il lavoro del tavolo si è impostato su tre assi di lavoro: diritto alla casa, diritto alla città, diritto all’ambiente. L’indagine su ognuno di questi temi servirà sia a fornire un quadro generale delle questioni sia ad individuare delle specifiche iniziative (vertenze con le istituzioni, campagne di mobilitazione, etc.).

ulteriori informazioni: http://www.massacriticanapoli.org/tavoli/territori-ambiente-diritto-alla-citta/

TAVOLO 4 -CULTURA, FORMAZIONE E RICERCA

Il tavolo cultura, formazione e ricerca nasce dall'incontro di lavoratori del mondo della cultura, docenti, studenti medi e universitari, artisti e legati dall'esigenza di capire chi decide nell'ambito dell'istruzione e della produzione artistica. Vogliamo costruire uno spazio aperto alla città che, attraverso una fase di inchiesta, analisi e confronto, giunga ad elaborare soluzioni concrete per una gestione diversa e partecipata della cultura e della formazione per Napoli.

Chi decide?

Decide il mercato. Sull'istruzione pubblica decidono le aziende, i privati e le associazioni di categoria che hanno imposto i principi di mobilità, flessibilità e competitività con numerose riforme. Si è passati dalla cultura come strumento emancipativo dei giovani, alla formazione di una forza lavoro ben addestrata alla precarietà del mercato del lavoro. Mense, alloggi e borse di studio vengono considerate spese inutili in un'ottica aziendalistica. Nella scuola il finanziamento grava sempre più sulle tasche delle famiglie. Nell'università i criteri di valutazione ANVUR sulla ricerca spostano fondi dalle regioni svantaggiate del sud a quelle più ricche.

Artisti e lavoratori della cultura sono sempre più incalzati dai tempi del mercato delle grandi produzioni; i progetti indipendenti hanno sempre meno possibilità di emergere e di crescere, nella musica, nel teatro, nel cinema, nelle arti figurative. Nei percorsi di formazione si è costretti a piegarsi a logiche lavorative e formative di sfruttamento, offensive e ricattatorie nei confronti di un'intera generazione che ormai non ha più niente da perdere.

E tu cosa faresti?

Proviamo a far partire insieme uno spazio di discussione e decisione che sappia invertire la tendenza e che punti a valorizzare l'immenso patrimonio artistico e culturale di Napoli.

La scuola

Stiamo assistendo ormai da anni ad un continuo susseguirsi di riforme, dalla Zecchino-Berlinguer passando per la Gelmini fino ad arrivare alla "Buona Scuola". Nel corso di quasi 20 anni si sono alternati governi di destra e di sinistra, tutti caratterizzati dallo stesso indirizzo: l'applicazione di un'unica strategia europea.
Facciamo riferimento al processo di Bologna (1999) e alla strategia di Lisbona (2000): questi processi imponongo il sistema dei crediti e la suddivisione degli anni di formazione in due cicli attraverso l'elaborazione di concetti come mobilità, flessibilità e competitività. La strategia di Lisbona in particolare, fa riferimento alla cosiddetta "Europa della conoscenza", sottolineando come centrale il ruolo della formazione all'interno del sistema economico. Tutti i percorsi formativi diventano dei poli centrali di applicazione delle strategie economiche della realtà europea.

L'università e la scuola pubblica hanno subito un processo di trasformazione tale da stravolgere completamente il proprio assetto interno: la concezione di una cultura vista come strumento emancipativo dei giovani e non come strumento borghese di selezione e subordinazione, ha lasciato il passo ad una "corsa al diploma o alla laurea" in un sistema concorrenziale e competitivo in cui, così come nel mondo del lavoro, l'obiettivo è "arrivare prima dell'altro", difendere il proprio infinitesimale interesse, scalare la piramide sociale assorbiti da una logica individualistica che isola e divide.

La parola "cultura" ormai è stata sostituita appieno da quella "formazione" che funge da ammortizzatore sociale e che prevede un meccanismo di produttività e un principio di flessibilità che giova solo ed esclusivamente al profitto delle varie imprese.

In questo contesto vanno quindi considerati da un lato tutte le modifiche strutturali, operate a livello europeo, strategiche alla formazione di un soggetto lavorativo quanto più ricattabile e sfruttabile possibile, le cui competenze se non costantemente aggiornate (e, soprattutto, pagate) non forniscono la giusta qualificazione per un lavoro dignitoso (se lo si ottiene); dall'altro, vanno considerate le politiche economiche interne agli istituti e agli atenei che mirano ad una gestione aziendalistica di tutto l'apparato, dai vertici accademici fino alla gestione concreta dei servizi inerenti al diritto allo studio.
Ne sono esempio l'esternalizzazione di mense e alloggi per gli studenti, la chiusura delle biblioteche didattiche, le modalità di (non) erogazione dei fondi per le borse di studio: tutte attività troppo costose per la scuola e l'università da una parte e poco produttive per i privati dall'altra.
Fin dalla formazione primaria vengono, infatti, imposti dei contributi "volontari" che sarebbero destinati ai fondi strutturali delle scuole, ma che se non versati comportano l'esclusione degli studenti dalle attività formative e ricreative (gite scolastiche, laboratori, mense, ecc.).

Possiamo quindi parlare di "formazione permanente" (lifelong learning programme), meccanismo tramite il quale l'Unione Europea si poneva come obiettivo: «diventare l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale».

L'arte e la cultura

A questo si aggiunga l'inaccessibilità a quei luoghi d'arte e di cultura che dovrebbero contribuire ad accrescere e stimolare le menti e che invece diventano delle vere e proprie fortezze in cui il sapere e l'arte sono sempre più scadenti e obbedienti alle leggi di mercato.
La formazione stessa di coloro che dovrebbero produrre arte e cultura ormai è sempre più elitaria, blindata e, lì dove c'è, insufficiente a garantire la possibilità di occupazione.

I lavoratori dello spettacolo sono sempre più incalzati dai tempi del mercato delle grandi produzioni, i progetti indipendenti hanno sempre meno possibilità di emergere e di crescere, nella musica, nel teatro, nel cinema, nelle arti figurative, così come nei percorsi di formazione si è costretti a piegarsi a logiche lavorative e formative di sfruttamento, offensive e ricattatorie nei confronti di un'intera generazione che ormai non ha più niente da perdere.
Come fare tutto questo? Aziendalizzando scuole e università, privatizzando teatri e luoghi di cultura, aumentando le tasse e diminuendo i fondi, incrementando le differenze tra scuole e università di serie A e serie B, spesso dovute alla "sfortuna" di essere locate in periferie o luoghi di deprivazione sociale dove sempre più spesso si sceglie di non investire e marginalizzare.

ulteriori informazioni: http://www.massacriticanapoli.org/tavoli/cultura-formazione-ricerca/

 

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