attac italia

STOP TTIP!

Marco Bersani (Attac Italia)

 

Il 13 febbraio 2013, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama e i leader dell’Unione Europea si sono impegnati ad avviare negoziati per un accordo transatlantico per il libero commercio e la libertà degli investimenti (TTIP). Come sempre, i negoziati vengono tenuti segreti all’opinione pubblica, mentre vi sono direttamente coinvolti oltre 600 rappresentanti delle multinazionali.
Si tratta del tentativo di costituire la zona più grande di libero scambio sull’intero pianeta, comprendendo economie che coprono il 60% del Pil mondiale.

L’accordo dovrebbe chiudersi entro il 2014 e rappresenta il nuovo e ancor più massiccio attacco ai diritti sociali e del lavoro, ai beni comuni e alla democrazia, dopo i tentativi già portati avanti con l’accordo multilaterale sugli investimenti (Mai) negli anni ’90 e con la direttiva Bolkestein nello scorso decennio, contro i quali si era costruita una fortissima ed efficace mobilitazione sociale.
“La più grossa barriera al commercio e agli investimenti non è il dazio pagato alle frontiere, ma sono le cosiddette ‘barriere non tariffarie’, spiega la Commissione Europea.

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Il Nafta e la sollevazione zapatista in Chiapas

di Elvira Corona

Agli inizi degli anni novanta, nonostante innumerevoli difficoltà, le dittature che insanguinarono buona parte dei paesi a sud del Messico, lasciarono il campo a governi democratici, venuti alla luce dopo "elezioni libere". Il Fronte di Liberazione Nazionale (FLNFM) salvadoreño, considerato il più forte movimento guerrigliero del Centroamerica, consegnò le armi e trasformò i suoi comandanti in candidati. L’unità Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca (URNG) intavolò trattative di pace e persino i militanti di Sendero Luminoso in Perù decisero di sciogliere il movimento, pur senza aver ottenuto in questo caso, una democratizzazione del paese. Da allora in avanti si iniziò a pensare che solo attraverso i metodi di lotta democratica, si sarebbero potuti ottenere risultati concreti ai problemi che da secoli colpivano l’America Latina. Poi, all’alba di Capodanno del 1994, l’Esercito zapatista di liberazione nazionale si impose all’attenzione del mondo, occupando San Cristobal de las Casas, città del Chiapas con 90.000 abitanti, attrazione turistica internazionale e capitale morale degli Indios del Sud-est messicano. Contemporaneamente, altri centri abitati della zona, come Ocosingo e Las Margaritas, subirono la stessa "invasione", dimostrando che i nuovi seguaci di Emiliano Zapata erano molti e ben organizzati. Quanto al peso politico del gesto, il Messico si ritrovò a fronteggiare un fenomeno inedito per portata e capacità di comunicazione, che mandò in corto circuito non solo il governo, ma gli stessi partiti di opposizione. Ma come si giunse, nell’unico paese dell’America Latina immune da colpi di Stato militari e da conseguenti movimenti guerriglieri, a un evento come questo? La risposta sta soprattutto nella scelta della data. Il 1° Gennaio 1994 infatti entrò in vigore il Trattato di Libero Commercio tra Usa, Canada e Messico, meglio conosciuto come NAFTA (North American Trade Agreement), il trattato di libero scambio delle merci che ha creato il più grande mercato comune del mondo per estensione e numero di potenziali clienti. Il trattato - secondo i suoi oppositori – avrebbe condannato a morte i contadini del Sud, in maggioranza Indios discendenti dei Maya. Contadini che coltivano la terra con mezzi arcaici e considerano il mais una divinità perché provvede a sfamarli da millenni. Il mais, che con l’accettazione delle spietate regole del NAFTA, cominciò ad essere importato dalle immense aziende agricole industrializzate del Kansas e dell’Oklahoma, dove produrlo costa molto meno che in Messico. Ora che sono passati vent’anni da quando il North American Free Trade Agreement è entrato in vigore, se da un lato l’interscambio commerciale - soprattutto nella sua fase iniziale - è cresciuto secondo le previsioni, dall’altro rimangono però molte perplessità nei confronti della cosiddetta dimensione sociale del NAFTA, un aspetto affrontato solo superficialmente dai tre Paesi membri nelle fasi di negoziazione dell’accordo. Ratificato nel Dicembre 1993 a Washington ed entrato in vigore all’inizio del 1994, il NAFTA prevede l’eliminazione delle tariffe di importazione e le riduzioni sui controlli doganali tra i Paesi contraenti, in modo progressivo. Una volta entrato in vigore, il NAFTA ha dato origine al più grande mercato del mondo, con 370 milioni di abitanti e un volume di affari commerciali, nonostante le disparità economiche tra i tre Paesi, che supera i 6000 miliardi di dollari USA all’anno con un reddito globale di 6,2 trilioni di dollari.

La realizzazione del North American Free Trade Agreement è passata attraverso situazioni e momenti caratterizzati da fragilità, incertezza e diffusi timori: in particolare per gli effetti negativi che l’enorme movimento di capitali avrebbe potuto avere sull’occupazione. Negli Stati Uniti, la sua gestazione ha avuto un corso difficile: discussa e preparata durante la presidenza repubblicana di Bush, è stata lasciata in eredità alla presidenza democratica di Clinton. Nel 1993, al momento di portare a termine il progetto, il neo-eletto presidente sapeva di dover incorrere in una serie di scontri con le diverse parti sociali e soprattutto con i sindacati. È stata questa situazione a spingere il presidente Clinton a negoziare separatamente degli accordi paralleli al NAFTA, uno concernente la protezione ambientale NAAEC (North American Agreement on Environmental Cooperation, Accordo nordamericano sulla cooperazione ambientale) e l’altro la tutela della manodopera NAALC (North American Agreement on Labor Cooperation, Accordo nordamericano sul Lavoro). La prospettiva della creazione di una zona di libero scambio ha preoccupato anche gli ambientalisti, sia per le conseguenze che il commercio senza frontiere avrebbe potuto avere sull’ambiente, sia perché le esistenti legislazioni erano ritenute insufficienti per salvaguardare l’ambito ecologico nordamericano. In particolare, era diffuso il timore che l’apertura delle frontiere messicane facilitasse il trasferimento di attività produttive verso quel Paese, le cui leggi a tutela dell’ambiente erano sicuramente meno restrittive di quelle statunitensi e canadesi e mancava delle risorse per garantirne il rispetto. Tali preoccupazioni derivano dall’esperienza delle maquiladoras, che ha visto accumularsi in Messico, lungo il confine con gli Stati Uniti, un numero abnorme di impianti industriali statunitensi, con effetti devastanti sul piano ambientale per tutta l’area di confine tra i due Paesi. Diversa è invece l’analisi dell’accordo parallelo sul lavoro, nel NAALC e nello stesso NAFTA è mancata la volontà di istituire un rapporto politico tra gli accordi di liberalizzazione commerciale e la dimensione sociale dei rapporti di lavoro. A questo proposito è fondamentale ricordare che gli Stati Uniti hanno sottoscritto un accordo che in altre occasioni avrebbero respinto: il NAALC non prevede infatti che il mancato rispetto di alcuni diritti fondamentali dei lavoratori, come la libertà di associazione e la contrattazione collettiva, sia una pratica commerciale scorretta e soggetta a possibili ritorsioni. Questa omissione ha permesso di assistere, nelle zone a basso costo del lavoro interne al NAFTA, cioè in Messico, a una attrazione di flussi di investimenti determinati proprio dai livelli minimi di protezione sociale presenti in quelle aree. Si è creata così nell’area NAFTA una sorta di competizione “al ribasso”, (unfair distorted competition) con il trasferimento di impieghi e di produzione da zone avanzate, Stati Uniti-Canada, a zone meno protette e caratterizzate da costi minori, Messico. L’esistenza di tale fenomeno, in termini di concorrenza sleale, ha sicuramente avvantaggiato economicamente il Messico, che per non scoraggiare il flusso di investimenti stranieri, non ha fatto nulla per elevare i propri standard di tutela del lavoro. Al contrario, i Paesi più ricchi, in questo caso, gli USA e il Canada, che non possono abbassare i propri standard per arrestare il calo dell’occupazione, hanno visto le proprie imprese prendere la strada del Messico. Indipendentemente dagli effetti dell’accordo, rimane infatti evidente che l’interdipendenza tra Stati Uniti e Messico avviene tra Paesi con differenti livelli di sviluppo economico: essi vantavano una relazione di debito-credito tra le più alte al mondo, un altissimo tasso di investimenti esteri diretti, la più grande coproduzione di impianti di assemblaggio (le maquiladoras) e il confine con il tasso più alto di migrazione legale e illegale. Per queste e per ragioni più profonde legate alla visione diametralmente opposta rispetto alle relazioni economiche e più in generale alla visione del mondo, l’Esercito zapatista di liberazione nazionale si era fortemente opposto alla firma dell’accordo: l’intensa campagna anti-NAFTA promossa dall’EZLN, ha permesso di attirare l’attenzione e la solidarietà mondiale sul tema dei diritti delle minoranze indigene, già snobbate dalle politiche nazionali e non tutelate dalle conseguenze negative dell’integrazione economica di matrice neoliberista di cui il NAFTA è uno degli accordi più rappresentativi.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia di febbraio "NO TTIP", scaricabile qui.

TTIP : segreto, ovvero il contrario di pubblico

di Mariangela Rosolen (Attac Torino)

Nessuna bozza, traccia, schema di TTIP è a oggi disponibile. Di certo sappiamo solo che il Presidente Obama e la Commissione Europea hanno dato mandato all’ambasciatore USA Michael Froman e al Commissario UE al Commercio Karel de Gucht di confezionare un Trattato transatlantico dai mirabolanti obiettivi: incrementare il commercio Usa-Ue di 120 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e creare due milioni di posti di lavoro. A quale prezzo? Non si deve sapere. Le trattative si svolgono in segreto, a porte chiuse, e in quelle segrete stanze si sono già tenuti oltre 100 incontri con i più importanti lobbisti, su corpose documentazioni di parte, a totale insaputa della società civile. Qualche laconico comunicato e consultazione addomesticata, qualche soffiata o appunto trapelato sono gli elementi di conoscenza di cui disponiamo. Illuminanti sono invece gli studi commissionati dai mandanti, allo scopo di magnificare gli splendidi accordi che si stanno concludendo. Ed è analizzando quegli straordinari obiettivi che possiamo farci un’idea di quel che ci si sta preparando e che www.s2bnetwork.org ci ha messo a disposizione. La traduzione italiana è disponibile sui siti di Attac Torino e Italia con il titolo “Un trattato dell’altro mondo”: www.attactorino.org o www.attac.it Sugli stessi siti è disponibile anche il video della lezione sul TTIP tenuta a Torino il 29 gennaio scorso dalla prof. Alessandra Algostino, professore associato in Diritto costituzionale comparato dell’Università di Torino.

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TTIP : L’UTOPIA DELLE MULTINAZIONALI

di Marco Bersani

La crisi sovverte e modifica il quadro geopolitico internazionale, mutando i rapporti di forza a livello internazionale e rimettendo in discussione egemonie storiche, sinora date per indiscutibili. Da una parte le nuove potenze emergenti del Sud del mondo, quali Brasile, India, Sudafrica e Messico continuano a crescere e sviluppare il proprio mercato interno, rivelandosi difficilmente controllabili attraverso gli strumenti vecchi dei Forum internazionali, come il G20, e, in alcuni casi, rafforzando la costruzione di nuove aree commerciali regionali sottratte all’influenza statunitense, come l’area Mercosur in America Latina; dall’altra, sul versante pacifico, l’asse economico e geo-politico tra il gigante cinese e la Russia si va prepotentemente affermando come epicentro degli equilibri mediorientali ed asiatici, in una graduale scalata al ruolo di leadership globale. Recenti statistiche affermano come la produzione economica combinata di Brasile, Cina e India supererà entro il 2020 quella di Canada, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti, e come, entro il 2030, più dell’ 80% della classe media del mondo vivrà a sud. Stretto nella morsa dei nuovi candidati all’egemonia internazionale, con il vecchio partner europeo intrappolato nella spirale delle politiche monetariste basate sull’austerità, lo stanco impero statunitense affila le unghie e adotta una nuova ambiziosa strategia per la riconquista di una nuova egemonia globale diffusa. Nasce da questa esigenza degli Usa l’enorme programma di smantellamento delle residue barriere -commerciali, giuridiche, politiche- al libero commercio e alla libertà di investimento messo in campo in direzione dell’Europa, attraverso il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) e in direzione di 11 paesi che affacciano sul lato del pacifico (Messico, Canada, Cile, Perù, Giappone, Australia, Malesia, Singapore, Vietnam, Nuova Zelanda e Brunei) attraverso il TPP (Transpacific Patrnership). L’obiettivo è la creazione della più grande area di libero scambio del pianeta,che comprenderà economie per circa il 60% del prodotto interno lordo mondiale, interamente governata dalle più potenti multinazionali economiche e finanziarie, agli interessi delle quali andranno sacrificati tutti i diritti sociali e del lavoro, i beni comuni e la stessa democrazia.

Se per gli Usa il TTIP rappresenta la necessità di “legare” alla propria economia il massimo numero di aree geo-politiche e commerciali possibili, per l’Unione Europea si tratta della più evidente e definitiva dichiarazione di resa di un continente che, già da tempo, attraverso la scelta della via rigorista e monetarista in economia, ha deciso di rinunciare alla propria originalità -quella di uno stato sociale, frutto del compromesso fra capitale e lavoro del secondo dopoguerra- per consegnarsi alle leggi dell’impresa. Se, fino all’inizio del nuovo millennio, l’Europa si presentava in maniera aggressiva dentro i contesti degli accordi internazionali – pensiamo al ruolo dell’UE all’interno del Gats nell’Organizzazione Mondiale del Commercio- presentandosi come un continente che, lungi dal proteggere le popolazioni dalla globalizzazione neoliberista, si candidava ad assumerne la guida, con l’adesione ai negoziati per il TTIP, l’Europa dichiara il fallimento di quella strategia e, nel contempo, rinuncia ad ogni tentativo di esercitare un proprio protagonismo sociale, per giocare la partita di una competizione internazionale, tutta giocata al ribasso in tema di diritti del lavoro, di beni comuni e servizi pubblici, di diritti sociali e ambientali.

Ma, al di là delle esigenze geo-politiche, il significato profondo del processo in corso con il TTIP (e con il gemello asiatico del TPP) è la consegna, dietro la strategia di riconquista della scena internazionale da parte dei vecchi padroni del mondo (Usa – Ue – Giappone), delle sorti del pianeta ad un disegno di politica economica mondiale che vede, forse non per la prima volta ma certo mai con questa intensità.,il totale protagonismo politico delle grandi multinazionali, non più “relegate” ad un ruolo di influenza e pressione esterna sulle istituzioni politiche, bensì sedute a pieno titolo e in posizione privilegiata nei tavoli di negoziazione. Questo fatto rende il TTIP il luogo, dentro il quale si profila, per la prima volta nella storia, la costruzione a tavolino di un’area planetaria di libero scambio messa in campo da un’ elite transnazionale che, superando i confini tradizionali fra Stato e privati, tra governi e imprese, si sottrae ad ogni possibile controllo democratico.

Di fatto, e se approvato, il TTIP realizzerebbe l’utopia delle multinazionali : un pianeta al loro completo servizio, fino al punto di poter chiamare in giudizio presso una corte speciale, composta da tre avvocati d’affari rispondenti alle normative della Banca Mondiale, un qualsiasi paese firmatario, la cui scelte politiche potrebbero avere un effetto restrittivo sulla loro “vitalità commerciale”; potendole sanzionare con pesantissime multe per avere, con le proprie legislazioni, ridotto i loro potenziali profitti futuri. E per le elites dell’Ue rappresenterebbe anche la possibilità di superare in avanti, attraverso un “meta-trattato” strutturale, l’attuale difficoltà nell’ imporre, Stato per Stato e governo per governo, le politiche di austerità e di smantellamento dello stato sociale, artificialmente indotte dalla crisi del debito pubblico. L’opposizione radicale al TTIP, oltre che una inderogabile necessità per le vertenze e le conflittualità promosse da qualsiasi movimento sociale attivo, rappresenta anche una grande opportunità : ottenere il ritiro “senza se e senza ma” di quello che rappresenta un disegno esaustivo e totalizzante di un’Europa al servizio dei mercati, metterebbe automaticamente in campo l’opzione di un’altra Europa possibile, quella dei popoli, dei beni comuni, dei diritti e della democrazia.

Tratto dal granello di sabbia di febbraio, scaricabile qui

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