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Il nostro Caso Mattei

di: Raphael Pepe

Il racconto dell’improvvisa chiusura dell’Hub Mattei, il Centro temporaneo per richiedenti asilo di Bologna, indica in modo esemplare l’orientamento del governo sulle politiche di accoglienza e sulle condizioni di lavoro in cui intende tenere le circa 40 mila persone che lavorano nel settore. La metà di quelle persone basta e avanza, dice in sostanza il governo. Un operatore sociale può benissimo farsi carico di 40-50 “casi”. Tanto della tutela legale e sanitaria, dell’insegnamento della lingua italiana e di altri “sprechi” che se ne fanno quelle non-persone? La propaganda salviniana, al solito, si fa un vanto della chiusura del Mattei. La solita retorica contro “il business dei buonisti” e la denuncia che quella struttura “fosse più simile a una stalla che a un centro dove ospitare donne e bambini”. Peccato che il Centro Mattei fosse un bene pubblico delle cui condizioni è stata responsabile la prefettura di Bologna, autorità locale del Ministero dell’Interno, e che i richiedenti asilo avrebbero dovuto sostarvi solo per il tempo necessario a formalizzare la domanda. Il “caso” Mattei ha invece rilevanza proprio per le risposte che potrebbe aver innescato a Bologna, da quelle dei lavoratori a quelle di chi si oppone a considerare chi vive nei centri un pacco da spostare.

Dalla notizia della chiusura del Centro d’accoglienza Mattei, per decisione prefettizia, con la scelta di trasferire ben 140 richiedenti asilo a Caltanissetta, e la conseguenza del rischio di perdere il lavoro per 35 operatori, é passata appena una settimana. Eppure, grazie ad una grande mobilitazione, sono arrivati ottimi, seppur parziali, risultati che hanno capovolto le decisioni arrivate dal Ministero dell’Interno, facendo di nuovo emergere i limiti enormi della gestione di un servizio sociale da parte del Ministero degli interni, tramite le Prefetture. Questa dinamica ci mette inoltre di fronte a una dura realtà, a un’evidente e imminente emergenza occupazionale per chi lavora nel settore dell’accoglienza.

Quanto successo in questi giorni intensi, fa emergere di nuovo quanto la riforma del sistema accoglienza con il decreto Sicurezza, varato ad ottobre scorso, non faccia che peggiorare il servizio e mettere a rischio i posti di lavoro. Lo smantellamento del sistema Sprar e il potenziamento dei centri d’accoglienza straordinari in modalità sempre emergenziali, anche se ormai le condizioni permetterebbero una gestione ordinaria di qualità, sono state, e sono un errore colossale del “governo del cambiamento”.

Ma andiamo con ordine: sabato 8 giugno Bologna, le cooperative, i lavoratori si sono svegliati con la notizia a mezzo stampa, tramite un’intervista al Prefetto sul Resto del Carlino, che il centro Mattei sarebbe stato chiuso il giorno 14/06, e 140 ospiti trasferiti a più di 1200 km di distanza, a Caltanissetta. Ovviamente, neanche una considerazione sulla sorte dei lavoratori.

Ma occorre soffermarsi innanzitutto su due aspetti: da una parte perché una chiusura così “improvvisa” in modo sempre emergenziale? E poi perché i trasferimenti a Caltanissetta, decisione non senza conseguenze per gli ospiti?

Che l’ex caserma di via Mattei necessitasse di lavori, e che non fosse adeguata all’accoglienza, non lo voglio mettere in dubbio, ma che la Prefettura se ne sia accorta da un giorno all’altro dopo 5 anni, e che abbia deciso di gestire in modo emergenziale una situazione del genere, non fa che mettere in luce l’incapacità di questa istituzione di gestire il settore dei servizi sociali.

É su decisione prefettizia che nel 2014 si decise di accogliere richiedenti asilo in un centro che inizialmente era di smistamento, un centro che ha avuto picchi di 1000 ospiti nell’estate 2016, ed é sempre per decisione prefettizia che, passata l’emergenza, e ridotto a meno di 200 il numero di ospiti, questo centro è diventato di fatto un CAS, anche se non formalmente. Si potrebbe addirittura mettere in discussione la necessità di continuare ad ospitare ancora richiedenti asilo in questa ex caserma e di puntare sull’accoglienza diffusa in piccoli centri, ma a prescindere da questa opzione, che sarebbe stata la più saggia, chiunque conosca il sistema d’accoglienza della regione sa che una soluzione alternativa sarebbe stata possibile.

Sin da sabato sera, c’è stata una reazione dei lavoratori del centro, che approfittando dell’evento della Repubblica delle idee in città, hanno colto l’occasione per fare sentire la propria voce ed esporre le ragioni della loro opposizione ai provvedimenti, portando in piazza due motti: “no alle deportazioni, no ai licenziamenti”.

“Deportazioni”, una parola forte, certo, e forse discutibile. Resta il fatto che la scelta di questo termine ha reso più esplicita la gravità della decisione. Che cosa significa e cosa comporta trasferire 140 richiedenti asilo dal giorno all’indomani così lontano?

Dal punto di vista della richiesta di asilo innanzitutto, è un bel problema, tutti gli ospiti hanno avviato le loro procedure di richiesta in provincia di Bologna, c’è chi è in attesa della convocazione in Commissione Territoriale, chi ha già una data programmata, chi ha fatto ricorso dopo un esito negativo presso un tribunale di Bologna e ha le sue pratiche seguite da avvocati del territorio; un trasferimento del genere mette anche a rischio le procedure stesse.

Dal punto di vista sanitario, ogni volta che un ospite cambia struttura, anche se per spostarsi di 10 km, vengono fatti passaggi di consegna per garantire la continuità delle pratiche sanitarie in corso, se ce ne sono. Con una procedura come quella messa in campo dalla Prefettura, nessun passaggio di consegna è possibile, né previsto. L’essere seguito da ambulatori, ospedali, medici del territorio, avere delle terapie in corso, delle operazioni programmate, evidentemente per il Prefetto, non conta nulla.

Poi c’è un altro aspetto: da anni sentiamo la retorica razzista dire che “gli immigrati non si integrano”, ma al centro Mattei, alcuni ospiti magari hanno trovato un piccolo lavoro, in tanti seguono corsi di italiano in scuole del territorio, qualcuno fa volontariato, qualcuno, partendo da zero, nel tempo si è creato una rete di conoscenza fondamentale per costruirsi una nuova vita lontano da casa. Tutto questo sembra valere zero agli occhi di chi batte il pugno sul tavolo ordinando cose prive di senso.

Lunedì una delegazione di lavoratori, con i sindacati USB e ADL Cobas presenti sin dalle prime ore di mobilitazione, si è presentata in Consiglio Comunale a Bologna, per pretendere una presa di posizioni da parte del Comune e degli Enti Locali. Non è stato semplice, ma si é riusciti ad ottenere che il Comune chiedesse un tavolo con la Prefettura per trovare una soluzione a due problemi enormi, il tutto con il voto positivo di una mozione di Coalizione Civica.

La risposta della prefettura, dopo il terzo giorno di mobilitazione, è stata durissima, la chiusura del Mattei e i trasferimenti sono stati anticipati al giorno dopo, martedì 11 giugno.

Ore 8, via Mattei, già presenti molti lavoratori del settore che hanno aderito allo sciopero indetto da USB e ADL Cobas, ma anche molti attivisti, e sigle sindacali. Su molti visi si legge tensione, tristezza o rabbia, di sicuro quello che si legge in tutti gli sguardi è la determinazione, tutti decisi a fare di tutto per capovolgere la situazione, ma con una lucidità che poi farà la differenza.

Piano piano, iniziano ad uscire molti richiedenti asilo, ben prima dell’arrivo dei pullman, consapevoli di rischiare il loro diritto all’accoglienza; ma a Caltanissetta, non ci vogliono andare. Gli avvocati dell’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) sono fiduciosi: se si fa ricorso, ci sono i presupposti per vedersi assegnati posti nei CAS della Regione Emilia Romagna, perché questi posti ci sono. Così molti operatori legali, raccolgono i dati di chi esce, spiegando loro la situazione, facendogli firmare moduli che eventualmente serviranno per il ricorso.

In tutto saranno un centinaio ad uscire, ma nel corso della giornata per 40 di loro si trovano subito dei posti letto grazie alla solidarietà di associazioni, parrocchie e singoli cittadini che mettono a disposizione le proprie case.

Dal presidio, si pretende una presa di posizione netta da parte del Comune, e soprattutto la messa a disposizione di posti letto per chi sta uscendo dal centro. Si rivendica, ovviamente, di poter mantenere l’attività dei lavoratori dei centri, ad esempio per la gestione di nuovi centri più piccoli sul territorio. Si aspetta una reazione del Comune, dopo che la Prefettura ha mandato all’aria qualsiasi possibilità di tavolo di trattativa.

Verso le 13, viene letto un comunicato dell’ASGI, preciso, puntuale, e in una ricostruzione scientifica dello statuto e della funzione dell’Hub Mattei e di come viene regolato il sistema accoglienza, emerge un dato che farà poi la differenza:

Non può ritenersi che il trasferimento dei richiedenti asilo in strutture di accoglienza collocate in regioni lontane dall’Emilia Romagna risponda ad un preciso interesse pubblico, tenuto conto che dai dati forniti dal Ministero dell’interno (audizione del prefetto Di Bari davanti alla Commissione affari costituzionali del 29.5.2019) risulta che nella regione vi sia un esubero di più di 2000 posti in accoglienza CAS (8.307 presenze nei CAS a fronte di una capienza complessiva di 10.574 posti).”

In poche parole: i posti ci sono, e non ha fondamenti giuridici il voler trasferire 140 persone in Sicilia.

Si fanno le 15, ormai nel centro sono rimaste poco meno di 40 persone, che per varie ragioni – perché arrivati da pochissimo e non radicati sul territorio, perché semplicemente hanno contatti in Sicilia, o perché non se la sentono di rischiare -, accetteranno il trasferimento. In tutto sono un centinaio le persone ad essere invece uscite, per 40 la solidarietà ha offerto una soluzione temporanea, ora serve una soluzione per tutti gli altri.

Allora attivisti e richiedenti asilo si muovono verso Piazza Maggiore, sotto la sede del Comune, alle 18:30 è stata convocata un’assemblea, alla quale la cittadinanza risponderà con una presenza massiccia.

Sale una delegazione, sembra che sia iniziato un braccio di ferro tra Comune e Prefettura e che i posti nei CAS si troveranno.

Quei posti che la mattina stessa non esistevano, spuntano fuori all’improvviso. Non viene però garantita la possibilità di un alloggio per la sera stessa, e la mobilitazione continua. Sono quasi le 23 quando la delegazione di lavoratori e avvocati dell’ASGI sale una seconda volta: stavolta i posti ci sono per tutti, e la sera nessuno dormirà per strada.

Gioia assoluta in piazza, nel giro di 15 ore di mobilitazione, si è capovolta completamente la situazione, e si porta a casa una prima vittoria.

Per l’organizzazione di questa ricollocazione degli ospiti, c’è chi passerà la notte in bianco.

Oltre alla ricollocazione immediata degli ospiti in posti CAS della Regione, spunta un altra buona notizia, come si può leggere da una nota del Comune:

“giovedì 13 giugno alle 11 è convocato, in Città Metropolitana alla presenza degli assessori Giuliano Barigazzi e Marco Lombardo e delle organizzazioni sindacali, il tavolo di salvaguardia per i lavoratori del Consorzio l’Arcolaio con l’obiettivo di garantire la stabilità occupazionale conformemente con quanto previsto nella clausola sociale del bando di gara”

Così, giovedì mattina, davanti alla sede della Città metropolitana, i lavoratori dell’accoglienza sono di nuovo in presidio, Ci sono quelli direttamente interessati, quelli del Mattei, ma ci sono anche molti altri, come me, che non avranno ripercussioni lavorative dirette dalla chiusura di questo centro, ma sono consapevoli che questa battaglia riguarda tutti e non solo i 35 operatori sociali da mercoledì senza lavoro. Si sa che questo sarà solo il primo di una serie di incontri, che sarà lunga e che sarà dura, ma siamo sempre determinati, e stavolta con una vittoria fresca fresca alle spalle, che ci conforta sul fatto che la lotta paga.

In realtà, è dal dicembre 2018, dalla pubblicazione del capitolato del Ministero degli interni che impone le nuove modalità di gestione dell’accoglienza che sappiamo che nel nostro settore inizia l’epurazione. É  previsto un taglio enorme dei finanziamenti per il servizio, più del 45%, ed un taglio di circa il 55% del numero di lavoratori nel settore; insegnanti di italiano vengono completamente tagliati fuori, mentre le ore dedicate alla tutela legale viene ridotta a 8 ore di legale a settimana per 50 ospiti. Significa che un operatore legale con un contratto di 38 ore in futuro dovrebbe seguire le pratiche di più di 250 ospiti da solo. Tendenzialmente possiamo dire che il numero di operatori legali dovrebbe calare almeno del 60%. Per quanto riguarda gli operatori sociali, si considera nel capitolato che ne basta uno per 50 ospiti, e il calo potrebbe essere anche lì di almeno il 40% degli operatori. Da uno studio nazionale fatto dai sindacati, si stima che a livello nazionale, su circa 40 000 lavoratori del settore, più di 18 000 sono a rischio licenziamenti.

Per rendere l’idea, nelle ultime settimane 1800 lavoratori di Mercatone Uno e 76 della Knorr hanno perso il lavoro, 1400 lavoratori dell’Ilva e 800 della Whirlpool saranno mandati in cassa integrazione. Quadruplicare il totale di questi lavoratori non basta per arrivare al numero di lavoratori dell’accoglienza che perderanno o che hanno già perso il lavoro nel corso di questo 2019.

Ma la differenza è che tutto questo avviene col conta-gocce: parliamo di centinaia di cooperative che stanno già mandando a casa i lavoratori a tempo determinato e che a breve inizieranno sostanziosi piani di licenziamento. La perdita dei posti di lavoro di Castelnuovo di Porto o del Mattei, si inserisce in un contesto nazionale che avrà ripercussioni disastrose sulla vita di migliaia di lavoratori precari.

L’altro dato da prendere in considerazione, è che ad ora, gran parte dei bandi pubblicati negli ultimi mesi, e calcati su quanto prevede il capitolato, stanno andando deserti. In provincia di Bologna nessuno dei gestori attuali si è presentato al bando CAS  pubblicato ad aprile, e su 800 posti da garantire, ad ora un unico candidato, una cooperativa veneta, si propone di accogliere 40 richiedenti asilo.

In tante prefetture, i bandi vanno deserti. Il motivo é semplice: non si tratta più di servizi sociali, ma di servizio di vitto e alloggio, e pure in modo scadente. Solo per la tutela sanitaria degli ospiti, le risorse umane previste non basteranno mai a garantire un servizio decente, e ovviamente il lavoro dell’operatore sociale non si limita a seguire le pratiche sanitarie.

Gli ospiti saranno pressoché abbandonati a se stessi, perché aiutare 50 persone da solo è impossibile, non lo si può fare in modo efficace. Spesso quando un ospite ha particolari problemi di salute, richiede la disponibilità di un operatore almeno per un terzo se non metà del suo tempo. Si può gestire se gli ospiti da seguire sono 15, non se sono 50.

I 35 operatori del centro Mattei, e l’altra ventina di lavoratori che in qualche modo ci lavoravano per garantire servizi di pulizie, preparazione pasti, acquisti di materiale, manutenzione, a Bologna non saranno gli unici a perdere il lavoro. Non vanno lasciati soli, perché la battaglia che portano avanti, la battaglia che portiamo avanti, non ha solo lo scopo di salvare 35 o 50 posti di lavoro. Dobbiamo mobilitarci per contrastare uno dei piani di licenziamento più massicci degli ultimi anni, e non a livello locale, ma a livello nazionale.

Pubblicato in Comune-info

 

 

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