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Criminalità, immigrazione e globalizzazione

Opinione di Beppe di Brisco, Attac italia, Comitato di Foggia

 

Nel nostro Paese si è acceso un grande dibattito sull’immigrazione, un dibattito centrato su una forte opposizione contro gli immigrati, pena la sicurezza di questo Paese, dibattito molte volte accentuato su una forte spinta xenofoba.

Io penso che bisogna focalizzare l’attenzione sulla Criminalità organizzata assieme alla crescente povertà, ai conflitti, alla negazione dei diritti, allo sfruttamento intensivo delle persone e delle risorse della terra, alla crescita della violenza di tipo strutturale, quale la violenza delle istituzioni, dell’economia, della politica, degli apparati di controllo - è uno dei lati oscuri, ma in realtà molto visibili della globalizzazione.

La criminalità organizzata ha sempre rivelato una propensione a inglobare - nel proprio raggio d’azione - luoghi, affari, relazioni in grado di rafforzare la propria egemonia.Pensiamo al caso di Cosa Nostra e la sua espansione dall’America all’Europa e più recentemente nelle aree balcaniche dell’Europa dell’est.

L’elemento di novità oggi è dato soprattutto dal fatto che il numero di gruppi criminali presenti nei più diversi mercati illeciti è cresciuto sensibilmente rispetto al passato, così come si è ampliata e rafforzata la qualità dei rapporti stabilitisi fra gruppi attivi in territori distanti.

L’annullamento delle frontiere fra Stati e le accresciute possibilità di movimento da un luogo all’altro hanno avuto un ruolo importante nella globalizzazione, non solo delle imprese economiche lecite, ma anche di quelle illegali. Ma è pur vero che, nel caso della criminalità, vi sono stati alcuni fattori facilitanti.L’ampliamento del ventaglio di attività criminali a cui si è assistito nel corso degli ultimi 15 anni - pensiamo all’immigrazione clandestina, alla tratta degli esseri umani, alla prostituzione di strada, alla criminalità ambientale: tutte attività illecite “sconosciute” o quasi nel recente passato - rivela come vi sia stato un sensibile aumento nella domanda di beni e servizi illegali di diversa natura.

In Italia si stima che circa 50’000 persone lavorino regolarmente nel mercato della prostituzione, di cui almeno la metà nel mercato di strada. Di queste il 90% è costituito da ragazze straniere, perlopiù senza permesso di soggiorno. Cifre che sembrerebbero enormi se non si guardasse il lato della domanda di servizi sessuali a pagamento, i clienti stimati in Italia sono 9 milioni.

Ecco l’aumento della domanda, l’assenza di politiche pubbliche, con il relativo successo riscontrato da approcci proibizionisti e l’adozione di politiche fortemente repressive in tema di migrazioni, droghe, prostituzione e così via hanno costituito, di fatto, un‘opportunità per alcuni network criminali.

In questo modo si è creato un vero spazio extragiuridico che le reti illegali gestiscono direttamente, accumulando enormi profitti, si pensi che le tariffe praticate dai trafficanti di essere umani vanno dai 10’000 mila 15 mila euro pagati dai migranti provenienti dai paesi asiatici e 500/800 euro pagati da coloro che provengono dall’Albania e trasportati dalle coste Pugliesi.

Si tratta di Paesi in cerca di una via democratica che tutt’ora stenta ad affermarsi; Paesi martoriati da conflitti etnici e religiosi; Paesi in cui il processo di Privatizzazione delle proprietà statali si è svolto senza un solido apparato di controllo e sostegno di una legislazione adeguata.

Nel tentare di analizzare questi fattori, bisogna trovare un nesso tra criminalità, immigrazione e globalizzazione, concentrandosi essenzialmente sull’ultima. Oggi più che mai gran parte degli individui sperimenta sulla propria pelle una globalizzazione asimmetrica, selettiva, segmentata che getta una luce abbagliante sulle connessioni fra nuovo sistema socioeconomico di matrice neoliberista comparendo su scala planetaria in proporzioni mai viste, della disuguaglianza, dell’esclusione sociale, della violenza.

Una delle caratteristiche di questa economia globale è quella di includere e d escludere simultaneamente, persone, territori, attività, culture. Tale contesto di ineguaglianza strutturale avvantaggia i soggetti illegali.

Gli individui esclusi dall’accesso a un’occupazione regolare e ai più elementari diritti, in molti casi, entrano a far parte della manovalanza criminale, trovando un ruolo sociale attraverso il ricorso ad attività illegali.

Oggi assistiamo al conformarsi di una zona grigia ampliata, che rappresenta quell’area di confine esistente fra ciò che è legale e ciò che è illegale. La globalizzazione delle economie mira a manipolare se non proprio ad annullare le regole del gioco e quindi tutte quelle regole leali di competizione economica e imprenditoriale.

La ricerca di crescenti profitti a costi sempre più limitati, attraverso il ricorso sistematico della negazione dei diritti elementari, fa sì che settori crescenti delle cosiddette elitè utilizzino frequentemente comportamenti illegali, se non manifestatamene criminali, per raggiungere i propri obiettivi.

Ecco che allora da un lato si assiste ad un crimine nell’economia e dall’altro si rivela uno scivolamento delle elite nella criminalità. Il pendolarismo fra lecito e illecito costituisce una delle caratteristiche di questa globalizzazione.

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