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Continuiamo a contrastare il “Trattato Nosferatu”

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di Marco Schiaffino

Sarà che sono interista e ho ancora in mente un fatidico 5 maggio, sarà che sono cresciuto negli anni ’80 e ho in mente i film horror in cui il cattivo sembra morto per poi rispuntare armato di machete alle spalle della protagonista, ma io del “decesso” del TTIP non mi fido.

Le dichiarazioni dei ministri francese (prima) e tedesco (poi) rappresentano certamente un’ottima notizia, ma non vanno molto al di là di certificare quello stallo di cui siamo tutti consapevoli da anni.

Certo, se il ministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel avesse detto “ci siamo resi conto che il TTIP è una monumentale idiozia e che non fa gli interessi dei cittadini ma solo delle multinazionali” la cosa sarebbe diversa. Al momento, però, la crisi dei negoziati è dovuta a due fattori che non sono per nulla risolutivi.

Il primo è il fatto che le parti, in perfetta logica da bottegai, non riescono a trovare un accordo che illuda entrambi di aver fatto un buon affare, o per lo meno non riescono a spuntare condizioni che possano sbandierare di fronte ai rispettivi sponsor per definire il TTIP un “successo”.

Il secondo è il fatto che buona parte delle “resistenze” al trattato non sono affatto genuine. Diciamocelo: ai membri del governo di Francia e Germania (gli unici ad aver dichiarato pubblicamente qualche perplessità sul trattato) il TTIP andrebbe benissimo.

L’unico problema che hanno è che esiste una cosa chiamata “opinione pubblica” che negli ultimi 3 anni ha dato retta a una cosa chiamata “movimenti” che hanno spiegato loro perché il trattato fa schifo. E siccome quella cosa chiamata “opinione pubblica” ha il brutto vizio di condizionare i risultati elettorali, Merkel e Hollande non se la sentono di prenderla a calci in faccia.

Fosse per loro, diciamocelo, l’ISDS non sarebbe un grosso problema. La clausola che permette alle aziende di fare causa a un governo se promulga una legge che “disturba” i loro affari (magari per tutelare sciocchezze come la salute dei cittadini, l’ambiente o i diritti dei consumatori) sarebbe promossa come un ottimo strumento per garantire la crescita dell’economia e, ancor meglio, una ghiotta occasione per crearsi un alibi spendibile in futuro quando quella cosa chiamata “opinione pubblica” dovesse chiedere loro conto delle politiche che portano avanti.

Se oggi Francia e Germania dichiarano “morto” il TTIP, quindi, non è per una sincera convinzione riguardo il fatto che il trattato non fa gli interessi dei loro cittadini. È solo per interesse. Tanto più che gli stessi governi portano avanti trattati come il CETA (l’accordo col Canada che ha caratteristiche pressoché identiche al TTIP) e il TISA, l’accordo sui servizi che prevede politiche ancora più sbilanciate verso una visione neoliberista.

È questo il motivo per cui la campagna Stop TTIP non può e non deve abbassare la guardia. Nel quadro attuale, il successo non può portarci ad abbandonare la lotta, ma a rilanciare per fare in modo che l’opposizione ai trattati di libero scambio e il conseguente tentativo di scippo di democrazia portato avanti dai poteri finanziari diventi una lotta ampia e condivisa. Da tutti.

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