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Di dazi e altre parolacce

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di: Monica Di Sisto*

Ci sono dei termini che all’orecchio mediamente informato, o mediamente ideologico, suonano come gravi insulti alla moralità della madre. Una di queste è “dazio” ed essendosi di recente coniugata a un’altra macchietta contemporanea, l’aranciocrinuto Trump, ha scatenato cori di riprovazione e scandalo diffuso. “La globalizzazione è finita”, tuona Rampini dalle colonne di Repubblica. Con una certa laicità e concretezza, però, sarebbe più interessante abbassare i toni e esaminare i fatti.

Il presidente statunitense, infatti, ha siglato un provvedimento che impone tasse in entrata del 25% del prezzo sulle importazioni di acciaio e del 10% sull’alluminio. Trump ha avviato, contestualmente alla firma, un negoziato bilaterale con tutti quei Paesi “i cui prodotti non minacciano la sicurezza nazionale degli Usa”, ed escluso dalla misura Canada e Messico per indurli a far avanzare i negoziati di revisione dell’area trilaterale di libero scambio Nafta, al momento in difficoltà come tutte le trattative commerciali del pianeta. Il bersaglio degli Stati Uniti è in primo luogo la Cina, che al momento domina produzione e scambi e governa i prezzi globali di settore – come per riso, cotone e molte altre materie prime alimentari e non – aumentando e bloccando produzione e esportazione rispetto alle quali ha una posizione di quasi esclusivo monopolio e non da ieri.

Quanto alla Ue, la commissaria per il commercio Cecilia Malmstrom una settimana fa ha lanciato tuoni e saette minacciando contromisure, ricordando che "la quantità di acciaio europea importata dagli Usa è piccola" e che gli stessi Usa beneficiano della produzione di "alcuni milioni di auto" di marche europee sul loro territorio in termini di posti di lavoro ed entrate. "Non sarebbe la strada giusta e rischierebbe di innescare un effetto domino", ha prefigurato la commissaria che più di recente su Twitter ha chiesto più mitemente "più chiarezza sulla questione" anche perché la Ue, in quanto "stretta alleata degli Usa", punta ad essere esclusa dai dazi e continua a ribadire la propria apertura commerciale come garanzia di affidabilità politica a livello globale. Ma è davvero così? In Europa siamo davvero così lontani dall’agenda statunitense come vogliamo far credere?

La risposta, sempre guardando ai fatti è “no”, ma sappiamo scegliere parole meno controverse e percorsi meno clamorosi per ottenere, a livello commerciale, praticamente gli stessi effetti. Anche la Commissione europea, infatti, ha condotto appena un anno fa un percorso congiunto con il Parlamento per inserire misure specifiche che limitassero gli effetti delle politiche cinesi su acciaio e alluminio sul mercato interno europeo. Non le ha chiamate “dazi” ma, più elegantemente “misure antidumping” e, nascosta dietro a una battaglia di principio contro la concorrenza sleale, la Commissione UE ha di fatto promosso un intervento legislativo degli Stati europei come un sol uomo – socialisti e turboliberisti - a correggere gli effetti della globalizzazione che per essere tale, a quanto predicano i suoi sostenitori, dovrebbe avere invece le mani più libere possibili. Avete visto all’epoca aggirarsi Rampini sperduti con vesti stracciate? Io no. Anzi: giù lodi per l’azione responsabile dell’Ue nel governo della globalizzazione.

Quali sono state le misure introdotte dalla Commissione europea? Innanzitutto, tassare i prodotti di quattro società cinesi che avevano venduto componenti in acciaio a costo superbasso con dazi – si, dazi - tra il 5,1 e il 48,9%. E considerate che l’Europa già adotta ben 39 misure di rivalsa commerciale contro Paesi terzi che in teoria le fanno concorrenza serrata nella siderurgia, 17 delle quali nei riguardi di prodotti provenienti dalla Cina, con la benedizione della Wto che le ha autorizzate negli anni. E il fatto che l’Organizzazione mondiale del commercio non le definisca dazi ma misure commerciali di mitigazione, le camuffa, le rende più eleganti ma non certo meno efficaci delle azioni di Trump. “Non siamo liberisti ingenui”, ha spiegato all’epoca il presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker sostenendo le ragioni dell’accordo raggiunto un anno fa sul pacchetto di limitazioni alle importazioni a prezzi bassi. “Dobbiamo essere sicuri di avere gli strumenti per agire con la concorrenza sleale e al dumping di prodotti nel mercato dell’Europa, che ha come risultato la distruzione di posti di lavoro”. Un po’ quello che dicono in questi giorni i suoi colleghi statunitensi che plaudono all’iniziativa di Trump come Sherrod Brown, senatore dell'Ohio, che la definisce "da tempo necessaria per le fabbriche d'acciaio chiuse in tutto l'Ohio e per i lavoratori che vivono nel timore che i loro posti siano la prossima vittima di una Cina che bara". Oppure Ron Wyden, senatore democratico dell'Oregon, secondo cui "l'industria americana dell'acciaio è stata messa sotto pressione da decenni dall'eccesso di capacità e da prodotti scambiati ingiustamente in arrivo dalla Cina e altrove. Sono felice che il presidente riconosca l'importanza di risolvere questi problemi e che finalmente intenda agire".

Come funziona da circa un anno il nuovo sistema di difesa commerciale europeo? Non è ancora del tutto a regime, ma secondo i piani la Commissione conduce rapporti su settori economici sui Paesi più competitivi di noi, per capire se ci battono rispettando le regole. In questi rapporti l’Europa quantifica costi e prezzi di produzione dei Paesi terzi e fissa un tetto ‘positivo’ sotto cui non si può scendere tenendo conto del rispetto dei criteri ambientali e dei diritti del lavoro in linea con gli standard dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo). Le imprese dei Paesi che vendono sotto il tetto devono dimostrare che non è vero che lo fanno slealmente, oppure subire un dazio. Avete letto bene: un dazio. Non un dazio generalizzato ma caso per caso, oppure una quota, cioè una stretta alle quantità importate. In entrambi in casi parliamo di una misura restrittiva del commercio. Una misura su misura del partner, come, in concreto, depurata dagli eccessi retorici del presidente assolutamente consoni alla pettinatura sopra le righe, sarà quella attuata dagli Stati Uniti di Trump. Per tacer del fatto che l’Italia ha a difenderla oltre sessanta dazi contro la Cina in settori che vanno dall’acciaio alla ceramica, dalle moto alle biciclette, dai pannelli solari alle valvole. Dazi che permettono alle nostre aziende di stare sul mercato, altrimenti ai prezzi correnti avrebbero chiuso i battenti da un pezzo.

Morale

La globalizzazione è una fase complessa, che andrebbe vissuta con pettinature e toni sobri, i vestiti intatti addosso, una buona memoria, conoscenza dei fatti e una calcolatrice sempre in mano, per fare i conti veri. La realtà vuole che, e non lo dico io ma l’Unctad, cioè l’agenzia delle Nazioni Unite che analizza i legami tra commercio e sviluppo, nonostante i molti impegni assunti in sede internazionale, “l’economia globale rimane sbilanciata in modi che non creano solo esclusione, ma destabilizzano e mettono a rischio il benessere politico sociale e ambientale del pianeta”.

Nel Rapporto sullo sviluppo e il commercio 2017 Unctad “richiede misure politiche più esatte e onnicomprensive per affrontare le asimmetrie globali e nazionali nella mobilitazione delle risorse, il know-how tecnologico, il potere di mercato e l'ininfluenza politica causati dall'iperglobalizzazione che ha generato esiti esclusivi e li perpetuerà in assenza di azioni”. Il punto, dunque, non è l’ozioso confronto tra spalti da stadio su “dazi si, dazi no”, ma su quali misure si ritengano più adatte ad affrontare le asimmetrie globali causate dall’iperglobalizzazione che stiamo vivendo, di cui la vittoriosa retorica trumpista è sintomo, non causa. Quando abbiamo bisogno di dazi per proteggere interi settori produttivi, dobbiamo poterli usare come stiamo facendo senza darne troppa pubblicità. Ma dobbiamo cominciare a ragionare anche all’attacco: fino a quando ci rassegneremo ad accettare prezzi globali determinati dalle scommesse dei croupier della finanza, anche nel cibo e nelle materie prime essenziali? Fino a quando non ragioneremo davvero su che cosa significhi riflettere in un prezzo i veri costi sociali e ambientali di un prodotto, limitando non solo importazioni ed esportazioni per non comprimerlo, ma limitando i profitti illogici – e spesso illeciti – che esso assicura? Fino a quando non considereremo la garanzia dei diritti fondamentali, almeno dell’ambiente e dei lavoratori, come prerequisiti rispetto ai partenariati commerciali e agli scambi? Fino a quando guarderemo il nostro telefono, panino, infisso, paio di scarpe, senza potere o voler vedere se intravediamo attraverso esso un lavoratore sereno o una schiava, un campo ben coltivato o un fiume inquinato, un futuro o la fine, continueremo a indicare Trump senza vedere che cosa stiamo facendo per noi e contro di noi, proprio noi, anche adesso.

*vicepresidente di Fairwatch

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